lunedì 23 aprile 2018

Comics: questi scomodi giornaletti

Mi ricorderò sempre di quella ragazzina paffuta, che all’uscita di scuola additó la mia maglietta bianca di importazione statunitense come il più grande male su questa terra, solo per la stampa dei caratteri cubitali U. S. A. che riportava sopra. Sarà perché le piacevo, sarà che ci credeva fermamente, ma fu uno dei primi sintomi di un morbo più grande. Avrei dovuto capirlo subito, invece mi ci volle ancora un po’, ma già non mi stupivo di un comportamento così stupido. Lei come me, aveva ricevuto un’educazione fiorita nei salotti della sinistra italiana e, per quanto fossero buone le intenzioni con cui ci avevano impartito tali nozioni, il risultato di tale dottrina, nella tipica repulsione adolescenziale, fu un odio cieco verso tutto ciò che è America. La differenza, tra noi, che mi permise d’ indossare quell’indumento così futile e patriottico, seme di quella discordia temporanea, oltre alla necessità di aver qualcosa di poco conto da poter inzuppare nell’ora di ginnastica, era che il problema dell’ anti-capitalismo ad oltranza me l’ero posto molto tempo addietro. Come avrei potuto boicottare ogni singolo prodotto americano quando tra le mie più grandi passioni vi erano quelle letture così fantastiche e avvincenti di Batman & Co.? Come potevo privarmi di una passione simile e allo stesso modo non tradire i miei ideali? L’infantile gola ebbe facile presa sul me quattordicenne e scelse al mio posto, modificando geneticamente la mia concezione di uomo (per meglio dire ragazzo) di sinistra. Avrei dovuto vergognarmi, chissà, visto che, di fatto, qualche ideale lo tradii, poco importa se ad oggi ne ho una diversa considerazione, lo feci, ed evidentemente non sono così fedele come mi piace pensare. C'è chi s’impiccherebbe per questo (seppuku per essere precisi), ma riconosco che l’aver conciliato il dovere al piacere è stato il primo passo verso la maturità. In fondo, tutto quel che la dottrina comunista mi suggeriva era vero, che i supereroi, come ogni altro prodotto statunitense, erano frutto di una società malata, un’esaltazione della giustizia fai da te e dell’individuo rispetto alla collettività, ma vero era anche tutto il resto e cioè che quegli odiati buoni sentimenti di eguaglianza sociale, popolare e populista, di altruismo o generosità verso il prossimo, non erano poi così diversi dai dettami della sinistra in cui mi hanno cresciuto. Il trucco sta proprio qua, nel saper leggere ciò che abbiamo davanti e scindere, smontare, demolire e ricostruire solo dopo aver conosciuto senza preconcetto alcuno. Quella ragazzetta dei tempi andati non aveva alcuna colpa, ma era vittima del radicalismo nemico di ogni ragione e, come ci ha ricordato Goya, se questa dorme i mostri usciranno a frotte nelle nostre strade. Una mentalità tanto fascista quanto naturale, sembra, per l’uomo, visto quanto è diffusa oggigiorno, che le ha concesso una facile gogna per un comportamento di cui lei stessa era inconsapevole fautrice: non vestiva a stelle e strisce, ma di Stati Uniti era pieno il suo walkman, certo, di cosiddetti gruppi ribelli, underground, ma non è poi tanto diverso. Io, invece, ero già su un sentiero vagamente più obbiettivo, lontano da estremi settarismi: si può dire che, in un certo qual modo, Batman mi abbia salvato da quei mostri. 


Da quando i comics sono venuti al mondo, in particolare quelli dedicati ai supereroi, hanno sempre dato scandalo per i benpensanti, ma oggi i più indignati sembrano essere gli addetti ai lavori, autori o fan che siano. Se negli anni ‘60 uno psichiatra creò una psicosi di massa ad hoc pur di vendere qualche libro, sfruttando la paranoia delle mamme benpensanti d’America, con una crociata contro i supereroi, nel 2017 ci sta pensando il mondo del cinema ad affondare invano un veliero che naviga a gonfie vele sin dal ‘38 con molti più argomenti di quel non si pensasse. Andreotti diceva che a pensar male si fa sempre bene, quindi può essere tutta invidia, ma più il tempo passa e più cineasti e autori prestigiosi fanno a gara nello spender parole poco garbate sugli eroi in costume. Certamente è una tattica per arginare l’infinito sbarco dei comicbook sul grande schermo, una migrazione che ha spostato l’attenzione del pubblico dai cosiddetti grandi registi ai fumetti di giustizieri e vendicatori (oltre a riempire un’ astinenza di originalità di cui Hollywood soffriva da tempo, portando nelle sue casse miliardi e miliardi di profitti), o una puerile reazione per quel che gli eroi della cellulosa hanno raggiunto, cioè arrivare laddove i maestri della celluloide non riescono più, ma il risultato è che questi miti della pellicola appaiono vecchi, stanchi, ridicoli ed ottusi. 

Ad ogni dichiarazione o parere sulla trasposizione del super di turno si presentano improvvisamente sotto una nuova luce, più simili ad un mediocre seguace di Salvini, privo di quella fondamentale capacità di analisi di cui sopra, unico reale mezzo per svelare messaggi e concetti dietro all’intreccio di una narrazione, che a quell’idea mitica e mistica che il pubblico si è costruito in anni ed anni di buone visioni. 

Queste leggende viventi della camera sono assai più simili a quella mia compagna di scuola di quel che non si possa pensare e molto più pericolosi. La loro fama e giusta credibilità nel campo cinematografico, rende ogni loro affermazione legge per quei molti, ahimé, che come loro non sono abituati ad analizzare e scegliere prima di avallare una tesi e dal loro balcone di Palazzo Venezia, volenti o nolenti, manipolano il pensiero di massa e nemmeno nella direzione più conveniente per la specie.



“Non ne posso più della propaganda americana” tuona Luc Besson e via che tutti i sinistroidi del Bel Paese si apprestano a boicottare - o, peggio ancora, guardare solo per disprezzare - il prossimo film con protagonisti i membri della Lega della Giustizia della Dc Comics, magari. Ma di quale Propaganda sta parlando, Messer Besson, di un gruppo di persone che si associano per fare del bene? Perché è di questo che parlano, più o meno efficacemente, quei film e anche se fosse. non credo che ne dovrebbe parlare un minuscolo regista francese che ha costruito un piccolo impero emulando i film d’azione d’Oltreoceano. 

Ma non finisce qui: “Sono esausto. Completamente. Insomma, era grandioso dieci anni fa quando avevamo visto il primo Spider-Man e dopo l’uscita di Iron Man. Ora siamo al numero cinque, sei, sette… c’è questo supereroe che collabora con quest’altro supereroe, ma non sono della stessa famiglia.” 

Così scopriamo un Besson razzista, perché non sopporta, parole sue, che persone di diverse famiglie collaborino insieme e, nel migliore dei casi, di una mentalità più ristretta di mio nonno visto che si confonde per un banale multiverso narrativo: Luc, mai sentito parlare di Tolkien? 

E conclude con una perle di acume: “Ma ciò che più mi dà fastidio è la retorica sulla supremazia dell’America e di come gli americani siano grandi. Insomma, quale Paese al mondo avrebbe lo stomaco di chiamare un film “Capitan Brasile” o anche “Capitan Francia”? Nessuno. Noi ci vergogneremmo a tal punto da dire “no, questo non possiamo farlo”. Ma loro invece possono. [Gli Stati Uniti] chiamano un film Captain America e tutti pensano che sia una cosa normale! Io non sto qui a fare propaganda, sono qui per raccontare una storia.” 


E sì, non posso dargli torto per il tipico far da gradasso americano, ma in fondo vietano qualcosa a noi altri? Sicuramente non in campo artistico, eppure Besson pare soffrire della fisima dell’organo riproduttivo più breve: loro possono, noi no, quindi loro sono cattivi, gne, gne. Suvvia, comportiamoci da adulti, almeno alle soglie dei sessant’anni, vuoi fare Capitan Francia? Fallo, Luc, che lo sforzo sia con te! La fantasia è bella per questo, perché si può osare, o forse si deve solo in una direzione? E chi decide qual è? Il Sindacato del Cinema D’Autore? E poi un francese che accusa un prodotto d’intrattenimento di esser strumento di propaganda fa un po’ ridere, no? Come se lo avesse prodotto direttamente il governo U.S.A. o la C.I.A. Besson ti consiglio un ripassino dal Professor Barbero, non ti farebbe male. 


Ma l’ingenuo francofono non è il solo a sostenere la vecchia teoria della propaganda imperialista. Vi ricordate di Die Hard e Predator? Due classici del genere botte da orbi con un Bruce Willis iper macho nelle vesti di un giustiziere spaccatutto ed un cacciatore alieno dedito al Safari umano. L’artefice di queste pietre miliari, John McTiernan, scomoda addirittura motivazioni ideologiche di dubbia veridicità : 

“Io odio parte dei film per motivi politici, sul serio, non riesco a vederli. Mi infastidiscono a pochi secondi dal loro inizio. Capitan America, non sto scherzando… Il culto di iper-mascolinità americana è una delle cose peggiori che sono arrivati nel mondo negli ultimi cinquant’anni. Centinaia di migliaia di persone sono morte a causa di questa stupida illusione. Come si può allora guardare un film che si chiama Captain America?”


Ha bisogno di un buon psichiatra mr. McTiernan se taccia un film supereroistico per quelle stesse caratteristiche incarnate così poco velatamente dai protagonisti dei suoi film, grazie alle quali ha avuto tutto il successo e la popolarità che ha voluto. Se proprio dev’esser così eccessivo e fuori luogo perché non si trasforma in un contemporaneo San Francesco e non vive di cristiana carità, devolvendo tutti quei bei quattrini così “insanguinati” da quelle centinaia di migliaia di morti? Sarebbe un bel gesto per fare ammenda all’aver così efficacemente contribuito alla glorificazione di questo, come l’ha chiamato, culto di iper-mascolinità americana, non crede?


A quanto pare a queste famigerate icone non piace proprio il Capitano, ma sparare sul buon Steve è un po’ come farlo sulla Croce Rossa. Chiunque sia figlio della sinistra, italiana od anglosassone ci ha provato almeno una volta, è un cliché trito e ritrito che ormai non fa più alcun effetto (speciale). 


Dopo l’Homo Registus Americanofobicus, osservate le bizzarre abitudini del Directus Idiocraticus. Esso non si muove in branco, ma i vari esemplari riescono comunque a comunicare attraverso un basilare sistema di linguaggio a passo uno. Studiandoli da vicino, alcuni ricercatori hanno potuto registrare quel che è stata ribattezzata come Equazione Bambini=Stupidità. 

Una di queste bestie, dal nome di Inarritu, infatti, è stata sorpresa nell’affermare quanto segue: 


“I cinecomic sono veleno, un genocidio culturale che tartassa il pubblico di esplosioni e ca***te simili.” 

Non è erroneo definire alcuni film Marvel un po’ scadenti, soprattutto sui contenuti, ma i supereroi non sono solo Marvel, anzi, e ancora una volta siamo di fronte al saccente che si crede dotto. Un film d’intrattenimento deve divertire e le esplosioni, le sparatorie, gli inseguimenti in auto sono l’abc dello scacciapensieri cinematografico. Se il pubblico ne viene tartassato è perché gradisce e, purtroppo o per fortuna, non è certo colpa della grande industria se un certo cinema d’autore concilia il sonno più che l’interesse. Nel genere supereroistico si ha un termine per questo, “sense of wonder”, il senso di meraviglia che porta il lettore, oggi spettatore, non solo a rimanere incollato alla vicenda come nei migliori Bond-movie, ma soprattutto a stupirsi, sognare ed ormai, laddove l’opera è migliore, a pensare ed interrogarsi continuamente. 

Eppure il cineasta sudamericano ci rassicura: 

“Non c’è niente di terribile nel fissarsi con i supereroi quando si ha sette anni, ma da grandi è una forte debolezza, quasi come se non si volesse crescere.

Non penso siano (i cinecomic, ndr) un prodotto da buttare, anch’io a volte mi diverto a guardarli, sono semplici e con i pop-corn ci stanno benissimo. Il problema è quando fingono di avere una qualche profondità. È una cosa che odio, perché non corrisponde a quei personaggi. Il pubblico è ormai sovraesposto a storie che non hanno nulla a che vedere con l’esistenza di un essere umano. E poi, supereroi… Già solo la parola “eroe” mi annoia. Ma cosa vuol dire? L’idea di supereroe è un concetto falso ed equivoco. Se osservi bene questo tipo di film, la mentalità di fondo si basa su gente ricca, potente, che fa del bene e uccide il cattivo. Filosoficamente, non mi piace. Sono film che non dicono nulla, come scatole che contengono altre scatole e così via, senza lasciarti nessun senso di verità.” 

Non c’è niente di terribile a patto che non si sia deboli, sempre ammesso che crescere voglia dire cestinare la propria infanzia invece di accettarla ed includerla nella propria vita. In fondo non abbiamo mai visto dei cosiddetti film per bambini fatti bene o vincitori di qualche premio, vero? Disney è morto in povertà, lo sanno tutti. A guardar bene la mia esperienza molti film dedicati all’infanzia non sono per bambini, ma semplicemente non sono solo per adulti, sono per famiglie: tutti possono guardare lo spettacolo ed in ordine, divertirsi, pensare ed infine imparare. Sta allo spettatore aver le capacità per arrivare sino ai livelli più profondi. Un’immersione subacquea della fantasia e della cultura dove sta al fruitore decidere dove fermarsi. Ma per l’acclamato art director guai ad affermare che le storie di supereroi abbiano più livelli di lettura e che si possa far arte attraverso l’intrattenimento (che poi è quel che hanno fatto per secoli prestigiosi protagonisti della Storia del calibro di Raffaello o Botticelli). Nocivo ed erroneo in quanto non hanno nulla a che vedere con l’esistenza di un essere umano.


Ancora una volta ci dobbiamo misurare con un’opinione priva di fondamenti: credo che il sentimento d’emarginazione che prova un onestissimo Clark Kent immerso in una corrotta società di imperfetti, la frustrazione e il desiderio di porre fine a tutte le ingiustizie e poter così riabbracciare i propri genitori perduti di Bruce Wayne, il percorso di crescita adolescenziale di Peter Parker, i problemi razziali ed etnici che affrontano gli X-Men, i dilemmi politici ed istituzionali di Arthur Curry, siano quanto di più umano e sfaccettato si possa immaginare. E come se non bastasse, quasi ad anticipare le mie note, Inarritu confessa che addirittura il termine “eroe” lo annoia, come a dire che già il fatto di narrare delle gesta eroiche sia un crimine. Questo è il culmine di tali esilaranti affermazioni: tutta la cultura letteraria è basata sull’eroe, esplicito o meno; chiunque sia protagonista di una vicenda lo si può intendere come eroe e se proprio vogliamo scavare nel significato letterale, cosa c’è di male in qualcuno che mette al servizio degli altri la propria esistenza? Spesso, mi soffermo a pensare a cose come questa: senza certi eroi, come i Partigiani, di certo non senza macchia e paura, l’Italia non sarebbe uscita dal fascismo, senza alcune menti scientifiche messe all’indice dai poteri forti del loro tempo non avremmo il benessere di oggi, addirittura, forse, senza eroi, staremmo ancora a nasconderci nelle caverne da tuoni e lampi. Don Alejandro González parla di filosofia, falsità ed ambiguità, crede che questi giustizieri in tuta attillata siano degli sfrontati capitalisti strapotenti che si battono i pugni sul petto per ammaliare bambole gonfiabili, uccidendo il cattivo di turno, senza lasciare assolutamente nulla, ma non vi è, quasi mai, solo questo, non più almeno, da molto tempo. 


Un vuoto che evidenzia anche Ridley Scott


“Non ne ho mai realizzato uno perché non sono il mio genere preferito. Me lo hanno chiesto più volte ma non posso credere nell'irrealtà sottile e sul filo del rasoio che contraddistingue la situazione del supereroe. 

Ho fatto quel tipo di film: Blade Runner è in realtà un fumetto se ci pensate. E' una storia dark raccontata in un mondo irreale. Si potrebbero inserire Batman o Superman in quel mondo, quell'atmosfera, solo che io almeno avrei una storia fottutamente buona da raccontare, visto che in genere non hanno nessuna trama!" 


Be’, i gusti sono gusti, ma descrivere così quel che è di fatto la nuova mitologia occidentale è molto più falso e criminale di quanto potrebbe mai essere essa stessa. E non sono solo io a dirlo, andate a vedere quanti saggi sulla psicologia e simbologia dei supereroi affollino le librerie. Difficile credere che ci sia buona fede in frasi come queste. Se così fosse verrebbe da crederne l’autore un completo idiota, oppure è facile pensare che, talvolta, il genocidio culturale sia negli occhi di guarda. 


Quando il pregiudizio affolla le menti è inutile coltivarle con qualsiasi saggezza e un campione in questo è David Cronenberg:


“Non credo stiano elevando il genere ad una forma d'arte. Penso che Batman resti un tizio che corre in giro con uno stupido mantello. Penso semplicemente che non sia "elevato". Il miglior film di Christopher Nolan è Memento, e quello è un film interessante. Non credo che i suoi film di Batman siano neanche la metà di quanto fosse interessante quel film, nonostante siano 20 milioni di volte più costosi. Le cose interessanti che sta facendo sono a livello tecnico, girando in IMAX e 3D. È davvero complicato e difficile da fare. Ne ho letto su American Cinematography Magazine, e tecnicamente è tutto molto interessante. I [suoi] film [di Batman], per me, sono però piuttosto noiosi. Chiunque lavori negli studios ha 20 persone con il fiato sul collo ogni momento, che non hanno rispetto, e... non importa quanto successo tu abbia avuto. E ovviamente Nolan ha avuto molto successo. Ha avuto un sacco di potere, relativamente. Ma in realtà non ha davvero del potere.


Si possono fare cose interessanti, anche inaspettate. Certamente io ho fatto degli horror e la gente può chiedersi "Si può fare un film horror che sia anche un film d'autore?", e io risponderei "Certo, credo si possa fare". Ma un film sui supereroi, per definizione, sai, è un fumetto. È per bambini. Il suo target è quello degli adolescenti. È sempre stato così, e penso che la gente che dice che Il cavaliere oscuro - Il ritorno è una suprema forma d'arte cinematografica non sappia davvero di che c***o stia parlando.” 

Per il riconosciuto artista il Batman di Cristopher Nolan, forse il primo vero adattamento di un supereroe per il grande schermo inteso come un’opera cinematografica a tutto tondo, rimane sciocco a causa del suo mantello. Ogni tentativo di originalità e crescita di quelle pellicole non ha alcun valore perché Batman ha un mantello!


Credo che il borioso regista si renda piuttosto ridicolo da sé. Loda la parte tecnica perché non può farne a meno, tanto è necessario per lui apparire come un maestro del cosiddetto cinema d’élite, ma affossa tutto il resto a priori, sia mai che possa fargli concorrenza se un giorno la gente si svegliasse dal suono del suo flauto. Un film horror può essere un capolavoro, un film di supereroi no, perché sono fumetti e i fumetti, si sa, sono per bambini. E noi ci ricordiamo che i film per bambini, lungometraggi intitolati Biancaneve e i sette nani o Toy Story sono proverbialmente d’infima qualità. Ancora con questa noiosa tiritera: ma poveri bambini, significa che gli diamo in pasto prodotti scadenti e superficiali? Mi sa di sì, a giudicare dal livello di superficialità di questi adulti. Da quando un contenuto lo si giudica dal contenitore? Definire quest’uomo “superficiale” è chiaramente un gentile eufemismo. 

E poi, al pari del suo collega , non poteva mancare la parolaccia finale, veramente un atto di classe per qualcuno che si crede un vero intellettuale. 

Seriamente, quanta cultura bisogna avere per parlare così alle soglie del 2018? Non fa pena? 


Anche un cineasta minore come John Michael McDonagh, sostiene la medesima formula: 

“Non guardo più cinecomic al cinema, mi sono stancato. Mi piace magari guardarli mentre viaggio in aereo, su in piccolo schermo, magari bevendo qualcosa, giusto per dare loro la giusta attenzione che meritano. I cinecomic sono film per bambini. È questo che sono. Sono fatti per persone che fondamentalmente sono ancora dei bambini. Oppure sono per un pubblico che non vuole pensare troppo e vuol vedere solo dello spettacolo, e questo va bene, ma non facciamo finta che in fin dei conti non siano per bambini, perché lo sono.


Deadpool almeno è qualcosa che prende una nuova direzione. Così va bene, mi piace, ma comunque non sono interessato a questo genere di film. La maggior parte delle persone li fanno solo per guadagnare soldi.” 

Curioso come salvi e definisca nuovo l’unico film creato come un grande concentrato di divertimento parodistico solo perché abbatte qualche quarta parete, cosa che già il Cico zagoriano faceva ampiamente negli anni ’60. Il meno conosciuto di questi personaggi ci introduce anche un nuovo teorema, quello che demonizza chi fa arte per vile denaro. 

Sì, il denaro sarà vile, ma serve e se l’uomo si è organizzato in una società basata sulla suddivisione dei compiti che gli ha permesso di arrivare sulla Luna ed oltre ed il mio ruolo è quello dell’artista, be’ scusatemi, ma voglio farmi pagare per questo! Intanto possono iniziare questi registi a campare d’aria e di elevata arte cinematografica, ma, a dispetto delle loro asserzioni, non mi risulta che l’abbiano mai fatto. 

Siamo ormai condizionati dall’idea negativa dell’arte mercificata, che non si riesce più a digerire un semplice artista che chieda un compenso, alto o meno, per il suo lavoro : sembrerà sempre che chieda troppo o farà la figura della meretrice (come se quest’ultime non avessero dignità). Dall’altra parte della barricata, invece siamo affollati da aspiranti geni senza il minimo talento che venderebbero la propria madre (se non l’hanno già fatto!) per un pugno di euro in più. 


Su queste “monete di giuda”, un perspicace Mel Gibson presenta un interrogativo potenzialmente interessante: 

“Guardo quei film e mi gratto la testa. Mi lasciano davvero sconcertato. Mi sembra si potesse girare spendendo meno… Si sprecano vergognose quantità di denaro, 180 milioni o più, non si sa neanche come rientrino dopo aver pagato tasse e vari espositori. Quanto hanno speso per Batman v Superman che hanno dichiarato?” 

Leggendo la conclusione però possiamo tranquillamente classificare il tutto come i deliri di un fanatico religioso qual è: 

“Batman V Superman è un vero schifo. Non sono neanche interessato a quella roba. Sapete qual è la differenza tra i supereroi reali e quelli dei fumetti? Quelli veri non portano tute di spandex. Quindi non so, forse è lo spandex a costare molto”



Sono d’accordissimo con te, “chiappe al vento di Arma Letale” Mel, gli eroi veri non portano costumi, ma questi romanzi sequenziali glorificano proprio loro e i loro principi, attraverso il fascino dell’immaginario e dell’avventura. Mi dispiace che tu sia una persona così triste, così priva d’immaginazione da non riuscire a vedere oltre il bel nasone Australiano, nonostante preghi Superman tutte le sere! 


Per il creatore di Terminator e Avatar poi, un film come Wonder Woman, se non è più che buono è addirittura retrogrado. 



“Tutto questo autocompiacimento, questo mutuo scambiarsi pacche sulle spalle a Hollywood quando si parla di Wonder Woman è così sbagliato. È un’icona trasformata in oggetto: sono i maschi di Hollywood che fanno sempre la stessa cosa..(...) 

“Scusate, è Miss Israele [Gal Gadot] e indossa un costume succinto! Era splendida. Per me questo non è un punto di rottura rispetto al passato, queste cose le faceva Raquel Welch negli anni '60. Non credo che Wonder Woman sia stata "avanti" rispetto al proprio tempo perché evidentemente non siamo ancora pronti. 

Non sto dicendo che il film non mi sia piaciuto, ma per me rappresenta un passo indietro. Sarah Connor non era un’icona della bellezza. Era forte, aveva tanti problemi, era una madre terribile e si è guadagnata il rispetto del pubblico grazie alla sua vera grinta. Per .quanto mi riguarda il beneficio che hanno portato personaggi come Sarah è evidente. Voglio dire: metà del pubblico è composto da donne!” 



Evidentemente lo spietato James non ha la minima idea che il concetto di Wonder Woman fosse quello di una donna nel ruolo di un uomo, quello di Superman, alla sua maniera però, bella ed intelligente al contempo, con tutte le ingenuità dell’epoca, certo, e non senza errori, ma lo era! Perché forse sarà difficile da capire per una persona indottrinata come lui e i suoi colleghi, ma una donna se bella deve per forza essere stupida? Al contrario, solo le brutte possono aver cervello? La sua Sarah Connor era più femminista perché sprecava il suo tempo nella mediocrità di un fast food e lì ci sarebbe morta se il buon Schwarzy non sarebbe arrivato per ucciderla? Non è più sessista questo pensiero del naturale maschilismo del proletariato? La cara vecchia Sarah sarà stata sicuramente una grande donna, non lo nego, ma la mia Diana non è da meno in una storia che ci racconta di padri assenti, pacifismo, amore universale e parità di generi - abbiamo quasi rischiato di avere il primo supereroe del grande schermo arcobaleno - se non è questo essere avanti ditemi cos’è! Ma lo capisco, Cameron, in fondo, è un maschio anche lui e sarà stato un po’ troppo distratto dalle grazie della bella attrice protagonista per riuscire a ragionare, per riuscire a capire anche solo un briciolo della trama. 



E questi sono solo alcuni esempi tra i più illuminanti, ma di altri ce ne sarebbe da raccontare. Cercateli: ne troverete molti come Emmerich, Lynch, Smith, o il nostrano Muccino, nel mondo in 16:9. 

La cosa più triste è che come novelli Galactus trasformiamo questi comuni mortali in araldi di una cultura che non hanno mai conosciuto. La maggior parte di queste considerazioni non proviene dalla loro esperienza ed abilità nel raccontare una storia visiva, ma, al contrario, dall’assenza di tutto il resto. Oltre l’artigianato cinematografico, l’incompleta visione del mondo di un’educazione fin troppo specifica e poco adattabile, li confina irreversibilmente nella miseria e povertà intellettuali. 

Mi sembra pazzia eppure, considerato tutta l’ostilità che i comics suscitano anche in menti apparentemente più illuminate, mi vien da pensare che l’idea, neppure tanto originale, scaturita nel 1938 per puro scopo commerciale di intrattenimento, da due immigrati ebrei nella terra dello Zio Sam, di un salvatore alieno che mette al servizio degli altri in modo completamente disinteressato tutte le sue straordinarie capacità sia, ancora oggi, molto più coraggiosa e scomoda di quanto appaia. 


Credo che quest’idea faccia paura , che il bene disinteressato spaventi gli uomini, così piccoli da non riuscire a comprenderne il significato. Formiche dinanzi all’infinito che intuendo nell’ inconscio di non esserne all’altezza lo aggrediscono, cercando di demolire quel promemoria dei loro limiti. 


Avete ancora voglia di andare al cinema?


venerdì 20 ottobre 2017

BD2049



Dopo averci sottoposto ad un attento esame oculistico, che ripropone ogni 20 m. circa, tanto per rassicurarci sulla salute delle nostre diottrie, Blade Runner:2049 non fa rimpiangere minimamente il predecessore. Un interminabile viaggio noir dal battito cardiaco piatto, che rischia di farci fare un bel tour nei reami di Morfeo. Un affresco così talmente distinto da lasciarci indifferenti nel chiederci dove sia il cuore di questo grande schermo. Una narrazione asettica per una storia che avrebbe potuto mutare in un'opera che non c’è. Si ripete lo spreco di tecniche e tecnicismi, talenti e virtuosismi per dei cm di celluloide gettati al vento, dove il buono viene ampiamente asfaltato dal vuoto che lo circonda. Il minutaggio non aiuta a carpire gli ottimi intenti del lavoro di Villeneuve, abile costruttore dell’originale Arrival.

Sceneggiato a suon di telefonate rischia di apparire più banale e scontato di quel che non volesse essere, ma purtroppo non siamo su un'isola di desideri, ma nel mondo reale e le ambizioni devono essere sapute coniugare se si vuol essere definiti come “capaci”.

L’eredità di Scott è troppo pesante per poter rischiare qualcosa di veramente inaspettato e, chiaramente, si punta sul cavallo vincente per poter incassare sicuri e vendere di più nell’home video. Niente di male, ma se ci si fosse sottratti ai cliché e alle retoriche di quel retaggio culturale avremmo avuto una visione degna di questo nome. Un'esperienza visiva non può, oggigiorno, giocare sulla metà del suo potenziale per accontentare i religiosi scottiani. Per fortuna a questa grande impassibilità, (metafora dell’ emozioni di un Ryan Gosling emule del peggior Affleck?) veniamo tenuti a galla da un impensabile Dave “uomo senza collo” Bautista sulle soglie della recitazione, una simpatica fidanzata virtuale e l’ennesimo inquietante Jared Leto, di cui ci sottraggono il piacere di uno scontro finale dell’ultimo livello col “non più” Giovane Hercules.


E poi questo sequel è riuscito a farmi stare simpatico Harrison Ford!

Ne vogliamo parlare?


Ecco ora potete odiarmi.

venerdì 28 luglio 2017

All Hope Is Gone

Credo fermamente che non interagirò più con chicchessia su Facebook o qualsiasi altro cosiddetto social network, o almeno credo che dovrei farlo. Sfruttare la piattaforma per il solo scopo pubblicitario e di profitto, limitandomi a qualche striminzito vocabolo solo se interpellato. So che sarebbe buona norma per la mia salute psicosomatica seguire questo diktat, ma mi conosco troppo bene per sapere che non resisterò a lungo alla tentazione di rispondere per le rime alla prima “cagata pazzesca” che leggerò in qualche post o commento. 

Devo, però, costringermi realmente a questo nuovo codice comportamentale, innanzitutto, come accennato, se tengo veramente alla mia salute, fisica e psicologica.

Non posso accettare ancora di farmi rovinare una giornata solo per avere aperto un “profilo” e aver avuto ancora la speranza di poter condividere un’opinione, una passione, un’emozione con quacluno in termini civili e democratici. Non voglio fare il Kurt Cobain di turno e non ho nemmeno voglia di propagandare un cinismo fin troppo adottato dalla maggior parte della popolazione odierna, ma non posso che esse realista: su Facebook ed in rete, per lo più, non figura quasi alcun individuo con capacità di discussione democratica e scovare le poche eccezioni è veramente troppo faticoso.

Si potrebbe dire che sono io la causa di tutto, che sono troppo permaloso, esagerato, intransigente, ma dalla mia ho una certa esperienza, fatta di continue e disparate combinazioni lessicali, e nessuna di queste ha mai evitato incomprensioni caratterizzate da una forte tensione (per usare un eufemismo) verbali. Lo dico, ovvio, ognuno è libero di pensarla diversamente, ma se tra chi legge c’è chi spero, comprenderà bene la mia posizione.

Ormai, tra la decadenza dell’istituzione Scuola, quasi definitiva dopo la super batosta dei governi Berlusconi, la diffidenza in tutto ciò che è precostituito, al di là di ogni logica possibile o meno, l’esaltazione della violenza concettuale, cui le conseguenti forme fisiche e verbali sono solo veicoli di propagazione virale, ogni buon senso è andato letteralmente “a farsi fottere”.

Gli individui che popolano questa così “libera” rete hanno il solo interesse di suonarsela e cantarsela, di sedare insicurezze adolescenziali, confermare fedi per cui non esitano ad offendere e sollevare muri invece affrontare sereni confronti e diversità, nonostante invero dimostrino d’ignorare le motivazioni della loro militanza e calpestano con vigore ogni pensiero di dissenso. La cosa peggiore è che, il più delle volte, non ne sono neanche coscienti, ma agiscono semplicemente secondo una dinamica cerebrale figlia di un’educazione fatta di assenze più che di una vera mala educazione. E davanti a questo, cosa può un soggetto allevato a democrazia e conoscenza come me? Cosa può una persona cresciuta nel credo del sapere scientifico, della codifica del linguaggio, nel rispetto delle regole, nella politica come momento di confronto e crescita collettiva quando ha davanti a sé chi non ha la minima idea di cosa stia parlando? E ancora una volta, ancor peggio, forse, crede di saperlo e se ne riempie la bocca, ma, come si suol dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ed è proprio così che mi sento, come circondato da sordi ed impotente dinanzi alla loro ignoranza. Una volta mi ero illuso di poter creare un ponte tra me e loro, ma più vado avanti e più mi pare incolmabile. Mi ero convinto che impegnarmi a discutere in termini così difficoltosi mi avrebbe aiutato ad esser più tollerante, a migliorare le mie qualità dialettiche e via dicendo: ero un idiota. Non sono solo i “fenomeni da tastiera”, gli “analfabeti funzionali che credono alle scie chimiche, ma anche e soprattutto i loro detrattori: non vi è una parte realmente migliore, ma un insieme di sette accomunate dal medesimo folle modalità di condotta che non conosce alcun senso di civiltà. Fidatevi di me, i quindici minuti di popolarità wharoliani non ci fanno bene: come per i miliardi, bisogna saperli gestire e non siamo poi così immuni dall’ebbrezza del potere che ci piace criticare a quel politico o all’altr,o come se fossimo migliori.

Le cose stanno così, forse cambieranno forse peggioreranno, ma non voglio più dover piangere, arrabbiarmi, angosciarmi come stasera per persone che non ti ascoltano, ma ti attaccano, che ti additano per quel che fanno loro, che impediscono qualunque argomentazione e non accettano dubbi e critiche se non le loro. Forse sono più ingenuo di quel che penso, forse, anzi, sicuramente, tutto questo non è appannaggio di quel web che ne ha solo concentrato il meglio, ma se esco per strada, se prendo un autobus o se entro in un grande magazzino non vedo i pensieri della gente, a meno che non mi interpellino.

Per questo, per il mio bene, devo ignorare questo mondo virtuale, ma nel frattempo, se c’è qualcuno che capisce quel che dico, non mi lasci solo, si faccia avanti, perché se non è la gente come me ad occuparsi delle nostre realtà non faremo una bella fine.

giovedì 6 aprile 2017

Il Buon Giovane Zio Marty Vs Analfabeti Funzionali




Cos'è che rende il nuovo BGZM (Buon Giovane Zio Marty) della nuova serie a colori di Martin Mystère così riuscito? Molte cose, le citazioni nerd ed alla contemporanea cultura pop, il ritmo televisivo, l’ovvia colorazione digitale di ottima qualità e tanto altro.


Ma vi è un dettaglio che credo gli superi tutti, che il lettore lo avverta o meno lo assorbe: l’anti complottismo. Se il Martin Mystère originale, nei decenni scorsi, si è tascinato, suo malgrado accaniti sostenitori di strampalate teorie anti scientifiche, il giovane Detective dell’ Impossibile non smette di ricordarci quanto sia distante da figuri di questo tipo. Pur senza abbandonare il tipico sapore delle avventure mysteriane cerca di correggere l’ involontario errore del suo avo, almeno, con una dichiarazione d’intenti chiara e determinata.


Certo, bisogna saper ascoltare e non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e probabilmente ci sarà sempre qualche anti vaccinista che leggerà un Martin, ma questo giovane archeologo si mostra privo di quella involontaria ingenuità che nel 1982 attrasse individui anti scientifici verso un fumetto chiaramente pro scienza e cultura. D’altra parte, a quell’epoca, non poi così lontana, la mentalità che minava la logica e la razionalità diffusa dall’istruzione ufficiale, pareva soltanto la bizzarìa sparuta di qualche chiacchiera da bar, con poco potere e ancor meno presa sul pensiero comune. La percezione era quella che ci fosse solo qualche boccalone fissato con x-files senza troppe pretese e niente di più e certo nessuna persona sana di mente avrebbe pensato che questo avrebbe potuto aver un respiro più ampio e ancor meno creare danni costanti alla cultura di massa. Perché in fondo possiamo credere agli alieni, che ci sia un misterioso animale mannaro in Messico chiamato Chupacabra o all’Uomo Falena dell’America degli anni ‘50, se ci fa piacere, ma tutti sappiamo che la Terra è tonda, che l’uomo è andato sulla Luna e che i vaccini ci proteggono dalle malattie, o no?


Oggi, ahimè, abbia visto che il collante di Internet ha reso più coese quelle chiacchiere da bar dello sport, così prese sottogamba qualche decennio fa e ben più comunitarie, a tal punto, da incidere decisamente sul grado di educazione generale, abbassandolo drasticamente. Ovviamente non le uniche cause di questo dato, ma certamente non un grande aiuto al nostro sistema scolastico nazionale. Il Martin Mystère 2.0 si manifesta come un difensore della cultura che brandisce la curiosità a destra e la conoscenza a sinistra, non solo come un rivelatore di scoperte opportunamente occultate da fantasiosi e sedicenti poteri forti, quindi, un’incarnazione più simile ad un Aberto Angela che ad un Indiana Jones, ma non per questo meno avventuroso e avvincente.


 E di un Martin così ne abbiamo più che mai bisogno in una società in cui i 15 minuti di fama di Andy Wharol sono stati protratti a 1140 e il marketing di pensiero conta più del pensiero stesso per riportare un po’ di lume in un’epoca caotica o anche solo per illuderci di non aver perso ancora del tutto la ragione.

martedì 21 marzo 2017

Perfezione, il mio difetto.



Sono un po' giù (motivazioni ininfluenti) e apro Facebook (purtroppo per voi sapete cos'è FB,no?) nell'intento (ufficialmente) di distrarmi un po' nel più breve tempo e modo efficace possibile; in realtà con la voglia subconscia di perdermi per il più lungo tempo possibile senza sentire i morsi di nessun rimorso, esattamente come il più classico degli amanti dell'alcool attaccato al collo di una bottiglia e con la presa ben salda al bicchiere mentre è intento a scrutarne il fondo.




n-esimo post




immagine: 2 vignette, Preacher (di Ennis & Dillon).




Protagonista:-" F#*ç§%= l'auto compatimento. "




Già. Proprio così. Inizio a pensare che per quanto dolce sia l'auto-compatimento farei solo il gioco di chi mi vuole male (ma chi è che me ne vuole realmente? Mi sa nessuno, per fortuna, ma l'idea di un nemico è fortemente legata ad un importanza discreta di te, quindi...) a gongolarmici. Continuo, perciò a pensare a come potrei investirlo, ma è difficile investire in qualcosa che non è poi così futile, che non è tra le peggiori, ma nemmeno così poco grave come si crederebbe. Una cosa che non è una perdita, una violenza, un sopruso fisico, ma più impalpabile, emotivo, che non puoi sfogare direttamente, che è semplicemente una constatazione triste.

Perché oggi mi sono reso conto, come e più di prima, di essere una persona pessima.

Lo so, questo è auto-compatimento ed anche della peggior specie: quella ruffiana (sorrido, finalmente).

Ma cosa volete farci? Dovete portare pazienza. Nonostante quel che sembra non posso prendere altra via.

Sono una persona pessima, dicevo.

Lo sono perché adesso che scrivo e pian piano mi sento meglio e che colgo i primi frutti di questo investimento, mi dispiace doppiamente del dolore causato ad altri e quel che ho ricevuto lo sto scordando e sbaglio forse, ma mi domando se non avrei potuto evitare un passaggio così tortuoso e sofferente per tutti.

Sono una persona pessima, quindi, perché tutto ha giratocome un perno sul mio Ego e per nessuna ragione è valsa la pena.

Pessima, perché mi sento come Superman, come Clark Kent, alieno in un mondo di imperfetti reticenti, solo ed incompreso, sempre a concentrare le mie energie per limitare i danni dei miei poteri, cosa che oggi non ho fatto.

Pessima però perché non ho il carattere paziente e tollerante dell'Uomo d'acciaio, ma uno più duro e severo, uno come Batman, che non perdona niente e nessuno, nemmeno a se stesso.

Pessima in quanto mi basta fin troppo poco per deprimermi, come Aquaman, anche se di ragioni per farlo ne potrei avere da vendere. Come Arthur sono a metà tra tutto, tra ciò che piace al mio istinto e ciò che, invece,piace alla mia logica e non voglio lasciar andare niente, illudendomi di poter creare quei ponti che nessuno vuole.

Pessima perché sono testardo e impulsivo come Lanterna Verde, Hal Jordan, ma non ho la sua forza di volontà, la sua tenacia e il suo spirito di sacrificio, forse nemmeno il suo spirito e basta.

Pessima perché sono cresciuto con valori che nemmeno chi me li ha trasmessi li ha così assorbiti e a cuore e corro, corro, nella speranza che siano utili a qualcosa, per me, ma soprattutto per gli altri. Ma per ora mi affatico senza veder orizzonti di traguardi.

Sono pessimo in quanto dico troppo spesso che lo sono senza crederci veramente, credo anzi troppo nel contrario, come un Luthor meno efferato, meno incisivo, quasi trasparente.

Pessimo, molto pessimo perché ho abbandonato un percorso di psicanalisi convinto di non essere io ad averne bisogno, ma invece molte delle persone che incontro. Forse avevo torto. Forse, ma non ho voluto minimamente considerare l'unica altra opzione possibile: l'omologazione. Abbassare il mio livello di cultura e miei principi in favore di un gruppo a cui appartenere, di una relazione più distesa con famiglia e parenti vari, per una Justice League dei poveri in cui sentirmi a casa.

Avverto ancora il bisogno di averne una, assieme alla mia Mera, ma non posso e non voglio accontentarmi: che Justice League sarebbe senza Giustizia?

Pessimo, perciò, perché non penso abbastanza al mio benessere emotivo, ma punto troppo in alto, ad avere tutto o niente, ma perdonatemi se svendo tutto tranne ciò che mi definisce.

La maggior parte di voi, in fondo, fa il contrario e non la biasimo: la solitudine è una brutta bestia, è Doomsday! Non vi giudico, non troppo, in fondo anche io sono umano, ma i più di voi svendono il rispetto, l'educazione o quello in cui credono per una Suicide Squad, o no? Forse anche solo per una Section Eight.

Pessimo, si diceva, perché sono un mostro, almeno per voi, che non capite o non volete capire, un J'onn J'onnz sceso da Marte, uno Swamp Thing venuto dalla palude, non perché sia migliore, ma al contrario, perché non riesco ad essere peggiore.

Vedete sono pessimo, tra tutti voi, sono tra i più pessimi e se talvolta riesco a sopportare voi, è troppo chiedere di sopportare me, sopportare le mie virtù?

Io ci ho provato, provato e riprovato, ma se ho la rabbia di Atrocitus o Wolverine, il fascismo intellettuale di Sinestro o del Punitore, il cinismo di Constantine, non ho il loro odio, il loro disincanto, la loro freddezza. C'è qualcosa che mi impedisce di andare in fino in fondo, una debolezza per qualcuno, ed è l'amore di Bruce per quel che è giusto, l'esempio di Clark, la passione per la legalità di Barry, la determinazione di Hal, il dovere di Arthur, la forza di Diana.

Spero che perdonerete questi miei difetti, che comprenderete perché sia così limitato, così poco, quanto molto imperfetto.

giovedì 5 maggio 2016

Batman V Superman

“La più grande sfida tra gladiatori nella storia del mondo” è ormai alle nostre porte. Un'attesa snervante ed eccessiva ha tenuto i fan di Superman e Batman, i padri fondatori del genere supereroistico, sul filo del rasoio per mesi e mesi facendo presagire tutto e niente. Le splendide immagini e spot pubblicitari che di tanto in tanto la produzione Warner rilasciava per chi ne seguiva l'evoluzione con fedeltà reverenziale, come un contentino, lo zuccherino opportuno per il cavallo ben domato, alzavano ogni genere di polverone, di critiche come di entusiasmi e fino all'ultimo hanno lasciato col fiato sospeso gli amanti di queste icone del fumetto mondiale.



Il mega incontro su ring hollywoodiano è stato diretto e concepito da quel Zack Snyder del famigerato 300, del discusso Watchmen e del fin troppo criticato Man of Steel, da dove, con una rielaborazione più attuale e contemporanea del mito di Superman la Dc Comics ha voluto (finalmente!) dare una risposta concreta e decisa allo strapotere cinematografico Marvel, l'unica vera concorrente di sempre della casa editrice che ha inventato i supereroi.

                                            

Fino ad ora la pietra di paragone per supereroi al cinema oscillava tra gli appariscenti kolossal di Iron Man e soci e lo stile quasi autoriale della trilogia del Cavaliere Oscuro di Cristopher Nolan, lasciando a Batman v Superman: Dawn of Justice una pesante eredità.
                               
Zack Snyder , però, non è Christopher Nolan, e si vede!

Lo stile barocco e diretto del regista ci immerge totalmente nell'universo Dc Comics senza alcuna possibilità di fuga.

In sala si abbassano le luci e veniamo letteralmente proiettati, scaraventati nel fantastico, ma non meno attuale, mondo di Superman e Batman. Un mondo di alieni, vigilanti, creature mitologiche, immortali, geni miliardari e chi più ne ha più ne metta.

Fotogramma dopo fotogramma si è rapiti da quel famigerato “sense of wonder” da sempre citato come caratteristica primaria di questo tipico intrattenimento americano nella sua versione più epica e mastodontica. La meraviglia regna prima di ogni cosa: ogni minuto che scorre davanti ai nostri occhi ribalta ogni precedente certezza, massacrando la noia in un crescendo di suspence da manuale. In una parola: sorprendente!



L'entusiasmo è la vera poltrona di uno spettatore ignaro della misura e del livello di uno spettacolo insolitamente spettacolare. Tutto è grande ed esagerato, tutto è americano, ma niente è sciocco o lasciato al caso, al massimo un po' dato per scontato, ma in fondo, quando si nasce non è proprio così? Non veniamo forse, spiazzati dall'ordine delle cose che ci appaiono dinanzi, con cui interagiamo con gioia e curiosità, cercando di scoprire e capire un mondo che fino allora non conoscevamo e che, appunto, talvolta ci spiazza e ci rimane oscuro e criptico?

Non è di un film sui supereroi che si parla o di un film tratto da un fumetto, ma di un comicbook riflesso sul grande schermo. Un fumetto di carne ed ossa tangibile come mai prima d'ora, pur evitando di gran lunga il ridicolo dell'effetto cartoon.

Il sapore visionario e mistico della poetica di Snyder, può risultare pesante e non piacere, ovviamente, ma contribuisce ad esaltare il simbolismo che icone, come i protagonisti della pellicola, hanno acquistato in oltre settant'anni di carriera trans mediatica.



La speranza e il senso del dovere di Superman, l'inadeguatezza e la ricerca di un ruolo nelle vesti di Clark Kent, l'intraprendenza e la modernità di donne come Lois Lane e Wonder Woman, la ricerca sfrenata della giustizia e il dolore di Batman/Bruce Wayne, il valore dell'educazione e il principio di famiglia (che spesso supera i vetusti legami di sangue), nonché la continua indagine sull'etica, la morale e l'onestà nella società umana, cardini di una letteratura popolare unica nella sua categoria. Un susseguo di azioni uguale ed inverse, abilmente narrate in una struttura temporale di scatole cinesi e matrioske utilissima ad alleggerire l'immane durata del prodotto, dipingono i due protagonisti come gemelli separati alla nascita, facce della stessa medaglia che non si riconoscono e per questo, cadono.

Superfici speculari l'uno dell'altro, certo, ma non così diverse, nelle loro ragioni e nei loro errori, riflettono le insicurezze e le frustrazioni di tutta la società occidentale contemporanea, assieme alla rabbia e alla paura che ne derivano, ai numerosi interrogativi sul potere e la legge, i diritti e i doveri, senza escludere un carattere metaforico ancora più ancestrale ed atavico che parla direttamente alla cultura popolare comune ad ogni terrestre al di là della sua religione, la sua politica e la sua morale.


                              

VMiller

Vado al cinema. Un grande cinema di una catena di cinema. Varco la soglia con l'intento di prendermi le mie meritate due ore d'evasione con la mia dolce metà dopo una settimana di lavoro operaio. Raccolgo con disinvoltura una mini copia omaggio di una popolare rivista di cinema: del “gratis”, in fondo, non si butta via niente. Tra una quindicina di giorni uscirà il secondo tassello della risposta Dc Comics allo strapotere videoludico di casa Marvel, BatmanVSuperman: Dawn of Justice e non a caso in copertina campeggiano i due maggiori eroi americani in un confronto solenne.

                               

Il periodico del caso, Best Movie, come per ogni altro grande evento degno dei Fratelli Lumières, dedica alla pellicola girata dal Zack Snyder di “300” molte pagine, con interviste e approfondimenti , non solo al film, ma anche alle ultime novità Dc in riferimento a questo incontro- scontro di eroi che, per la prima volta, sbarcherà nelle sale.

                                                     

La prima tra le tante è il secondo sequel di quella graphic novel, ormai miliare, che è “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, che riprende la sua creatura coadiuvato dal bravo collega Brian Azzarello (One Hundred Bullets, Batman, Wonder Woman, Hellblazer) dal deciso titolo di The dark knight III- The master race (Il cavaliere oscuro III- La razza suprema). Ed è qui che trovo qualcosa che mette a dura prova la mia logica vulcaniana.

                                                    

Tra battute, rivelazioni e commenti su quest'ultimo lavoro ho trovato affermazioni che mi hanno stranito e confuso, considerando la lunga esperienza che la coppia di autori ha in questo campo.

“Il Batman hollywoodiano è un uomo ricco, per cui ha molti giocattoli con cui si ritrova a combattere il crimine. - critica Miller per sottolineare la grande differenza con la loro interpretazione del personaggio che così descrive: “E’ motivato dal suo desiderio di portare giustizia nel mondo. Così usa le risorse di cui dispone per diventare il perfetto flagello del crimine. Dunque è uno molto motivato a fare la cosa giusta, l'altro è un bambino con una marea di giocattoli luccicanti.”

Eppure da che mondo è mondo Batman è sempre stato un “ bambino con una marea di giocattoli luccicanti”, anche nel suo “Cavaliere Oscuro”, per quanto più scarno, ma questo non ha mai sminuito la sua determinazione , né l’ha cancellata, poiché, ad osservar bene, è propria questa che lo porta a riempirsi di quei gadget che il buon Frank appare tanto disprezzare e che hanno contribuito non poco ad accrescere la sua popolarità e che sono essenziali per la sua “lotta al crimine con ogni mezzo necessario”. Batman non è un alieno, un semidio, non ha un potente artefatto mistico o extraterrestre e non gli sono stati conferiti legami con misteriose forze fisiche del pianeta, è solo un uomo e come potrebbe, diversamente, adempiere alla sua sacra missione nel migliore dei modi? Se si vuol esser obbiettivi la componente alla McGyver ha sempre accompagnato il mito dell'uomo-pipistrello, che questa sia stata rappresentata del suo solo ingegno in situazioni che rasentano la sopravvivenza, o frutto della sinergia tra questo e la fortuna di aver i giusti mezzi economici per portare a termine ogni sua idea. Una strada non è migliore dell'altra perché entrambe sono Batman e Batman è sin dal suo esordio entrambe le strade.

Capite perché, sicuramente sbagliando, non lo escludo, ma mi sia sentito un po' colpito nel vivo, come se questo grande autore dalla sua poltrona dorata di vignette e balloon ci voglia convincere che una storia, come quella raccontata da Nolan, Burton o perfino Schumacker non sia la Verità religiosa dell'uomo pipistrello di cui, al contrario, lui è il portatore esclusivo. Un ossimoro, in primis, poiché il crociato di Gotham è la figura anti-fede e pro-scienza per eccellenza nel panthenon Dc. Questo atteggiamento è, infatti, tutto quello che Batman, grazie anche allo stesso Miller, combatte tra le pagine e dalle pagine delle sue avventure: il fanatismo, l'ignoranza e l'arroganza. Fanatismo perché, come sarà ancor più chiaro nelle frasi che riporterò a breve, il signor Miller sembra porsi come l'unico detentore del significato del pipistrello (quando ce ne sono a migliaia racchiusi in quest' unico ancestrale e semplice concetto); ignoranza perché non sembra (e sottolineo sembra) in grado di giudicare con obbiettività le versioni del personaggio che si allontanino troppo dal suo gusto personale e arroganza nel voler prevaricare su questi stessi lavori ed amori di colleghi e lettori giudicandoli con sufficienza e approssimazione.

Non pago, poi, ha da vomitare rancore, come c'era da aspettarsi, anche per l’Uomo d’Acciaio:

“Voglio vedere il Superman partorito nel corso di notti insonni dalla vivida immaginazione di due ragazzi a Cleveland, Ohio, alla fine degli anni '30. Quando Hitler non aveva ancora invaso la Polonia- e di fatto nessuno lo aveva mai sentito nominare -, il nostro paese attraversava la Depressione che poi ha colpito tutto il mondo e Superman sembrava una risposta a quel momento – e fino a qui sembrerebbe che abbia ben chiaro l'idea di Superman- Non voglio vedere questo tizio con la tuta ricoperta di squame, che balbetta in aria invece di volare ed è invulnerabile a qualsiasi minaccia al mondo”

Ed ecco qui l'ennesima sentenza milleriana: parlando di squame, è facile capire il riferimento alla texture (nonostante di forme squamose non ce ne sia nemmeno l'ombra) del costume del fin troppo criticato Man of Steel con Henry Cavill, e questo non può che farmi aumentare rabbia ed amarezza. Ci ricorda il sogno di un raddrizzatorti sopra ogni parte che porti speranza e salvezza in un mondo pieno di sofferenza di due autentici sognatori, amanti della fantascienza e della fantasia, per poi denigrare con assurde motivazioni quali un costume, ovviamente di una fattura più accettabile per i canoni contemporanei e un ambiguo “stare per aria a balbettare” (ma in quale scena de L'uomo d'acciaio sarebbe successo tutto questo, caro Miller?) invece di volare (ma stare in aria e volare non sono la stessa cosa?), il superuomo che rappresenta esattamente questi elementi nel prequel dell'imminente Dawn of Justice.

La questione si aggrava quando, da quella stessa bocca, escono parole di grande valore come le seguenti :

“Superman è un concetto meraviglioso. E' un'idea unica e perfetta. Può esser lanciato contro soffitti e pareti, giù per le scale, ma non puoi spezzarlo! Lo stesso vale per Batman. Sono aperto. Sono aperto ad ogni tipo d'interpretazione. La versione di Brian (Azzarello) è buona, la mia versione è buona... anche Adam West andava bene! Se vogliamo trovare un elemento di contrasto tra i due. Fondamentalmente Superman è un bambino che è stato adottato. Un bambino che ha acquisito dei genitori. E fondamentalmente Batman è un personaggio che li ha persi.- Quindi se guardi i momenti chiave delle loro vite ti accorgi che uno è caratterizzato da speranza e amore, e l'altro, beh, dall'orrore. -Per questo è ancora in giro. Vogliamo ancora che qualcuno dia una lezione ai bulli. E per questo ameremo sempre Batman. E credo che Batman sia connesso a noi a un livello ancor più primitivo di quanto non lo sia Superman.”

                                     

Quindi, Frank, fammi capire, sei aperto a qualsiasi interpretazione, addirittura puoi accettare Adam West (beh, a chi non piace, d'altronde?), ma L'uomo d'Acciaio non va bene, il Batman cinematografico nemmeno e per quale motivo, di grazia? Solo perché lo hai deciso tu o grande Dio dei comics? No grazie, ma io non ci sto, come non ci sto ogni qual volta che mi trovo davanti a dubbi intellettuali dei fumetti virali, virtuali o reali che criticano senza conoscere, o senza aprire gli occhi, che non accettano di continuare a crescere credendo già di sapere e dimenticando la base eterna della conoscenza, il rispetto e l'umiltà: la differenza che corre tra Clark Kent e Lex Luthor.

In fondo non è una cosa importante, ma come può un uomo che ha così ben tratteggiato in più di un’ occasione questi eroi, che riesce a riassumere così bene la loro essenza in poche frasi, negare l'evidente bellezza di altre opere ? Come può esser così cieco e non riuscire a superare degli evidenti limiti culturali senza rendersi conto che così facendo va contro ogni valore racchiuso sia in Superman che in Batman? L'ennesimo paradosso è che pellicole come Man of Steel e BatmanVSuperman devono molto alla firma che ha lasciato in questi fumetti, ma nonostante tutto, non lo colpiscono, per motivi che non riesco affatto a carpire. Perché non riesco a capire la mente contorta di questo grande autore e non voglio far facili accuse d'invidia e selinità, ma certamente una cosa mi è chiara: chi come lui detiene un potere , per quanto minimo, un’ influenza su un pubblico (per quanto piccolo) e, chiaramente, un certo livello culturale, è doppiamente colpevole nel seminare germi d'ignoranza così acuta, peccando di cotanta superficialità ed egoismo, permettendo che il gusto personale offuschi un parere sicuramente più tecnico ed obbiettivo di cui sarebbe certamente capace, solo per appagare un sentimento infantile, non dissimile, guarda caso, da uno dei tanti che anima Batman, che impedisce a priori di accettare il cambiamento attorno a noi.

Tutta la mia delusione deriva dal continuo errore dell'animo umano nel riporre fiducia in nostri simili che condividono alcune nostre idee, come se questo bastasse a render d'oro ogni cosa che toccano, ad elevarli allo status di quegli idoli da cui la Bibbia ben c'insegnava a guardarci. Un errore mio, che, nonostante l'abbia evidenziato da tempo, non riesco a smettere di ripetere, chissà, forse perché umano è sperare in un salvatore, kryptoniano o meno, che porti in alto, dove noi non possiamo, le nostre idee e valori, o non riuscire ad accettare che l'autore di un prodotto che apprezzi non sia perfetto come l’opera che ha generato. Per questo, preferisco sempre più seguire quei pochi che giudico davvero meritevoli dalla mia attenzione, quegli autori, non eccelsi, forse, ma che sanno aver misura e più onestà di alcune superstar dell'ambiente e seguire il nome di un’icona dal giusto metro morale, come questi talvolta sbeffeggiati supereroi , che correr dietro al nome di sedicenti artisti e divi di un media che, a mio dire, ne ha sempre meno bisogno.