domenica 10 gennaio 2021

Retino, nemico mio

Quando mi avvicinai per la prima volta ai manga mi colpì subito lo strano bianco e nero che la maggior parte aveva.

Pagine tratte da Haikyuu! - L'asso del volley
Completamente all'opposto del tradizionale B/N a cui mi ero abituato su Tex e Zagor, si presentava come una sterminata scala di grigi. La quasi totale produzione orientale del fumetto era basata su queste tonalità e raramente venivano usati bianchi e neri netti, o mezzitoni acquerellati, come invece voleva per lo più la scuola euro-sudamericana.

Una vignetta tipo dal Tex di Galep (da Tex 127 - Magia Nera del Maggio '71)
Un insieme di sfumature reso con reticolati intrecciati, talvolta accostati, sovrapposti, talvolta per sostituire uno specifico colore piatto, le restanti per emulare il classico chiaroscuro rinascimentale della matita o del carboncino. L'unico altro momento della mia vita in cui ricordavo di aver visto qualcosa del genere era coi vecchi albi da colorare con la famosa matita magica.


Questi spillati con figure di cartoni animati riempite da tanti puntini ripetuti da colorare con un unico pennarello simpatico allo spirito d'alcool, che, passato sopra, faceva comparire, come per magia, tutti i colori di quei personaggi. Una tartaruga ninja in bianco e nero improvvisamente diventava arancio,verde, viola e così via. Sono cresciuto coltivando la mia passione artistica con tali bellissime pubblicazioni di scrause case editrici, non solo con le TMNT, ma anche personaggi Disney, coi Looney Tunes e tanti altri. Perciò questa associazione memoriale mi ha sempre impedito di poter apprezzare questo particolare metodo di bianco e nero dei manga, manwha e tutti i loro fratelli che col tempo ho capito si chiamasse retinatura, ovvero l'uso dei retini.


Questi retini, vociferati con un alone di mistero, mistici, mitici, leggendari, quasi da bestiario fantastico, tra i corridoi dei corsi di fumetto e ripudiati dalle accademie, sono sostanzialmente dei fogli di decorazioni ripetute, dette modulo o pattern, prefabbricata. Una volta si dovevano materialmente ritagliare secondo la propria necessità per poter poi essere applicati sulla tavola e rendere così l'effetto desiderato. Oggi vengono messi tranquillamente con l' ausilio dei computer e nemmeno sulla tavola originale. Ma l'effetto, per quanto comodo nella sua ampia vasta gamma di sfumato, mi ha sempre dato fastidio alla vista, non sono mai stato educato ad osservare visioni simili in quanto figlio della grande arte del chiaroscuro umanista. Ho sempre preferito un' interpretazione più netta del contrasto ombra luce come quelle che vedevo nei fumetti europei e sudamericani. La magia che si poneva ai miei occhi di un autore di ricreare un'infinità di situazione ed atmosfere con solo due realtà cromatiche (o meglio una, il bianco e l'assenza di tutte, il nero) era entrata completamente nel mio cuore.

Bruno Brindisi all'opera su Dylan Dog
Qualsiasi altra alternativa ancora oggi non riesce a darmi lo stesso sapore di una pennellata o del graffio di un pennino. Aprire la mente e avvicinarmi ai retini orientali, quindi, era sempre qualcosa di parzialmente indigesto. Nel tempo, però, ci si abitua a tutto, pure a Trump (ahimè) e sono riuscito ad apprezzarne il loro utilizzo, non solo su lavori asiatici. Negli ultimi anni, ad esempio, ho visto nella serie di Nathan Never un uso molto forte di retini e moduli, proprio per cercare di rendere certi materiali tipicamente fantascientifici ed avvicinarsi, pur restando nel bianco e nero bonelliano, a quello dei supereroi. 

Un Nathan Never di Roberto De Angelis "apparentemente" a mezzatinta
Anche qui ho sempre apprezzato maggiormente autori come De Angelis che, grazie all'uso sapiente della boccetta di china, riescono a sostituire perfettamente tutti i retini dei suoi colleghi più o meno giovani, comunque eccellenti, come Patrizia Mandanici.

Qui, invece il Natahn retinato della bravissima Patrizia Mandanici
Altri, sempre nel panorama bonelliano, adottano modalità simili scartando il mondo retinato: dal pennello graffiante di Stano al tratteggio di Freghieri su Dylan Dog, al puntinismo di Civitelli della scuderia texana.


Sopra a destra nella fototessera con Dylan ed un demone amico suo scattata da Stano notare le calde sfuamture sulla corna; al suo fianco una tavola di GIovanni Freghieri; qui il suggestivo Tex di Fabio Civitelli  
Vi sono illustri esempi anche extra-bonelli sempre lontani dal Sol Levante come gli storici fumetti neri e tascabili di cui Diabolik è il capostipite o altri più moderni e influenzati dai mangaka come il tratto di Luca Enoch.

In Enoch l'influenza del retino condizione molto anche la colorazione figlia anche di marker e pantoni
Dylan stesso in Casca il mondo, numero 393, ci stupisce con un completo molto diverso dal solito. 


Bruno Brindisi confeziona per l'Indagatore dell'incubo un gessato molto originale con un retino che sostituisce ampiamente senza neanche il minimo rimpianto la famosa mezzatinta. Solitamente con mezzatinta o mezzitoni si intende un bianco nero accompagnato da uno o più grigi prodotti da un inchiostro diluito, un acquerello od una matita. L'artista sceglie qui invece un pattern poco (se non mai) usato nel mondo del fumetto ed è una scelta vincente.


Il retino usato da Brindisi costituito da rigide e fitte rette diagonali parallele tra loro è adoperato a stratificazioni, via, via nella misura in cui si necessita di ottenere più o meno profondità d'ombra o di sfumato, esattamente come nel chiaroscuro semplice di una matita di classe B.

Un effetto particolarmente idoneo e malinconicamente stupefacente. In una storia di Barbara Baraldi dove la solitudine, la tristezza, la disperazione, la claustrofobia e l'angoscia la fanno da padroni risulta la chiave di volta per la poetica magica del racconto. Il reticolato ci dona strane e disincantate sensazioni, come la dura fotocronaca di un quotidiano.
 
Il bello, poi, è che le tavole originali non contengono affatto questo retino proprio perché, come possiamo vedere sui siti di vendita specializzata, vi è un colore blu molto simile a quelli delle matite per l'animazione per non far vedere in stampa le strutture di costruzione dei personaggi, usate anche, appunto, nel fumetto, spesso in America.



Si deduce, in assenza di altre informazioni o di una chiacchierata con Brindisi, che il retino sia stato apposto a posteriori, in modo computerizzato, probabilmente. Credo comunque che non sia molto importante quanto notare che ciò che in realtà è sulla tavola non è esattamente ciò che è veramente la tavola ultimata: una fusione intelligente del vecchio artigianato fumettistico e l'innovazione tecnologica.


Un qualcosa che dovremmo sempre avere in mente è che non tutto quel che è nuovo è migliore, né tutto quel che è vecchio è da buttare o viceversa, naturalmente. Oggi viviamo in un mondo in cui molto spesso viene estremamente glorificato quel che è vecchio, "le cose di una volta", perché ci sono molte incertezze sul futuro, ma abbiamo passato anche momenti dove si aveva l'effetto contrario, in modo poco lungimirante. Ciò che invece insegna il lavoro di Brindisi, involontariamente, è l'equilibrio delle conoscenze. Non vi è una superiorità tra progresso e sapere consolidato, ma solo tra una contestualizzato e ponderato equilibrio tra queste. E sì, è molto più difficile, molto più lungo, molto più faticoso, perché studiare, in questo caso i retini da piazzare in pagine e pagine di fumetti su personaggi, oggetti, mezzi e sfondi, è molto più lungo di un basilare bianco e nero scevro da uno studio di sfumature, ma è un investimento a lungo termine che ripaga ampiamente dei sacrifici iniziali. 


Una verità incontrovertibile, che magari gli inossidabili del classico fumetto artigianale su carta non amano sentire (ed io sono tra quelli), ma il retino è uno strumento come un altro, come un pennello o addirittura una tavoletta grafica o un computer, né più, né meno.











Nessun commento:

Posta un commento