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venerdì 28 luglio 2017

All Hope Is Gone

Credo fermamente che non interagirò più con chicchessia su Facebook o qualsiasi altro cosiddetto social network, o almeno credo che dovrei farlo. Sfruttare la piattaforma per il solo scopo pubblicitario e di profitto, limitandomi a qualche striminzito vocabolo solo se interpellato. So che sarebbe buona norma per la mia salute psicosomatica seguire questo diktat, ma mi conosco troppo bene per sapere che non resisterò a lungo alla tentazione di rispondere per le rime alla prima “cagata pazzesca” che leggerò in qualche post o commento. 

Devo, però, costringermi realmente a questo nuovo codice comportamentale, innanzitutto, come accennato, se tengo veramente alla mia salute, fisica e psicologica.

Non posso accettare ancora di farmi rovinare una giornata solo per avere aperto un “profilo” e aver avuto ancora la speranza di poter condividere un’opinione, una passione, un’emozione con quacluno in termini civili e democratici. Non voglio fare il Kurt Cobain di turno e non ho nemmeno voglia di propagandare un cinismo fin troppo adottato dalla maggior parte della popolazione odierna, ma non posso che esse realista: su Facebook ed in rete, per lo più, non figura quasi alcun individuo con capacità di discussione democratica e scovare le poche eccezioni è veramente troppo faticoso.

Si potrebbe dire che sono io la causa di tutto, che sono troppo permaloso, esagerato, intransigente, ma dalla mia ho una certa esperienza, fatta di continue e disparate combinazioni lessicali, e nessuna di queste ha mai evitato incomprensioni caratterizzate da una forte tensione (per usare un eufemismo) verbali. Lo dico, ovvio, ognuno è libero di pensarla diversamente, ma se tra chi legge c’è chi spero, comprenderà bene la mia posizione.

Ormai, tra la decadenza dell’istituzione Scuola, quasi definitiva dopo la super batosta dei governi Berlusconi, la diffidenza in tutto ciò che è precostituito, al di là di ogni logica possibile o meno, l’esaltazione della violenza concettuale, cui le conseguenti forme fisiche e verbali sono solo veicoli di propagazione virale, ogni buon senso è andato letteralmente “a farsi fottere”.

Gli individui che popolano questa così “libera” rete hanno il solo interesse di suonarsela e cantarsela, di sedare insicurezze adolescenziali, confermare fedi per cui non esitano ad offendere e sollevare muri invece affrontare sereni confronti e diversità, nonostante invero dimostrino d’ignorare le motivazioni della loro militanza e calpestano con vigore ogni pensiero di dissenso. La cosa peggiore è che, il più delle volte, non ne sono neanche coscienti, ma agiscono semplicemente secondo una dinamica cerebrale figlia di un’educazione fatta di assenze più che di una vera mala educazione. E davanti a questo, cosa può un soggetto allevato a democrazia e conoscenza come me? Cosa può una persona cresciuta nel credo del sapere scientifico, della codifica del linguaggio, nel rispetto delle regole, nella politica come momento di confronto e crescita collettiva quando ha davanti a sé chi non ha la minima idea di cosa stia parlando? E ancora una volta, ancor peggio, forse, crede di saperlo e se ne riempie la bocca, ma, come si suol dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ed è proprio così che mi sento, come circondato da sordi ed impotente dinanzi alla loro ignoranza. Una volta mi ero illuso di poter creare un ponte tra me e loro, ma più vado avanti e più mi pare incolmabile. Mi ero convinto che impegnarmi a discutere in termini così difficoltosi mi avrebbe aiutato ad esser più tollerante, a migliorare le mie qualità dialettiche e via dicendo: ero un idiota. Non sono solo i “fenomeni da tastiera”, gli “analfabeti funzionali che credono alle scie chimiche, ma anche e soprattutto i loro detrattori: non vi è una parte realmente migliore, ma un insieme di sette accomunate dal medesimo folle modalità di condotta che non conosce alcun senso di civiltà. Fidatevi di me, i quindici minuti di popolarità wharoliani non ci fanno bene: come per i miliardi, bisogna saperli gestire e non siamo poi così immuni dall’ebbrezza del potere che ci piace criticare a quel politico o all’altr,o come se fossimo migliori.

Le cose stanno così, forse cambieranno forse peggioreranno, ma non voglio più dover piangere, arrabbiarmi, angosciarmi come stasera per persone che non ti ascoltano, ma ti attaccano, che ti additano per quel che fanno loro, che impediscono qualunque argomentazione e non accettano dubbi e critiche se non le loro. Forse sono più ingenuo di quel che penso, forse, anzi, sicuramente, tutto questo non è appannaggio di quel web che ne ha solo concentrato il meglio, ma se esco per strada, se prendo un autobus o se entro in un grande magazzino non vedo i pensieri della gente, a meno che non mi interpellino.

Per questo, per il mio bene, devo ignorare questo mondo virtuale, ma nel frattempo, se c’è qualcuno che capisce quel che dico, non mi lasci solo, si faccia avanti, perché se non è la gente come me ad occuparsi delle nostre realtà non faremo una bella fine.

martedì 21 marzo 2017

Perfezione, il mio difetto.



Sono un po' giù (motivazioni ininfluenti) e apro Facebook (purtroppo per voi sapete cos'è FB,no?) nell'intento (ufficialmente) di distrarmi un po' nel più breve tempo e modo efficace possibile; in realtà con la voglia subconscia di perdermi per il più lungo tempo possibile senza sentire i morsi di nessun rimorso, esattamente come il più classico degli amanti dell'alcool attaccato al collo di una bottiglia e con la presa ben salda al bicchiere mentre è intento a scrutarne il fondo.




n-esimo post




immagine: 2 vignette, Preacher (di Ennis & Dillon).




Protagonista:-" F#*ç§%= l'auto compatimento. "




Già. Proprio così. Inizio a pensare che per quanto dolce sia l'auto-compatimento farei solo il gioco di chi mi vuole male (ma chi è che me ne vuole realmente? Mi sa nessuno, per fortuna, ma l'idea di un nemico è fortemente legata ad un importanza discreta di te, quindi...) a gongolarmici. Continuo, perciò a pensare a come potrei investirlo, ma è difficile investire in qualcosa che non è poi così futile, che non è tra le peggiori, ma nemmeno così poco grave come si crederebbe. Una cosa che non è una perdita, una violenza, un sopruso fisico, ma più impalpabile, emotivo, che non puoi sfogare direttamente, che è semplicemente una constatazione triste.

Perché oggi mi sono reso conto, come e più di prima, di essere una persona pessima.

Lo so, questo è auto-compatimento ed anche della peggior specie: quella ruffiana (sorrido, finalmente).

Ma cosa volete farci? Dovete portare pazienza. Nonostante quel che sembra non posso prendere altra via.

Sono una persona pessima, dicevo.

Lo sono perché adesso che scrivo e pian piano mi sento meglio e che colgo i primi frutti di questo investimento, mi dispiace doppiamente del dolore causato ad altri e quel che ho ricevuto lo sto scordando e sbaglio forse, ma mi domando se non avrei potuto evitare un passaggio così tortuoso e sofferente per tutti.

Sono una persona pessima, quindi, perché tutto ha giratocome un perno sul mio Ego e per nessuna ragione è valsa la pena.

Pessima, perché mi sento come Superman, come Clark Kent, alieno in un mondo di imperfetti reticenti, solo ed incompreso, sempre a concentrare le mie energie per limitare i danni dei miei poteri, cosa che oggi non ho fatto.

Pessima però perché non ho il carattere paziente e tollerante dell'Uomo d'acciaio, ma uno più duro e severo, uno come Batman, che non perdona niente e nessuno, nemmeno a se stesso.

Pessima in quanto mi basta fin troppo poco per deprimermi, come Aquaman, anche se di ragioni per farlo ne potrei avere da vendere. Come Arthur sono a metà tra tutto, tra ciò che piace al mio istinto e ciò che, invece,piace alla mia logica e non voglio lasciar andare niente, illudendomi di poter creare quei ponti che nessuno vuole.

Pessima perché sono testardo e impulsivo come Lanterna Verde, Hal Jordan, ma non ho la sua forza di volontà, la sua tenacia e il suo spirito di sacrificio, forse nemmeno il suo spirito e basta.

Pessima perché sono cresciuto con valori che nemmeno chi me li ha trasmessi li ha così assorbiti e a cuore e corro, corro, nella speranza che siano utili a qualcosa, per me, ma soprattutto per gli altri. Ma per ora mi affatico senza veder orizzonti di traguardi.

Sono pessimo in quanto dico troppo spesso che lo sono senza crederci veramente, credo anzi troppo nel contrario, come un Luthor meno efferato, meno incisivo, quasi trasparente.

Pessimo, molto pessimo perché ho abbandonato un percorso di psicanalisi convinto di non essere io ad averne bisogno, ma invece molte delle persone che incontro. Forse avevo torto. Forse, ma non ho voluto minimamente considerare l'unica altra opzione possibile: l'omologazione. Abbassare il mio livello di cultura e miei principi in favore di un gruppo a cui appartenere, di una relazione più distesa con famiglia e parenti vari, per una Justice League dei poveri in cui sentirmi a casa.

Avverto ancora il bisogno di averne una, assieme alla mia Mera, ma non posso e non voglio accontentarmi: che Justice League sarebbe senza Giustizia?

Pessimo, perciò, perché non penso abbastanza al mio benessere emotivo, ma punto troppo in alto, ad avere tutto o niente, ma perdonatemi se svendo tutto tranne ciò che mi definisce.

La maggior parte di voi, in fondo, fa il contrario e non la biasimo: la solitudine è una brutta bestia, è Doomsday! Non vi giudico, non troppo, in fondo anche io sono umano, ma i più di voi svendono il rispetto, l'educazione o quello in cui credono per una Suicide Squad, o no? Forse anche solo per una Section Eight.

Pessimo, si diceva, perché sono un mostro, almeno per voi, che non capite o non volete capire, un J'onn J'onnz sceso da Marte, uno Swamp Thing venuto dalla palude, non perché sia migliore, ma al contrario, perché non riesco ad essere peggiore.

Vedete sono pessimo, tra tutti voi, sono tra i più pessimi e se talvolta riesco a sopportare voi, è troppo chiedere di sopportare me, sopportare le mie virtù?

Io ci ho provato, provato e riprovato, ma se ho la rabbia di Atrocitus o Wolverine, il fascismo intellettuale di Sinestro o del Punitore, il cinismo di Constantine, non ho il loro odio, il loro disincanto, la loro freddezza. C'è qualcosa che mi impedisce di andare in fino in fondo, una debolezza per qualcuno, ed è l'amore di Bruce per quel che è giusto, l'esempio di Clark, la passione per la legalità di Barry, la determinazione di Hal, il dovere di Arthur, la forza di Diana.

Spero che perdonerete questi miei difetti, che comprenderete perché sia così limitato, così poco, quanto molto imperfetto.

lunedì 24 agosto 2015

Amici d'infanzia

Sin da quando ho memoria sono sempre stato rapidamente catturato dalle storie, le fiabe, i racconti, sotto ogni forma in cui fossero scritti, illustrati o cantati. Le parole mi incantavano e le immagini mi rapivano senza mai smettere di farlo. Prima di esser invaso dalle costruzioni dei rapporti sociali già mi attiravano i frutti della fantasia su due o più dimensioni, i figli del reame fantastico davanti ai quali non potevo rimanere indifferente: lo stupore che mi donavano era immenso e per la mia acerba materia grigia uno stimolo infinito, di cui potevo godere appieno senza le restrizioni di una coscienza dominata da vari preconcetti. I mostri mitologici e gli animali parlanti mi seducevano come poco altro, le riproduzioni della realtà in forme e colori tanto piatte quanto vive mi sorprendevano, i draghi e i mutanti, i robot e i cyborg, i morti che ritornavano e i baccelli dal sesto pianeta erano già entrati a far parte di me in una frenetica ricerca dei sensi verso quel che più era astratto, irreale e diverso. Elementi così estranei al mondo,non certo meno bello o emozionante, che avevo imparato a conoscere mi attraevano a tal punto da non poterne fare a meno. E come avrei potuto resistere? Una palestra intellettuale così efficiente e variegata dove mai avrei potuto ritrovarla? Pensare, assistere, conoscere quegli esseri animati su uno schermo alle quattro del pomeriggio, le peripezie dei tanti personaggi che affollavano riviste e giornali sparsi per casa, o ascoltare le ben più reali e drammatiche avventure dei miei nonni al crepuscolo di una giornata afosa e sopratutto ripensare, sognare e inventare altrettanti mondi e creature dopo ogni esperienza fu una ginnastica unica e irripetibile per ogni mio neurone. Il famigerato sense of wonder (senso di meraviglia/stupore) che gli anglofoni solitamente apostrofano riferendosi alle storie dei loro supereroi, fu l'esca per il mio giovine intelletto, ma fu solo grazie ai contenuti nascosti tra un'esplosione e un raggio laser che non mi stancai facilmente di quel mondo così lontano nelle forme, quanto vicino nelle sue viscere.

Passo dopo passo crescevo circondato da molti libri e tanti Topolino, le parodie Disney alla Domenica (dopo un'abbondante colazione e una doverosa funzione religiosa), i telefilm di Zorro, i giochi di Solletico, i cartoni dopo pranzo e nell'arco di tutta al giornata e molto altro di questo genere che divennero ben presto un'amabile routine.


Quando incontrai Zagor mi conquistò non solo per le esotiche e fantasiose avventure, ma sopratutto per i suoi incrollabili ideali. Ci sono storie che si possono apprezzare per la loro originalità, per la dinamica dello svolgimento o per l'innovazione, se presente, indipendentemente dalle politiche e filosofie espresse dai loro personaggi, ma raramente una vicenda ti si lega al cuore con lacci di sangue e muscoli, filamenti di nervi e pelle, stretta come un' edera rampicante, se non ci s'immedesima almeno un pochino in uno o più dei suoi protagonisti. Uno dei modi più facili ed immediati per farlo è sicuramente ritrovare tra queste pedine una morale o un' etica (o l' assenza di queste ) che ci ricordi la nostra. Non mi stupisco, quindi, che dopo molto tempo, il bonelliano Spirito con la Scure ancora rimanga saldo nel mio personale olimpo degli eroi e so perché, quando mi ci avvicinai, quella mattina di festa, incuriosito da quella copertina in cui era intento ad affrontare un fantasioso uomo uccello pellerossa che gli si scagliava contro in picchiata, come la più feroce delle aquile, ne fui così colpito.
Sapevo poco e nulla di quel guerriero dalla casacca rossa, ma in un riquadro poco più grande di una consueta fotografia di allora si potevano percepire tutte le caratteristiche del suo mito: l'estremo miscelare dei più svariati generi in nome di una passione per la fantasia nel senso più ampio del termine, l'unico ingrediente che rende ogni avventura degna di esser letta, assieme ad un incrollabile spettro di principi che mai si vendono per nessuna ragione. Il coraggio ed un onestà ragionevole ed indubbia al servizio di un sistema solo apparentemente eluso erano lì, sotto gli occhi di tutti, rappresentati da quel simbolo che ricordava le moderne mitologie delle strips americane con i loro Phantom, Tarzan e Batman.
Se ora impazzisco dietro calzamaglie e mantelli è colpa di un grande imprenditore italiano spinto da certe suggestioni d'oltreoceano a creare il nostro “supereroe” più longevo (ma non unico, badate bene!), nel tentativo di regalare ai giovani dei sessanta un amico un po' più fresco del solito Tex.
La scintilla scoccata con la versione edulcorata degli anni ottanta di quattro letali tartarughe antropomorfe maestre nell'arte dei ninja, più originali e stravaganti (ma anche molto meno raffinate, a guardare l'opera originaria) del solito giustiziere, è stata ampiamente ravvivata e mantenuta grazie a letture nostrane, esplodendo in un vero e proprio incendio di sensazioni che mai, per fortuna, ha dato riposo alla mia mente.
Il viaggio, iniziato con buona grazia del caso, non è stato affatto lineare, anzi, è mutato come i venti con cui si scontrano spesso i veri uomini di mare. La bussola è cambiata ad ogni “porto” della mia esistenza e se, al momento di salpare, salutavo dal ponte dei simpatici mostri verdi con un intelletto pari a Leonardo Da Vinci seduti in banchina, ora, nonostante la fine spero sia ancora molto distante, scorgo all'orizzonte un profilo sempre più gustoso di una terra che non conosco ma chiaramente ben diversa dai luoghi fino ad ora visitati.

Ho camminato per le strade di un' oscura città sorvegliata da un altrettanto oscuro cavaliere e nella sua lucente gemella protetta da un benevolo uomo volante.
Ho incontrato un ragazzo ragno appollaiato in un vicolo del Queens e stretto la mano ad una bandiera vivente che si ergeva a difesa di un sogno mai cominciato.
Ho riso di gusto con un azzurro lupo di campagna ed un incompetente pera malandrina di città.
Ho cavalcato per una frontiera americana rude e dura, inasprita dai suoi esoterici segreti e indagato l'incubo con un impossibile detective nei dintorni di un villaggio di pazzi Galli e tanto altro ancora, a dir poco incredibile.
Esperienze tra le più più disparate, le tappe di questa mia traversata, in apparenza immiscibili se non opposte, invero unite dal collante più forte che ci possa essere: quel forte senso di appartenenza che si può provare solo dinanzi a un nostro simile, quella compassione, tipico seme dell'amicizia, che sorge immediata davanti alla rappresentazione di quel che è in sintonia con le nostre sensibilità.
Come avrebbe mai potuto conquistarmi quel vecchio albo di Zagor se non avesse contenuto almeno una parte di quell'educazione con cui ero stato cresciuto? Come, mi chiedo, altri personaggi avrebbero attirato la mia attenzione così tanto se non esprimesservessero espresso, volenti o nolenti, i miei stessi principi? La risposta credo sia elementare. Per questo quando faccio la conoscenza di qualcuno che ammette di preferire un Joker ad un Batman, sebbene non sia certo un reato, mi viene da pormi almeno qualche domanda, nessuna delle quali carina o rassicurante. I cattivi sono belli, si sa, specie alcuni rispetto ad altri e servono, sin dall'alba dei racconti a far risaltare la figura dell'eroe, ma per quanto quanto possano affascinare non ci dovrebbe esser alcuna ragione per stimarli più dei protagonisti.
Invece ci sono sempre più persone, o così pare, che preferiscono personaggi scorretti e violenti, se non totalmente votati al male, anche quando pescano tra le schiere dei cosiddetti eroi.
In adolescenza, non nascondo di aver avuto una grande infatuazione per il Joker, storica nemesi di Batman, ma, maturando, la mia preferenza verso il pipistrello di Gotham si è decisamente consolidata, tanto per fare un esempio.
Non c'è niente di nuovo sotto il sole, probabilmente, se non una storia vecchia come il mondo, ma vi chiederei di fare un gioco, se ne avete voglia : scrivete su un foglietto i vostri personaggi preferiti e di fianco il perché lo sono, poi, nel rigo sotto, il loro modus operandi, chiamiamolo così, e di fianco, nuovamente quel che pensate di queste azioni e confrontatele infine con le motivazioni della vostra preferenza.
Prendetela come una piccola seduta psicanalitica fai da te, semplice, economica e diretta.
Chissà che non abbiate qualche, amara, sorpresa.

sabato 13 giugno 2015

Stanco

Sono stanco.

Stanco di forum, youtubers, web comic e tutte le miriadi fan page che affollano Facebook.

Stanco dei social network, dei siti e dei fotografi improvvisati che improvvisamente si accorgono di tutti gli usi errati di obbiettivi e grandangoli in ogni dove, anche nella pellicola più idiota.

Stanco d'individui che ricercano disperatamente fama e gloria senza il minimo sacrificio, ispirati da sol fatto di possedere una webcam ed un allaccio ad Internet.

Stanco di questi appassionati di ogni cosa, persino dell' "arte di cambiar le ruote in autostrada" (che non va sottovalutata), che si sentono in dovere di farci sapere per forza i loro pensieri, per forza su ogni benedetta notizia del loro piccolo mondo esclusivo finendo tristemente per esser l'uno la fotocopia dell'altro.

Stanco di chi pensa di piazzarsi davanti ad una telecamera per poter far un video dedicato a qualche supereroe in circolazione.

Stanco delle orribili voci cacofoniche che, inevitabilmente, escono da questi video! Voci con una dizione imbarazzante, dagli accenti sballati e dall'esposizione di testi e discorsi pari a quella di un bimbo delle elementari.

Senza offesa per chi frequenta le scuole elementari, eh!

Stanco, stanchissimo di questi canali video che si fagocitano e prosperano vicendevolmente: un cerchio vitale chiuso e continuo dove ci si entusiasma (o ci si scanna) per una scala di valori distorta in cui ciò che sarebbe importante è effimero e l'effimero è l'unico dio che conta.

Stanco di ogni accidente di fan che vuole farci conoscere ogni cavolo di personaggio con maschera e mantello come se fosse l'unico in circolazione a parlarne! Come se nessun altro l'avesse fatto prima! E come se lo facesse con un minimo di personalità!

Stanco di vedere, sentire e leggere recensioni di fumetti dal sedicente Punitore di turno, pronto esecutore d'autori, senza la più piccola briciola d'obbiettività.

Stanco di osservare quanto si pensi che basti aver una testiera per poter scrivere, aprire un blog, esser romanzieri, ma soprattutto giornalisti! Stanco di tutti questi siti che si occupano di fumetti, libri, film e altro, talmente amatoriali da sembrare una barzelletta. Qualcuno non ha ancora capito, ad esempio, che per scrivere articoli di supereroi non basta esser appassionati di supereroi. Qualcuno di voi si farebbe operare di tumore al rene da un meccanico? Non credo. Eppure questi ambiziosi spazi di ritrovo per appassionati in rete continuano semplicemente ad annoverare nelle loro file fanatici che hanno tutto, fuorché il minimo senso della lingua italiana. E questo tanto per elencare la cosa meno grave.

Stanco, stanchissimo, quindi, di tutti quelli che le seguono senza la minima critica e depresso nel constatare quanta ignoranza ci sai dietro di loro.

Stanco degli infinitesimali fumetti gratuiti sul web e stanco di scoprire ogni volta quanto la qualità di questi prodotti sia inversamente proporzionale al prezzo che pago per leggerli.

Stanco, non perché qualche dilettante non possa fare un fumetto e metterlo in piazza con la speranza di poter trovare un editore, ma per la totale assenza di talento che si cela dietro a questo. Il talento, poi, non è affatto l'unico neo, a giudicare dai siti affollati da lavori così mediocri, il cui unico denominatore comune sembra quello di copiare idee già funzionanti e ormai vecchie. C'è da domandarsi perché gli addetti ai lavori non abbiano il coraggio di pronunciarsi incisivamente, anzi quasi incoraggiano questi prodotti piuttosto scadenti.

Nessuno nasce e vola, ma non per questo dobbiamo lasciar a piede libero nuove leve che fan dell'uso improprio di matite e pennelli un vanto generazionale. Possibile che sia l'unico a rendersene conto? Dimenticavo, ahimé, che nessun pescivendolo tirerebbe dietro pesci ai suoi clienti solo perché non hanno idea su come cucinarli. Lo capisco, fin troppo bene, ma non c'è un modo di trovar un compromesso? Dobbiamo sopportare per molto cose come strisce porno maschiliste di frustrati convinti di esser i nuovi Manara? Dimenticavo, sono solo io che sopporto, per gli altri è tutto molto normale. Posso farmene una ragione, ma, effettivamente mi sento stanco.

Stanco dei tanti e bravissimi, invece, illustratori che però non sono diversi da un programma Mediaset di seconda serata. Disegnatori impeccabili che insistono a farsi strada con la comodo scappatoia di un erotico che non sfigurerebbe su Striscia la Notizia, Il grande fratello o nelle pubblicità dei numeri hot per uomini soli. Maestri del segno che sprecano la loro arte per simulacri degni delle peggiori produzioni pornografiche, senza se e senza ma. Stanco e triste, a pensar a questo, pensar che non sempre certe capacità siano sinonimo d'intelligenza e purtroppo, ultimamente, sto verificando, sempre più, il contrario.

Stanco, stanchissimo, praticamente moribondo delle mille sentenze senza alcuna base scientifica e conoscitiva che appestano l'intero globo virtuale. Stanco di chi parla solo per sfogarsi, di chi giudica senza sapere, ma sopra ogni cosa di chi non è capace di argomentare le sue idee, di sostenere una conversazione, finendo squallidamente per offendere nei modi più beceri.

Stanco sì, ma non ancora stanco di dir la mia.

Stanco, ma non abbastanza da non poter criticare. E che importanza ha se qualche nerd sfigato vuole fare un video e rendersi ridicolo in qualche modo? Posso sempre lasciarlo cuocere, a fuoco lento, nel suo insipido brodo.

Stanco, non del tutto però, non per tentar di far capire lo sbaglio di chi sbaglia, l'importanza di una discussione civile esente da ogni forma di violenza verbale.

Stanco forse, ma non di godermi la vita ed, in nome di questo, ancora fermo nell'ammettere la mia superbia, in quanto non mi dispiacerebbe trovarmi davanti a persone preparate nel far lo stesso.


Quel che mi stanca veramente è quel che è inammissibile: la volgarità delle parole, dei termini e la mancanza di maturità, che trovo continuamente sulla mia strada. Per questo, però, so bene che non troverò una cura, ma almeno lasciatemi il diritto di punzecchiare, di deridere se necessario, infastidire, per quanto non sia bello, l'ignoranza e la disonestà che ammorbano ad ogni alba ogni mia speranza.

sabato 25 aprile 2015

L'insospettabile ordinarietà della violenza.

Due cani. Un'auto. Un padrone. Una manovra in retromarcia. Un parcheggio deserto. Guinzagli troppo lunghi. La sensazione improvvisa di avere un bersaglio a quattro zampe nello specchietto retrovisore di quell'arma mobile che ti ritrovi sotto il sedere. L'indifferenza di chi se ne doveva curare. Una frenata per evitare l'irrimediabile. Un' osservazione cauta e legittima figlia dello spavento di "quel che poteva accadere". Uno sguardo storto, colmo d'odio e di arroganza. Una risposta visiva e gestuale, immobile e rigida, quanto dura ed irruenta.
E chi stringe fra le mani un manubrio in simil-pelle non può che sentirsi come se avesse disturbato un Dio, un re intoccabile, risvegliato una crudele ed antica divinità. Il commento verbale dell'adirata entità al seguito dei suoi Cerbero non è da meno. Ed ecco che una gentile osservazione negli interessi di tutta una comunità viene avvertita come un attacco personale ed ingiustificabile, come se si fosse arrecato un oltraggio da lavare con il sangue all'onore stesso della persona; come se le logica legge non esistesse, non valesse più niente, come se il ruolo dei tutori dell'ordine fosse da mettere alla berlina, un superfluo fregio nell'amministrazione della società privo di qualunque valore; come se ognuno fosse padrone incontrastato degli spazi pubblici, muovendosi come nel bagno di casa propria, invece che considerarli di tutti e non solo suoi. Spazi pubblici, appunto, cioè della comunità intera; spazi dove, cioè, è bene tener conto delle esigenze del nostro prossimo prima che delle proprie. E così viene avvertito come violato, con quell'arroganza denunciata nelle modeste parole dell'altro, un bene non proprio, si tenta di spaventare, accompagnando i gesti con vistose urla colme di rabbia, cercando d'instillare paura, sorprendendo chi ha avuto la sola colpa di muovere un'educata osservazione nella tutela, non solo della propria sfera privata, ma anche per l'incolumità di quegli esseri non umani che si è messo, incoscientemente, in una condizione di probabile pericolo. Si agisce offendendo, pesantemente, come se la ragione ce lo permettesse, come se la si avesse questa ragione, minacciando, chiaramente, puntando dita e scoperchiando fauci, ringhiando come forse si sarebbe voluto che facessero quei cani e come, sopra ogni cosa, si fosse gli unici ad agitarci, ad esser mossi dall'odio, dalla vendetta di fronte ad un vero colpo alla nostra dignità, ai nostri diritti personali e non con una banale combinazione di parole più che prevedibile, ma con una furiosa violenza verbale e d'intenti.
E tu, quando il tuo unico peccato è stato di far valere un piccolo diritto in modo sereno e diplomatico nell'orticello di casa tua, non puoi non sentire l'istinto che ti spinge ad assalire, a sferrare, ad uccidere, non puoi ignorare la voglia di prevaricazione che la prepotenza subita ti ha lasciato.
È impossibile far finta di niente, rincasare sereni, se si è umani: non possiamo che sentirci oltraggiati, impotenti e vittime. Siamo terrorizzati, per le minacce nel pensare che un individuo si permetta questo e perché ci siamo resi conto di non aver alcuna tutela dinanzi a persone così. Persone che non rispettano alcuna legge, nessun compromesso di convivenza, prepotenti di quartiere piccoli abbastanza da non coinvolgere i tutori dell'ordine, se non quando è ormai troppo tardi, e grandi abbastanza da rovinarti la vita. Cani sciolti che non puoi controllare, pronti a far qualsiasi e letale pazzia.
Non sono come te, tu che non hai urlato quando potevi perché non è educato, che hai cercato di rimanere calmo quando volevi ucciderlo, perché non è giusto; tu che, infine, hai cercato di spiegarti in modo calmo anche se ti tremava la voce dal nervoso, perché in fondo non conviene andar contro quella che è la legge. La razionalità ti salva, provocare chi non comprende ed è pronto a far quel che non si dovrebbe per proteggere la sua sfera privata. Ti salva, ma non ti aiuta. Non aiuta a stare più calmo, a non sentirsi feriti da un'ingiustizia che mai si risolverà. Per te, per la fiducia nelle tue capacità, per la tua integrità di uomo e per tutto quello in cui credi ed in cui sei cresciuto. Non si può non salire le scale di casa non sognando un salvatore, che con classe, ripaghi con la stessa moneta chi, effettivamente, ti ha fatto violenza senza che tu potessi far molto. Non si può non immaginare la soddisfazione se un messia alieno riparasse alla prepotenza subita con straordinari poteri cosmici. Non si può non sentire il bisogno di un crociato incappucciato che piombi su chi ti ha mancato di rispetto e lo avvolga tra le ombre del suo mantello per fargli assaggiare la sua stessa medicina. O di un angelo custode che in un batter d'occhio avesse posto fine alla diatriba lasciando in mutande quell'avventore così nevrotico. Di un luminoso agente dell'ordine che scenda dal firmamento al momento giusto a risanare una giustizia mancata. Di un prode leader che difenda le giuste regole di un intera comunità tramite il tuo personale caso. Ed ancora, potrei dire, di un nobile capitano che ponga il suo scudo tra te e i pericoli alla tua libertà personale, di un diavolo guardiano che colpisca di notte chi sbaglia di giorno, un amichevole protettore di quartiere, di un verde mostro che faccia per te quel che non puoi fare, di un imprenditore in armatura che vigili su quel rispetto che non dovrebbe mai venir meno.
Questa è la risposta a chi domanda quale sia il gusto nel seguire le avventure di “raddrizza torti” in spandex e calzamaglia. Si può davvero resistere al loro fascino, per quanto sbagliato, di fronte non ai problemi mondiali, ma a queste frustranti reati quotidiani ed impunibili? È veramente più umano far finta di essere superiori e distanti da questo sentimento, od accettare questa debolezza della specie tentando di migliorarci seguendo buoni modelli di cittadinanza, quali i vari Clark Kent, Bruce Wayne, Barry Allen o Arthur Curry, mentre appaghiamo la nostra naturale propensione al far west tramite i loro alter ego mascherati nell'attesa che un Hal Jordan riesca a far il suo lavoro, grazie anche al coraggio di una denuncia?

Ecco perché i fumetti di supereroi sono i miei preferiti: perché, nonostante tutto quel che se ne può dire, sono i più incisivi sulla nostra vita ordinaria, sono quelli che più si occupano di lenire la naturale frustrazione del moderno uomo comune. Fanno divertire, fanno pensare e aiutano come uno psicologo, se usati a dovere. Possono indicare la strada se si sa leggere tra le loro righe in una continua discussione della società occidentale contemporanea. Non tutti si può essere della medesima opinione, ma è in momenti come questi, quando palpo in prima persona quanta miseria vile e cattiva si nasconda negli angoli più reconditi dell'uomo comune, che comprendo quanto umana e logica sia l'esistenza di un tale genere e, perché no, delle infinite religioni di questa terra. E non mi vergogno di confessare quanto bisogno ne abbia, né, sovra ogni cosa, di sperare che un Superman mi venga a salvare.

sabato 14 marzo 2015

Gremlins di seconda mano.

Parliamoci chiaro, tutti ci sentiamo dei grandi critici, me compreso.
E parliamoci chiaro, la facilità di pubblicazione che ha in internet qualsiasi forma d'informazione non ha fatto altro che far proliferare blog, pagine, forum, canali e quant'altro, non sempre di grande qualità, non sempre utili e molto spesso dannosi per la loro disinformazione.
Col tempo sono cresciute generazioni di lettori, ascoltatori e telespettatori così ansiosi di dir la loro in merito al proprio programma o fumetto preferito, da partorire una critica ufficiosa quasi più autorevole di quella ufficiale. Una voce che parte dalla pancia del pubblico vero, quello pagante, che fa smuovere i dati di vendita di editori o di ascolto di show televisivi e, per questo motivo, assai più importante di qualche studioso del media e per a cui conviene dare credito al fine di una miglior vendita dei prodotti. E come dar torto a questi produttori? Anche a me importerebbe ben poco se il mio spettacolo o libro venisse definito alla stregua di una barzelletta di bassa lega, quando riesco a costruirmi ville e piscine (o semplicemente ad avere una vita dignitosa senza passare dalla fabbrica di paese) grazie ai suoi proventi? Il vero problema, si sa, è che, a forza di dar retta al solo guadagno, dettato dai tamarri gusti dei più , si è inevitabilmente impoverito il canone, faticosamente guadagnato nel lungo percorso iniziato con il secondo dopo guerra, dell'intrattenimento contemporaneo, ormai globale, intrecciato ed interattivo: un parco giochi molto più esteso, con più possibilità ed alla portata di ogni tasca, quanto molto più prevedibile, piatto e codardo.
Tutto questo sarebbe ancora niente se l'ansia da prestazione che fornisce il web, dopo averti adescato grazie a quei quindici minuti di fama genialmente profetizzati da Warhol, non ti spingesse ad un protagonismo patogeno, dove non interessa quel che dici, basta che lo fai. Non ha etica o morale a cui far appello, promette una democrazia ante litteram, dove vincerà il più popolare, chi avrà l'abilità di accaparrarsi più "like" e "followers", a dispetto della forma e del contenuto. L'importante non è partecipare, è vincere, in un panorama in cui pubblico e spettacolo sono la stessa cosa, oltre il reale talento, la tecnica e la conoscenza.
Un americana gara liceale perenne in cui si esalta l'individuo sul gruppo, pur stimolando una gretta strategia di branco. Un habitat perfetto per certi ignoti personaggi, che del diritto d'espressione fanno abuso d'ufficio, e di cui siamo oramai circondati. Nessuno mi fraintenda. Niente di poi così tragico in questo, fino a che si limitano a dar fiato alla bocca lì su uno schermo, perché potrò sempre spegnerlo ed aprire un libro. Ma poi esco e loro mi seguono, in biblioteca, in fumetteria, al cinema, dovunque. Senza stare zitti! Tecnologia, croce e delizia di questo mondo, ci circondi e ci fai, tuo malgrado, circondare da queste vuote voci ridondanti, senza possibilità di fuga. Sulla metro, su un autobus, un taxi, in un supermercato o in una banca, tra cellulari, palmari, cartelloni elettronici, schermi e schermini, lo spirito di tali aspiranti Vasari è sempre con noi. Perché questi esseri, prima si fortificano nella rete, ma poi non esauriscono là il loro operato e fuori nella vita di tutti i giorni si sentono ancor più autorizzati a vomitarti addosso il loro infondato marchio, sostenuti nel loro contorto pensiero dai miriadi di "mi piace" che ha ricevuto l' ultimo stato di Facebook, il loro ultimo post sul blog o video che hanno caricato su You Tube. Si sentono forti, non per la veridicità delle loro nozioni o per la capacità di sostenere le loro tesi, ma per il numero di pecore che li segue, in barba ad ogni analisi di contenuto. Dal sangue cibernetico sono sorti questi nuovi animali, che nel variopinto mondo cosiddetto "nerd", di giochi (più o meno video) di ruolo e non, fumetti, animazioni, film e mode a sfondo fantastico, hanno trovato la loro consacrazione, forse perché per chi non ha delle solide basi culturali è più facile discutere su qualcosa che non ha alcun contatto con le regole della realtà o forse, per semplice casualità.
Questi mostri, con le loro mani avide, degne del Larfleeze più scatenato (non sapete di cosa stiamo parlando? Cosa aspettate, correte a leggere Lanterna Verde edizione Planeta n° 7 o l'originale Green Lantern 40), sono soventi, ad esempio, avvicinarsi a ogni nuovo fumetto come intraprendessero una sorta di caccia al ladro, come fossero dei maestri elementari alla ricerca perpetua di errori nel tema di turno, allontanando da sé ogni forma di piacere che si può e si dovrebbe avere nella lettura di questo linguaggio.
Nuovi Goblin, che hanno soppiantato l'ovvio entusiasmo di una qualsiasi lettura o visione d'intrattenimento, con lo sguardo saccente di chi crede di sapere perché d'informazioni è pieno, senza saper poi molto sul loro utilizzo. Culturisti gonfi di steroidi, ma con poca pratica di sollevamento pesi. Sono come piccoli folletti maligni che hanno perso ogni gusto nel gioco e sanno solo far dispetti, in modi sempre più articolati, poiché, in fondo le tecniche le conoscono, ma non riescono ad apprezzare la naturale semplicità di un buon tiro mancino se non vi è neanche un piccolo zampillo di sangue. Gremlins bagnati con l'acqua molto tempo fa, che giocano ad esser umani. Grigi nel loro orgoglio di esser grigi, convinti che quello sia il color dell'arcobaleno e tristi per non rendersi conto d'aver perso l'unico elemento dell'infanzia che nessun uomo dovrebbe perdere: la capacità di sognare e con essa emozionarsi, gioire e divertirsi, al di là di tecniche e tecnicismi.

Chi se ne importa se una storia è scontata e banale, se è già vista e poco originale, se non è credibile o al passo coi tempi? Non è ancor più importante far sognare, ragionare e capire?
E se è vero che gli intrecci narrativa si sono esauriti già ai tempi dei romani, quanto senso può avere una critica che non concede alcuna leggerezza?
Quindi, cari criticoni della rete, ma non solo, prima di esprimervi in giudizi e sentenze, leggete qualche fumetto in più, chissà che nel frattempo l'ennesima lettura non vi abbia già donato un nuovo e più felice punto di vista.



mercoledì 20 giugno 2012

Zombie

Ho visto i miei coetanei  ambire continuamente ad un inutile status di adulto. Invecchiare prima del tempo, collezionare modi e consuetudini come fossero giocattoli desiderati da sempre e da sempre proibiti.
Tutti siamo stati bambini, ma per alcuni è come se non lo fossero stati mai. E' come se l'intero sistema sociale li annichilisse pian piano.

Stupido.
Sciocco.
Per bambini.
Giornaletti.
Buffo.

Termini usati come un arma contro la loro origine, il loro passato da rinnegare, non da sommare, ma da sostituire in favore di un distopico modello di uomo.

Come se quell'ordine di vita fosse più logico e credibile delle fiabe che li hanno cresciuti.
Rifiutano ciò che erano e con questo ciò che sono affermando di non credere più nelle favole, odierno sinonimo di frottole (niente di più lontano dalla realtà), ma si sbagliano.

Hanno solo cambiato quello a cui credere.

Adesso credono in virus e anticorpi, in batteri e parassiti, in sistemi e organi, mutati in zombie, privi di umanità, a parte qualche strascico che si perde nel buio profondo ed assoluto delle loro cavità oculari. Mostri innocui, affamati  di un cibo che non li sazia. Ingurgitano veleni come cure. Mostri irritanti e patetici, ma anche teneri e fragili, di cui avere pietà e compassione. Sono vittime. E per la loro patologia non vi è soluzione.

Così, mi difendo nella mia abitazione sbarrando porte e finestre per evitare ogni contatto, per evitare il contagio. Ne ho terrore. Poi la fame e la sete, i bisogni primari, sopraggiungono ed ecco che esco fugacemente, armato, cercando una medicina buona e sempre sul chi vive! Talvolta riesco pure a lenire le ferite di alcuni di quei cadaveri ambulanti e vorrei fare di più, ma per fare di più dovrei anche rischiare molto di più.

Ho paura.