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martedì 6 ottobre 2020

Oro-b-Oro

Il termine capolavoro è dannatamente soggettivo e relativo, finché , almeno non vi è un'élite che ne definisce i parametri. Sarà per questo che Tenet, il “cosiddetto” flop firmato Christopher Nolan mi ha travolto come un treno in retromarcia, o forse perché, a me, l'élite, stanno maledettamente sulle ruote motrici.

Oggi poi, orfano di una casta di critici degna di essere denominata tale (e neanche minimamente all'avanguardia), farsi condizionare da pareri di chi semplicemente ha voglia di tirar sfere di sterco su chi, al contrario di lui, è capace di creare qualcosa, è solo uno spreco di tempo.

Il mondo dell'intrattenimento attuale manipola, divide e conquista il proprio pubblico con trailer, annunci, teaser, hype, sino a giungere al paradosso di uno spettatore che non si fa più un giudizio, ma ne viene plasmato. Nel mondo dell' ”invasione delle ultraserie”, in cui ogni giorno siamo investiti da una quantità di storie (come non mai probabilmente la storia umana ha registrato), abbiamo perso il valore delle basi accademiche della narrativa, in una smania di rottura, che è così diffusa e omologata da diventare solo un nuovo sistema senza più nulla da dare. Solo l'equilibrio tra i due estremi può dare risultati eccellenti e, quando è un architetto certosino come Nolan a tenere la bilancia, non dobbiamo aver paura che un piatto penda più dell'altro.

L'ennesima brillante intuizione del padre della trilogia del Cavaliere Oscuro, in linea con le mode del momento, pescando un po’ da Dark (una delle serie Netflix più riuscite) e un po’ da 007, presenta una personale versione del genere spionistico ed un omaggio all'avventuroso e appassionante romanticismo di Sir James Bond.

Non potevamo chiedere di meglio per consolarci di questo orribile 2020!

Carismatico e riconoscibile, come solo le grandi rielaborazioni di generi e dinamiche narrative sanno essere, con uno stile visivo (e non) nuovo ed autoctono, ci racconta una storia classica (si dice “vecchia” solo se è cucita male), in modo fresco ed avvincente, aggrappandosi a giganti quali Asimov e Shakespeare.

Con poche parole ed una semplice, ma azzeccatissima idea, Nolan crea un intero universo da cui potremmo trarre serie, fumetti, romanzi, film pressoché infiniti.

Le telefonate allo spettatore sono salienti rimandi e trepidanti attese di stampo giallistico e non banalità (ancora una volta, questo termine verrebbe utilizzato se avessimo una sceneggiatura scritta coi piedi), in un sorprendente gioco metanarrativo di almeno tre livelli, che ci conduce ad un traguardo metafisico e filosofico.

Ed il bello è che questo rewind nolaniano non ci annoia un secondo, ci fa viaggiare per le terre della fantasia, dell'emozione e dell'elucubrazione intellettuale, senza fermarsi un momento, senza lesinare esplosioni, inseguimenti d'auto, combattimenti, sparatorie e tutti i colpi dell'action più americano e caciarone sulla piazza, ovviamente con l'originale visione di Chris.

Tenet è l'ennesima potenza di un "Attacco al potere" e al contempo un "L'esercito delle 12 scimmie", in stile british ma pieno di adrenalina, come poche pellicole sanno essere. Godetevi quest'esperienza culturale unica (magari al cinema in una sala Imax, fidatevi), che non ritroverete tanto presto in altri film (a questo livello, o meno) e scegliete voi se è o non è un capolavoro: non fate decidere a qualche casa cinematografica concorrente, toccate con mano, pensate con la vostra testa e divertitevi nello scoprire se vi piace.

In ogni caso sarà “andata com'è andata”. 


venerdì 20 ottobre 2017

BD2049



Dopo averci sottoposto ad un attento esame oculistico, che ripropone ogni 20 m. circa, tanto per rassicurarci sulla salute delle nostre diottrie, Blade Runner:2049 non fa rimpiangere minimamente il predecessore. Un interminabile viaggio noir dal battito cardiaco piatto, che rischia di farci fare un bel tour nei reami di Morfeo. Un affresco così talmente distinto da lasciarci indifferenti nel chiederci dove sia il cuore di questo grande schermo. Una narrazione asettica per una storia che avrebbe potuto mutare in un'opera che non c’è. Si ripete lo spreco di tecniche e tecnicismi, talenti e virtuosismi per dei cm di celluloide gettati al vento, dove il buono viene ampiamente asfaltato dal vuoto che lo circonda. Il minutaggio non aiuta a carpire gli ottimi intenti del lavoro di Villeneuve, abile costruttore dell’originale Arrival.

Sceneggiato a suon di telefonate rischia di apparire più banale e scontato di quel che non volesse essere, ma purtroppo non siamo su un'isola di desideri, ma nel mondo reale e le ambizioni devono essere sapute coniugare se si vuol essere definiti come “capaci”.

L’eredità di Scott è troppo pesante per poter rischiare qualcosa di veramente inaspettato e, chiaramente, si punta sul cavallo vincente per poter incassare sicuri e vendere di più nell’home video. Niente di male, ma se ci si fosse sottratti ai cliché e alle retoriche di quel retaggio culturale avremmo avuto una visione degna di questo nome. Un'esperienza visiva non può, oggigiorno, giocare sulla metà del suo potenziale per accontentare i religiosi scottiani. Per fortuna a questa grande impassibilità, (metafora dell’ emozioni di un Ryan Gosling emule del peggior Affleck?) veniamo tenuti a galla da un impensabile Dave “uomo senza collo” Bautista sulle soglie della recitazione, una simpatica fidanzata virtuale e l’ennesimo inquietante Jared Leto, di cui ci sottraggono il piacere di uno scontro finale dell’ultimo livello col “non più” Giovane Hercules.


E poi questo sequel è riuscito a farmi stare simpatico Harrison Ford!

Ne vogliamo parlare?


Ecco ora potete odiarmi.

giovedì 5 maggio 2016

Batman V Superman

“La più grande sfida tra gladiatori nella storia del mondo” è ormai alle nostre porte. Un'attesa snervante ed eccessiva ha tenuto i fan di Superman e Batman, i padri fondatori del genere supereroistico, sul filo del rasoio per mesi e mesi facendo presagire tutto e niente. Le splendide immagini e spot pubblicitari che di tanto in tanto la produzione Warner rilasciava per chi ne seguiva l'evoluzione con fedeltà reverenziale, come un contentino, lo zuccherino opportuno per il cavallo ben domato, alzavano ogni genere di polverone, di critiche come di entusiasmi e fino all'ultimo hanno lasciato col fiato sospeso gli amanti di queste icone del fumetto mondiale.



Il mega incontro su ring hollywoodiano è stato diretto e concepito da quel Zack Snyder del famigerato 300, del discusso Watchmen e del fin troppo criticato Man of Steel, da dove, con una rielaborazione più attuale e contemporanea del mito di Superman la Dc Comics ha voluto (finalmente!) dare una risposta concreta e decisa allo strapotere cinematografico Marvel, l'unica vera concorrente di sempre della casa editrice che ha inventato i supereroi.

                                            

Fino ad ora la pietra di paragone per supereroi al cinema oscillava tra gli appariscenti kolossal di Iron Man e soci e lo stile quasi autoriale della trilogia del Cavaliere Oscuro di Cristopher Nolan, lasciando a Batman v Superman: Dawn of Justice una pesante eredità.
                               
Zack Snyder , però, non è Christopher Nolan, e si vede!

Lo stile barocco e diretto del regista ci immerge totalmente nell'universo Dc Comics senza alcuna possibilità di fuga.

In sala si abbassano le luci e veniamo letteralmente proiettati, scaraventati nel fantastico, ma non meno attuale, mondo di Superman e Batman. Un mondo di alieni, vigilanti, creature mitologiche, immortali, geni miliardari e chi più ne ha più ne metta.

Fotogramma dopo fotogramma si è rapiti da quel famigerato “sense of wonder” da sempre citato come caratteristica primaria di questo tipico intrattenimento americano nella sua versione più epica e mastodontica. La meraviglia regna prima di ogni cosa: ogni minuto che scorre davanti ai nostri occhi ribalta ogni precedente certezza, massacrando la noia in un crescendo di suspence da manuale. In una parola: sorprendente!



L'entusiasmo è la vera poltrona di uno spettatore ignaro della misura e del livello di uno spettacolo insolitamente spettacolare. Tutto è grande ed esagerato, tutto è americano, ma niente è sciocco o lasciato al caso, al massimo un po' dato per scontato, ma in fondo, quando si nasce non è proprio così? Non veniamo forse, spiazzati dall'ordine delle cose che ci appaiono dinanzi, con cui interagiamo con gioia e curiosità, cercando di scoprire e capire un mondo che fino allora non conoscevamo e che, appunto, talvolta ci spiazza e ci rimane oscuro e criptico?

Non è di un film sui supereroi che si parla o di un film tratto da un fumetto, ma di un comicbook riflesso sul grande schermo. Un fumetto di carne ed ossa tangibile come mai prima d'ora, pur evitando di gran lunga il ridicolo dell'effetto cartoon.

Il sapore visionario e mistico della poetica di Snyder, può risultare pesante e non piacere, ovviamente, ma contribuisce ad esaltare il simbolismo che icone, come i protagonisti della pellicola, hanno acquistato in oltre settant'anni di carriera trans mediatica.



La speranza e il senso del dovere di Superman, l'inadeguatezza e la ricerca di un ruolo nelle vesti di Clark Kent, l'intraprendenza e la modernità di donne come Lois Lane e Wonder Woman, la ricerca sfrenata della giustizia e il dolore di Batman/Bruce Wayne, il valore dell'educazione e il principio di famiglia (che spesso supera i vetusti legami di sangue), nonché la continua indagine sull'etica, la morale e l'onestà nella società umana, cardini di una letteratura popolare unica nella sua categoria. Un susseguo di azioni uguale ed inverse, abilmente narrate in una struttura temporale di scatole cinesi e matrioske utilissima ad alleggerire l'immane durata del prodotto, dipingono i due protagonisti come gemelli separati alla nascita, facce della stessa medaglia che non si riconoscono e per questo, cadono.

Superfici speculari l'uno dell'altro, certo, ma non così diverse, nelle loro ragioni e nei loro errori, riflettono le insicurezze e le frustrazioni di tutta la società occidentale contemporanea, assieme alla rabbia e alla paura che ne derivano, ai numerosi interrogativi sul potere e la legge, i diritti e i doveri, senza escludere un carattere metaforico ancora più ancestrale ed atavico che parla direttamente alla cultura popolare comune ad ogni terrestre al di là della sua religione, la sua politica e la sua morale.


                              

mercoledì 24 giugno 2015

La Terra del Domani

Avete trovato un oggetto sconosciuto tra la vostra biancheria? Una specie di bottone di cui non ricordavate l'esistenza è apparso sulla vostra scrivania? Un piccolo pezzo di metallo tra i vostri ultimi spiccioli? Un cerchietto rosso e blu dalla strana apparenza vintage? Vi siete ritrovati senza come né quando a roteare un mistero sottoforma di spilletta come un novello Due Facce?

Se non è successo niente di tutto questo smettete di leggere e catapultatevi subito a rovistare tra i vostri panni sporchi, potreste avere qualche sorpresa e non voglio esser certo io a rovinarvela.

Al contrario, starete già stringendo tra le mani una T bluastra e un po' rovinata e sporca senza esser per forza un aiutante adolescente di vistosi combattenti del crimine e comprenderete facilmente il mio pensiero.

Per anni ho cercato di dare una definizione a quel che pensavo potesse esser l'unica filosofia vincente, l'unica politica, scelta o rivoluzione possibile. Disgustato da molte cose, mi ero illuso di altrettante, non così diverse. Ho sprecato fin troppe energie a servizio di cause ingenuamente sopravvalutate, ma in cambio qualche piccola verità l'ho scovata. La fantasia e il sogno sono veramente qualcosa di speciale. Se credessi in un dio oserei dire che siano il lato divino dell'uomo, la prova che deriviamo da qualcosa di superiore.

Immaginate lo stupore, quindi, nel vedermi sparate in faccia tutte le risposte che abbia mai cercato compresse in una: l'imbarazzo per la mia stupidità fu imminente, mi ero perso in sofisticati labirinti quando era sempre stata là, a portata di mano, semplice e chiara davanti ai miei occhi. Non mi sarei mai aspettato d'incontrarla nel buio di una sala distrattamente sprofondato in una delle tante poltroncine anonime assegnate al mio fondo schiena.

Avrei dovuto saperlo, si trova ciò che si cerca non appena si abbandona ogni speranza.

-"Tutto è possibile. Se camminassi e vedessi un ragazzo con un jetpack volare sopra di me penserei che tutto è possibile, ne sarei ispirato. Questo non renderebbe il mondo migliore?-"

Eccola qui la morale delle morali, l'idea unica dietro ad ogni storia, la lezione definitiva di Disney, ma non solo, di Apuleio, di Dante, di Orwell, di Omero, di Virgilio, di Collodi e chi più ne ha più ne metta. Il messaggio primario di chiunque si sia mai accinto a raccontare o anche solo comunicare azioni, eventi, concetti e sensazioni. L'eredità ultima del padre di Topolino, nonché lo slogan subliminale insito in ogni creazione del suo impero:

“Quel che ispira, meraviglia fa sognare, induce curiosità e voglia di conoscenza migliora noi e tutto quel che abbiamo intorno. Più di un mantra, un comandamento o una fede, un attento dato scientifico.”

Una verità che, nel mondo di oggi, potrebbe apparire alquanto scomoda. In una società ormai disincantata da eroi decostruiti, cinica come i suoi personaggi di successo e fin troppo accomodata da una tecnologia invadente, questo pensiero potrebbe non diventare molto popolare. Eppure le persone dimostrano di voler fantasticare continuamente investendo molti dei loro risparmi in fumetti, film e videogiochi; ma se oggi certe  sfumature, oscure, vendono più di altre è proprio per questa volontà di un pubblico nello sfruttare la fantasia per fuggire dalla propria prigione di problemi quotidiani e non di usarla per affrontarli con risoluzione.
Ecco perché durante la mia visita alla Terra del Domani del sindaco Bird ho sentito questa immensa città come un qualcosa di estremamente coraggioso.

Un’ enorme equazione vivente a cui si arriva mano nella mano con la sua ambasciatrice bambina, Athena, incaricata di scortarci in questo prezioso tour turistico. E non potrebbe essere diversamente. Il nome non è scelto a caso: Athena, come la dea greca delle sapienza e dell'astuzia (tra le altre cose), spesso accorsa in aiuto ai giovani eroi della mitologia ellenica. Il domani è il futuro, il futuro sono le idee di oggi e queste cosa sono se non speranze? Speranze per un domani migliore e il nostro domani non sono, da sempre, i bambini, i giovani? Quelle creature dall'innato portamento a sperare unito ad una spaventosa razionalità, paradossi senzienti, che necessitano imprescindibilmente dell'educazione dell'adulto per far fruttare il loro ottimo fiuto. La prima legge che ho conosciuto in questa società si fonda sul binomio indissolubile tra due delle età dell'uomo : ogni cittadino bambino è tenuto ad esser il simbionte di un cittadino adulto, nutrito ed allevato nei migliore dei modi e l'uno non si può separare mai dall'altro.

Al contrario, non si potrà costruire nessuna Tomorrowland, nessun domani.



Tra i principi costituenti, poi, non si lascia spazio a nessun tipo di fanatismo. Nerd incontrollabili, fan sfegatati, patiti fondamentalisti di ogni fenomeno di costume mai esistito non sono certo ben voluti.
Inaccettabili agenti segreti del cinismo che mascherano con una sedicente competenza di critica, bramando solo il potere dei loro eroi e non il loro esempio. Avidi Paperon de’ Paperoni che accatastano idoli ed amuleti fuori moda nella vana speranza di ottenere ciò che non potranno mai avere, attraverso feticci e logiche primitive. Infanti troppo cresciuti che ostentano in ogni occasione la loro cieca fedeltà alla causa, illusi che questo li identifichi come i soli custodi di una risorsa comune, novelli sacerdoti di una religione da un paradiso mai promesso a cui tentano di avvicinarsi comprandolo, gadget dopo gadget. Sono considerati tra i nemici più pericolosi della città-stato, perché subdoli ed ingannatori, apparentemente innocui nelle loro vesti di entusiasti sostenitori di un sogno o d'un altro, ma sono poi i virus che lo abbattono.

Lupi inconsapevoli travestiti da ottenebrati agnelli, portatori sani di una pandemia per cui non v'è cura, untori incoscienti di una peste culturale.

Quando il giovane e l'infante si perdono nell'uomo e nella donna che saranno lungo la strada verso Tomorrowland, per la crescita verso una vera maturazione non solo fisica, ecco cosa rimane: stalker, padroni e violenti compagni di un amante che rivestono continuamente di lividi e cicatrici in nome di un amore tale solo di nome.

Athena, accompagnandomi per i grandi viali del futuro me lo ha spiegato bene.
Il vero atto di sognare non sta nella sola immaginazione, ma nella volontà perpetua di realizzarla.
La volontà, che piaccia o meno, si può nutrire soltanto con spinte propositive, di speranza, positività e determinazione. Potrà apparire poco realistico o inattuale a degli ordinari terrestri come noi, ma tutto quel che è figlio del pessimismo non porta che a un binario morto. Per i geniali cittadini di questa metropoli non c'è differenza tra uno scienziato o un artista, tra chi ha più o meno melanina, tra cristiani o musulmani, ma esiste un unico comune denominatore: la ricerca.

Non ci si può arrendere, smettere di cercare, nonostante (o soprattutto) si sia gli unici a farlo, o per quanto la situazione appaia irreparabile. L'atto stessa della ricerca ci farà crescere, maturare e trovare un tesoro, forse non il nostro tesoro, ma sicuramente un discreto patrimonio. Abbandonando ogni ottimismo si rischia inevitabilmente di precluderci a nuove e possibili idee, di contribuire al contagio del fanatismo e a condannare all'oblio, senza ombra di dubbio, intere culture.



Per questo arrendersi è severamente punito dalle loro leggi, è forse il crimine più grave.

Alla fondazione di questa Roma del sapere c’è stato un chiaro intento di allontanarsi dalle molte restrizioni, nonché distrazioni che la nostra società, con politiche corrotte e umanamente imperfette, pone al massimo sviluppo delle arti e delle scienze. Oggi, chi migra qua è spinto soprattutto dal volersi lasciare alla spalle l'indifferenza e il vuoto di molti individui dei nostri tempi, che sempre più somigliano agli zombi dei film horror. Lanterne Grigie, più che nere, il cui contributo al futuro del pianeta è prossimo allo zero e la cui sola esistenza può provocare rabbia e disgusto tra i cittadini del domani, riuscendo a distruggere, a distanza di intere dimensioni, anche un’ utopia ben congegnata come questa.

Ora molte cose sono cambiate e tutto non potrebbe andar meglio, ma questa landa porta ancora addosso i segni di ciò che molte storie ci insegnano: le insidie maggiori si annidano proprio nel cuore del paradiso. Ancora una volta Athena mi ha mostrato quanto gli sia costato dare ascolto a chi si affidava fin troppo ciecamente al futuro, o meglio, ad un futuro, senza un minimo accenno di speranza. A chi cioè ascoltava solo la logica ed aveva perso la capacità di sognare. A chi beneficiando dei frutti delle idee altrui aveva abbandonato ogni volontà. A chi, sdegnato dal mondo circostante aveva esaltato il difetto più grande di quest’utopia: l'isolamento dalla società. Probabilmente il loro errore più grave, quello della superbia e dell'arroganza, li ha spinti in un’ autarchia rovinosa salvandoli tanto dai crack finanziari mondiali, quanto dal rinnovamento di quelle risorse fondamentali a qualunque paese per evolvere, prosperare. Lontano dai difetti quanto dai pregi e perdendo di vista l'equilibrio delle cose. Preoccupandosi solo del loro nuovo mondo artificiale senza affrontare la realtà quotidiana dei comuni terrestri fatta di politica, guerre, crisi.

Chiudersi in un élite esclusiva convinta di una propria superiorità sulla base di parametri auto definiti ha trasformato il futuro in un fossile presente. Il domani non è mai arrivato sulla terra perché non è mai stato condiviso, ma nascosto, celato per il solo timore egoistico che fosse rovinato dall'accidia della condizione umana.



Le idee e i sogni devono esser condivisi, mostrati alla società per comporre il futuro pezzo, dopo pezzo come un gigantesco mosaico di cui potremo godere solo una volta completato. Ogni frammento posto sulla calce darà l'ispirazione necessaria per porne un altro e quale saranno le forme e i colori di questo murale sarà solo una nostra decisione. Una nostra volontà. Apritevi e aprirete le porte del domani, schiudetevi e sboccerà il futuro.

Esternare per combattere l'epidemia dell'ignoranza, della pigrizia e dell’ individualismo infettando con il sapere, la conoscenza e l'altruismo.

Certo, per un contagio così capillare ci vuole costanza e non pigrizia, sacrificio e non comodità, fiducia e non vittimismo, ma se, recati in visita in questo piccolo e stupefacente staterello statunitense, resterete di stucco davanti alle sue meraviglie e vi domanderete come possiamo replicare e migliorare tale fantasia, sappiate che la risposta risiede in tutto quel che vi hanno insegnato a tacciare per buonismo facendovi dimenticare le coordinate della reale evoluzione dell'uomo, ormai bloccata al glorioso Impero Romano.

Non abbiate vergogna a sperare, a sognare, a conoscere,a costruire i vostri desideri, nonostante le mode, le sconfitte e le difficoltà e in un batter d'occhio staremo ad ammirare i bastioni di Orione sotto le scintillanti guglie di una torre d'avorio.



giovedì 19 febbraio 2015

Birdman

"Io sono Birdman.
Tutti noi siamo Birdman. 



Eh sì, ho visto Birdman. Il pluricandidato film del regista messicano Alejandro Inarritu. 
Uno di quei cineasti (lo so, avrei dovuto scrivere filmaker, oggi è molto più in voga, ma l'unico vintage che adoro è quello lessicale) famosi per pellicole cosiddette d'autore e solitamente distanti dalla massa. Per questo ho trovato la visione stimolante, coraggiosa ed originale, soprattutto perché, se pur di una grande, grandissima qualità tecnica, non è affatto perfetto.

Stimolante grazie al suo lato più snob, quello che spinge a ricercare nuove forme di cinema senza porsi troppi problemi, al suo meta-racconto che lambisce cinema, teatro e fumetto (anche se quest'ultimo in minima parte), proponendosi come un piatto per palati esperti, per quelle élites ristrette che amano crogiolarsi in un "ce le scriviamo e ce le cantiamo" perpetuo, alienandosi volontariamente dalla società solo per ricrearne un'altra al suo interno né migliore, ne' peggiore, solo un po' più superba, con altrettante sfere di potere ed altrettante opinioni pilotate.

Coraggiosa perché sostanzialmente contiene verità ineluttabili, sparate a raffica sulla faccia degli spettatori, come pallottole di una gigantesca mitragliatrice cinematografica, sul mondo dello spettacolo, dei palchi e delle luci all'occhio di bue, di chi li calca e di chi ci si illumina, ma sopratutto di chi giudica e di chi pensa di saper giudicare.

Originale perché gioca sin dal trailer con l'attualità dell'intrattenimento, con le sue nuove croci e delizie, le sue più recenti maschere, di quei cambiamenti di gattopardiana memoria affinché niente cambi veramente e con cui diverte e si diverte, mescolando realtà e finzione, agitandoti davanti un'esca irresistibile solo per farti finire nella sua rete di domande e questioni, che altrimenti non avresti ascoltato.

Una commedia grottescamente realistica che ci mostra un paio di verità tanto negate quanto inconfutabili.

Il mondo dello spettacolo è un ricettacolo di individui insicuri ed egoisti che hanno bisogno di mutare pelle in continuazione per sentirsi anche minimamente realizzati, non dissimili dai drogati che affollano i centri di disintossicazione. Certo, ci sono grandi eccezioni e mille sfumature, ma pochi sono quei geni totali esenti da così umani difetti; anche perché, come per la maggior parte delle categorie, generalizzare sarebbe sbagliato se non fossero i componenti stessi di tali specifiche cerchie a rinverdire continuamente lo stereotipo che aleggia sul loro clan senza far nient'altro che aderire ad un comportamento precostituito, senza riflettere, senza pensare, ma abbandonandosi in esso come una nuova culla placentare in cui dormire illusioramente protetti dai disastri del mondo esterno. Il più delle volte è perché sono esattamente come sembrano, perché hanno bisogno o vogliono esserlo, sacrificando volentieri la loro originalità pur di sentirsi parte di qualcosa che sia giusto o sbagliato, poi, poco importa. Per il resto,semplicemente, è l'ambiente che tende a cambiarti o ad espellerti come un corpo estraneo in un organismo ben collaudato. E così l'organismo non evolverà mia, non muterà, non cambierà e non si rafforzerà restando con l'unica scelta a sua disposizione: sopravvivere alla lotta per la sopravvivenza seminando odio ed antagonismo, nella speranza di aizzare gli uni contro gli altri cosicché il loro posto nella catena alimentare sociale si possa conservare invariato e riparato come sempre sotto il solito dogma.

Il mondo della critica non è semplicemente composto da individui che hanno fallito nel coronare i loro sogni e si sono arresi, ripiegandosi su un ruolo meschino e vigliacco, in cui ci si arroga il diritto di giudicare, con sadico divertimento, gli sforzi del prossimo, sentendosi liberi da ogni dovere, sentendosi un dio in terra in grado di esaltare o vanificare ogni opera anche solo per mero capriccio, ma sicuramente è anche così. Ed in buona parte gode ad essere così, rivestendo i panni del sacerdote di una presunta religione chiamata arte, in cui chi va contro il suo vangelo è eretico e condannato senza possibilità di appello.


E l'ultima e più grande verità è che non esiste confine tra volgare e colto e non potrà esistere fin tanto chi si considera superiore agli effettivi istinti sciocchi e grezzi della massa non ricerca altro che le stesse emozioni , solo un po' meno dirette, un po' più mascherate, un po' più false, un po' più ipocrite. Non potrà mai esistere vera differenza se chi ha cultura è solo un mero contenitore di essa e si limita a crogiolarsi tra paroloni e pose senza distinguersi veramente dal popolino. Non potrà esistere se non un diverso modo di cedere alle comode lusinghe dei nostri difetti, un modo più sofisticato, ma partorito dalla medesima ignoranza. Non potrà esistere fino a che chi ha i mezzi per fare la differenza resta a guardare dalla propria finestra, inscenando numerosi e straordinari spettacoli in costume, nutrendo copiosamente il proprio ego, al sicuro lontano da ogni piazza, da ogni parlamento, da ogni teatro di ogni vero cambiamento.      


Ma forse è proprio questo il senso dell'arte, poter esprimere quel che non si può dire, tra la righe di ben altro, per svuotare una coscienza satura, senza ferire ne' esser feriti, alla ricerca disperata della conferma che il nostro pensiero non sai solo il vaneggiamento di un disadattato.