venerdì 20 ottobre 2017

BD2049



Dopo averci sottoposto ad un attento esame oculistico, che ripropone ogni 20 m. circa, tanto per rassicurarci sulla salute delle nostre diottrie, Blade Runner:2049 non fa rimpiangere minimamente il predecessore. Un interminabile viaggio noir dal battito cardiaco piatto, che rischia di farci fare un bel tour nei reami di Morfeo. Un affresco così talmente distinto da lasciarci indifferenti nel chiederci dove sia il cuore di questo grande schermo. Una narrazione asettica per una storia che avrebbe potuto mutare in un'opera che non c’è. Si ripete lo spreco di tecniche e tecnicismi, talenti e virtuosismi per dei cm di celluloide gettati al vento, dove il buono viene ampiamente asfaltato dal vuoto che lo circonda. Il minutaggio non aiuta a carpire gli ottimi intenti del lavoro di Villeneuve, abile costruttore dell’originale Arrival.

Sceneggiato a suon di telefonate rischia di apparire più banale e scontato di quel che non volesse essere, ma purtroppo non siamo su un'isola di desideri, ma nel mondo reale e le ambizioni devono essere sapute coniugare se si vuol essere definiti come “capaci”.

L’eredità di Scott è troppo pesante per poter rischiare qualcosa di veramente inaspettato e, chiaramente, si punta sul cavallo vincente per poter incassare sicuri e vendere di più nell’home video. Niente di male, ma se ci si fosse sottratti ai cliché e alle retoriche di quel retaggio culturale avremmo avuto una visione degna di questo nome. Un'esperienza visiva non può, oggigiorno, giocare sulla metà del suo potenziale per accontentare i religiosi scottiani. Per fortuna a questa grande impassibilità, (metafora dell’ emozioni di un Ryan Gosling emule del peggior Affleck?) veniamo tenuti a galla da un impensabile Dave “uomo senza collo” Bautista sulle soglie della recitazione, una simpatica fidanzata virtuale e l’ennesimo inquietante Jared Leto, di cui ci sottraggono il piacere di uno scontro finale dell’ultimo livello col “non più” Giovane Hercules.


E poi questo sequel è riuscito a farmi stare simpatico Harrison Ford!

Ne vogliamo parlare?


Ecco ora potete odiarmi.

venerdì 28 luglio 2017

All Hope Is Gone

Credo fermamente che non interagirò più con chicchessia su Facebook o qualsiasi altro cosiddetto social network, o almeno credo che dovrei farlo. Sfruttare la piattaforma per il solo scopo pubblicitario e di profitto, limitandomi a qualche striminzito vocabolo solo se interpellato. So che sarebbe buona norma per la mia salute psicosomatica seguire questo diktat, ma mi conosco troppo bene per sapere che non resisterò a lungo alla tentazione di rispondere per le rime alla prima “cagata pazzesca” che leggerò in qualche post o commento. 

Devo, però, costringermi realmente a questo nuovo codice comportamentale, innanzitutto, come accennato, se tengo veramente alla mia salute, fisica e psicologica.

Non posso accettare ancora di farmi rovinare una giornata solo per avere aperto un “profilo” e aver avuto ancora la speranza di poter condividere un’opinione, una passione, un’emozione con quacluno in termini civili e democratici. Non voglio fare il Kurt Cobain di turno e non ho nemmeno voglia di propagandare un cinismo fin troppo adottato dalla maggior parte della popolazione odierna, ma non posso che esse realista: su Facebook ed in rete, per lo più, non figura quasi alcun individuo con capacità di discussione democratica e scovare le poche eccezioni è veramente troppo faticoso.

Si potrebbe dire che sono io la causa di tutto, che sono troppo permaloso, esagerato, intransigente, ma dalla mia ho una certa esperienza, fatta di continue e disparate combinazioni lessicali, e nessuna di queste ha mai evitato incomprensioni caratterizzate da una forte tensione (per usare un eufemismo) verbali. Lo dico, ovvio, ognuno è libero di pensarla diversamente, ma se tra chi legge c’è chi spero, comprenderà bene la mia posizione.

Ormai, tra la decadenza dell’istituzione Scuola, quasi definitiva dopo la super batosta dei governi Berlusconi, la diffidenza in tutto ciò che è precostituito, al di là di ogni logica possibile o meno, l’esaltazione della violenza concettuale, cui le conseguenti forme fisiche e verbali sono solo veicoli di propagazione virale, ogni buon senso è andato letteralmente “a farsi fottere”.

Gli individui che popolano questa così “libera” rete hanno il solo interesse di suonarsela e cantarsela, di sedare insicurezze adolescenziali, confermare fedi per cui non esitano ad offendere e sollevare muri invece affrontare sereni confronti e diversità, nonostante invero dimostrino d’ignorare le motivazioni della loro militanza e calpestano con vigore ogni pensiero di dissenso. La cosa peggiore è che, il più delle volte, non ne sono neanche coscienti, ma agiscono semplicemente secondo una dinamica cerebrale figlia di un’educazione fatta di assenze più che di una vera mala educazione. E davanti a questo, cosa può un soggetto allevato a democrazia e conoscenza come me? Cosa può una persona cresciuta nel credo del sapere scientifico, della codifica del linguaggio, nel rispetto delle regole, nella politica come momento di confronto e crescita collettiva quando ha davanti a sé chi non ha la minima idea di cosa stia parlando? E ancora una volta, ancor peggio, forse, crede di saperlo e se ne riempie la bocca, ma, come si suol dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ed è proprio così che mi sento, come circondato da sordi ed impotente dinanzi alla loro ignoranza. Una volta mi ero illuso di poter creare un ponte tra me e loro, ma più vado avanti e più mi pare incolmabile. Mi ero convinto che impegnarmi a discutere in termini così difficoltosi mi avrebbe aiutato ad esser più tollerante, a migliorare le mie qualità dialettiche e via dicendo: ero un idiota. Non sono solo i “fenomeni da tastiera”, gli “analfabeti funzionali che credono alle scie chimiche, ma anche e soprattutto i loro detrattori: non vi è una parte realmente migliore, ma un insieme di sette accomunate dal medesimo folle modalità di condotta che non conosce alcun senso di civiltà. Fidatevi di me, i quindici minuti di popolarità wharoliani non ci fanno bene: come per i miliardi, bisogna saperli gestire e non siamo poi così immuni dall’ebbrezza del potere che ci piace criticare a quel politico o all’altr,o come se fossimo migliori.

Le cose stanno così, forse cambieranno forse peggioreranno, ma non voglio più dover piangere, arrabbiarmi, angosciarmi come stasera per persone che non ti ascoltano, ma ti attaccano, che ti additano per quel che fanno loro, che impediscono qualunque argomentazione e non accettano dubbi e critiche se non le loro. Forse sono più ingenuo di quel che penso, forse, anzi, sicuramente, tutto questo non è appannaggio di quel web che ne ha solo concentrato il meglio, ma se esco per strada, se prendo un autobus o se entro in un grande magazzino non vedo i pensieri della gente, a meno che non mi interpellino.

Per questo, per il mio bene, devo ignorare questo mondo virtuale, ma nel frattempo, se c’è qualcuno che capisce quel che dico, non mi lasci solo, si faccia avanti, perché se non è la gente come me ad occuparsi delle nostre realtà non faremo una bella fine.

giovedì 6 aprile 2017

Il Buon Giovane Zio Marty Vs Analfabeti Funzionali




Cos'è che rende il nuovo BGZM (Buon Giovane Zio Marty) della nuova serie a colori di Martin Mystère così riuscito? Molte cose, le citazioni nerd ed alla contemporanea cultura pop, il ritmo televisivo, l’ovvia colorazione digitale di ottima qualità e tanto altro.


Ma vi è un dettaglio che credo gli superi tutti, che il lettore lo avverta o meno lo assorbe: l’anti complottismo. Se il Martin Mystère originale, nei decenni scorsi, si è tascinato, suo malgrado accaniti sostenitori di strampalate teorie anti scientifiche, il giovane Detective dell’ Impossibile non smette di ricordarci quanto sia distante da figuri di questo tipo. Pur senza abbandonare il tipico sapore delle avventure mysteriane cerca di correggere l’ involontario errore del suo avo, almeno, con una dichiarazione d’intenti chiara e determinata.


Certo, bisogna saper ascoltare e non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e probabilmente ci sarà sempre qualche anti vaccinista che leggerà un Martin, ma questo giovane archeologo si mostra privo di quella involontaria ingenuità che nel 1982 attrasse individui anti scientifici verso un fumetto chiaramente pro scienza e cultura. D’altra parte, a quell’epoca, non poi così lontana, la mentalità che minava la logica e la razionalità diffusa dall’istruzione ufficiale, pareva soltanto la bizzarìa sparuta di qualche chiacchiera da bar, con poco potere e ancor meno presa sul pensiero comune. La percezione era quella che ci fosse solo qualche boccalone fissato con x-files senza troppe pretese e niente di più e certo nessuna persona sana di mente avrebbe pensato che questo avrebbe potuto aver un respiro più ampio e ancor meno creare danni costanti alla cultura di massa. Perché in fondo possiamo credere agli alieni, che ci sia un misterioso animale mannaro in Messico chiamato Chupacabra o all’Uomo Falena dell’America degli anni ‘50, se ci fa piacere, ma tutti sappiamo che la Terra è tonda, che l’uomo è andato sulla Luna e che i vaccini ci proteggono dalle malattie, o no?


Oggi, ahimè, abbia visto che il collante di Internet ha reso più coese quelle chiacchiere da bar dello sport, così prese sottogamba qualche decennio fa e ben più comunitarie, a tal punto, da incidere decisamente sul grado di educazione generale, abbassandolo drasticamente. Ovviamente non le uniche cause di questo dato, ma certamente non un grande aiuto al nostro sistema scolastico nazionale. Il Martin Mystère 2.0 si manifesta come un difensore della cultura che brandisce la curiosità a destra e la conoscenza a sinistra, non solo come un rivelatore di scoperte opportunamente occultate da fantasiosi e sedicenti poteri forti, quindi, un’incarnazione più simile ad un Aberto Angela che ad un Indiana Jones, ma non per questo meno avventuroso e avvincente.


 E di un Martin così ne abbiamo più che mai bisogno in una società in cui i 15 minuti di fama di Andy Wharol sono stati protratti a 1140 e il marketing di pensiero conta più del pensiero stesso per riportare un po’ di lume in un’epoca caotica o anche solo per illuderci di non aver perso ancora del tutto la ragione.

martedì 21 marzo 2017

Perfezione, il mio difetto.



Sono un po' giù (motivazioni ininfluenti) e apro Facebook (purtroppo per voi sapete cos'è FB,no?) nell'intento (ufficialmente) di distrarmi un po' nel più breve tempo e modo efficace possibile; in realtà con la voglia subconscia di perdermi per il più lungo tempo possibile senza sentire i morsi di nessun rimorso, esattamente come il più classico degli amanti dell'alcool attaccato al collo di una bottiglia e con la presa ben salda al bicchiere mentre è intento a scrutarne il fondo.




n-esimo post




immagine: 2 vignette, Preacher (di Ennis & Dillon).




Protagonista:-" F#*ç§%= l'auto compatimento. "




Già. Proprio così. Inizio a pensare che per quanto dolce sia l'auto-compatimento farei solo il gioco di chi mi vuole male (ma chi è che me ne vuole realmente? Mi sa nessuno, per fortuna, ma l'idea di un nemico è fortemente legata ad un importanza discreta di te, quindi...) a gongolarmici. Continuo, perciò a pensare a come potrei investirlo, ma è difficile investire in qualcosa che non è poi così futile, che non è tra le peggiori, ma nemmeno così poco grave come si crederebbe. Una cosa che non è una perdita, una violenza, un sopruso fisico, ma più impalpabile, emotivo, che non puoi sfogare direttamente, che è semplicemente una constatazione triste.

Perché oggi mi sono reso conto, come e più di prima, di essere una persona pessima.

Lo so, questo è auto-compatimento ed anche della peggior specie: quella ruffiana (sorrido, finalmente).

Ma cosa volete farci? Dovete portare pazienza. Nonostante quel che sembra non posso prendere altra via.

Sono una persona pessima, dicevo.

Lo sono perché adesso che scrivo e pian piano mi sento meglio e che colgo i primi frutti di questo investimento, mi dispiace doppiamente del dolore causato ad altri e quel che ho ricevuto lo sto scordando e sbaglio forse, ma mi domando se non avrei potuto evitare un passaggio così tortuoso e sofferente per tutti.

Sono una persona pessima, quindi, perché tutto ha giratocome un perno sul mio Ego e per nessuna ragione è valsa la pena.

Pessima, perché mi sento come Superman, come Clark Kent, alieno in un mondo di imperfetti reticenti, solo ed incompreso, sempre a concentrare le mie energie per limitare i danni dei miei poteri, cosa che oggi non ho fatto.

Pessima però perché non ho il carattere paziente e tollerante dell'Uomo d'acciaio, ma uno più duro e severo, uno come Batman, che non perdona niente e nessuno, nemmeno a se stesso.

Pessima in quanto mi basta fin troppo poco per deprimermi, come Aquaman, anche se di ragioni per farlo ne potrei avere da vendere. Come Arthur sono a metà tra tutto, tra ciò che piace al mio istinto e ciò che, invece,piace alla mia logica e non voglio lasciar andare niente, illudendomi di poter creare quei ponti che nessuno vuole.

Pessima perché sono testardo e impulsivo come Lanterna Verde, Hal Jordan, ma non ho la sua forza di volontà, la sua tenacia e il suo spirito di sacrificio, forse nemmeno il suo spirito e basta.

Pessima perché sono cresciuto con valori che nemmeno chi me li ha trasmessi li ha così assorbiti e a cuore e corro, corro, nella speranza che siano utili a qualcosa, per me, ma soprattutto per gli altri. Ma per ora mi affatico senza veder orizzonti di traguardi.

Sono pessimo in quanto dico troppo spesso che lo sono senza crederci veramente, credo anzi troppo nel contrario, come un Luthor meno efferato, meno incisivo, quasi trasparente.

Pessimo, molto pessimo perché ho abbandonato un percorso di psicanalisi convinto di non essere io ad averne bisogno, ma invece molte delle persone che incontro. Forse avevo torto. Forse, ma non ho voluto minimamente considerare l'unica altra opzione possibile: l'omologazione. Abbassare il mio livello di cultura e miei principi in favore di un gruppo a cui appartenere, di una relazione più distesa con famiglia e parenti vari, per una Justice League dei poveri in cui sentirmi a casa.

Avverto ancora il bisogno di averne una, assieme alla mia Mera, ma non posso e non voglio accontentarmi: che Justice League sarebbe senza Giustizia?

Pessimo, perciò, perché non penso abbastanza al mio benessere emotivo, ma punto troppo in alto, ad avere tutto o niente, ma perdonatemi se svendo tutto tranne ciò che mi definisce.

La maggior parte di voi, in fondo, fa il contrario e non la biasimo: la solitudine è una brutta bestia, è Doomsday! Non vi giudico, non troppo, in fondo anche io sono umano, ma i più di voi svendono il rispetto, l'educazione o quello in cui credono per una Suicide Squad, o no? Forse anche solo per una Section Eight.

Pessimo, si diceva, perché sono un mostro, almeno per voi, che non capite o non volete capire, un J'onn J'onnz sceso da Marte, uno Swamp Thing venuto dalla palude, non perché sia migliore, ma al contrario, perché non riesco ad essere peggiore.

Vedete sono pessimo, tra tutti voi, sono tra i più pessimi e se talvolta riesco a sopportare voi, è troppo chiedere di sopportare me, sopportare le mie virtù?

Io ci ho provato, provato e riprovato, ma se ho la rabbia di Atrocitus o Wolverine, il fascismo intellettuale di Sinestro o del Punitore, il cinismo di Constantine, non ho il loro odio, il loro disincanto, la loro freddezza. C'è qualcosa che mi impedisce di andare in fino in fondo, una debolezza per qualcuno, ed è l'amore di Bruce per quel che è giusto, l'esempio di Clark, la passione per la legalità di Barry, la determinazione di Hal, il dovere di Arthur, la forza di Diana.

Spero che perdonerete questi miei difetti, che comprenderete perché sia così limitato, così poco, quanto molto imperfetto.

giovedì 5 maggio 2016

Batman V Superman

“La più grande sfida tra gladiatori nella storia del mondo” è ormai alle nostre porte. Un'attesa snervante ed eccessiva ha tenuto i fan di Superman e Batman, i padri fondatori del genere supereroistico, sul filo del rasoio per mesi e mesi facendo presagire tutto e niente. Le splendide immagini e spot pubblicitari che di tanto in tanto la produzione Warner rilasciava per chi ne seguiva l'evoluzione con fedeltà reverenziale, come un contentino, lo zuccherino opportuno per il cavallo ben domato, alzavano ogni genere di polverone, di critiche come di entusiasmi e fino all'ultimo hanno lasciato col fiato sospeso gli amanti di queste icone del fumetto mondiale.



Il mega incontro su ring hollywoodiano è stato diretto e concepito da quel Zack Snyder del famigerato 300, del discusso Watchmen e del fin troppo criticato Man of Steel, da dove, con una rielaborazione più attuale e contemporanea del mito di Superman la Dc Comics ha voluto (finalmente!) dare una risposta concreta e decisa allo strapotere cinematografico Marvel, l'unica vera concorrente di sempre della casa editrice che ha inventato i supereroi.

                                            

Fino ad ora la pietra di paragone per supereroi al cinema oscillava tra gli appariscenti kolossal di Iron Man e soci e lo stile quasi autoriale della trilogia del Cavaliere Oscuro di Cristopher Nolan, lasciando a Batman v Superman: Dawn of Justice una pesante eredità.
                               
Zack Snyder , però, non è Christopher Nolan, e si vede!

Lo stile barocco e diretto del regista ci immerge totalmente nell'universo Dc Comics senza alcuna possibilità di fuga.

In sala si abbassano le luci e veniamo letteralmente proiettati, scaraventati nel fantastico, ma non meno attuale, mondo di Superman e Batman. Un mondo di alieni, vigilanti, creature mitologiche, immortali, geni miliardari e chi più ne ha più ne metta.

Fotogramma dopo fotogramma si è rapiti da quel famigerato “sense of wonder” da sempre citato come caratteristica primaria di questo tipico intrattenimento americano nella sua versione più epica e mastodontica. La meraviglia regna prima di ogni cosa: ogni minuto che scorre davanti ai nostri occhi ribalta ogni precedente certezza, massacrando la noia in un crescendo di suspence da manuale. In una parola: sorprendente!



L'entusiasmo è la vera poltrona di uno spettatore ignaro della misura e del livello di uno spettacolo insolitamente spettacolare. Tutto è grande ed esagerato, tutto è americano, ma niente è sciocco o lasciato al caso, al massimo un po' dato per scontato, ma in fondo, quando si nasce non è proprio così? Non veniamo forse, spiazzati dall'ordine delle cose che ci appaiono dinanzi, con cui interagiamo con gioia e curiosità, cercando di scoprire e capire un mondo che fino allora non conoscevamo e che, appunto, talvolta ci spiazza e ci rimane oscuro e criptico?

Non è di un film sui supereroi che si parla o di un film tratto da un fumetto, ma di un comicbook riflesso sul grande schermo. Un fumetto di carne ed ossa tangibile come mai prima d'ora, pur evitando di gran lunga il ridicolo dell'effetto cartoon.

Il sapore visionario e mistico della poetica di Snyder, può risultare pesante e non piacere, ovviamente, ma contribuisce ad esaltare il simbolismo che icone, come i protagonisti della pellicola, hanno acquistato in oltre settant'anni di carriera trans mediatica.



La speranza e il senso del dovere di Superman, l'inadeguatezza e la ricerca di un ruolo nelle vesti di Clark Kent, l'intraprendenza e la modernità di donne come Lois Lane e Wonder Woman, la ricerca sfrenata della giustizia e il dolore di Batman/Bruce Wayne, il valore dell'educazione e il principio di famiglia (che spesso supera i vetusti legami di sangue), nonché la continua indagine sull'etica, la morale e l'onestà nella società umana, cardini di una letteratura popolare unica nella sua categoria. Un susseguo di azioni uguale ed inverse, abilmente narrate in una struttura temporale di scatole cinesi e matrioske utilissima ad alleggerire l'immane durata del prodotto, dipingono i due protagonisti come gemelli separati alla nascita, facce della stessa medaglia che non si riconoscono e per questo, cadono.

Superfici speculari l'uno dell'altro, certo, ma non così diverse, nelle loro ragioni e nei loro errori, riflettono le insicurezze e le frustrazioni di tutta la società occidentale contemporanea, assieme alla rabbia e alla paura che ne derivano, ai numerosi interrogativi sul potere e la legge, i diritti e i doveri, senza escludere un carattere metaforico ancora più ancestrale ed atavico che parla direttamente alla cultura popolare comune ad ogni terrestre al di là della sua religione, la sua politica e la sua morale.


                              

VMiller

Vado al cinema. Un grande cinema di una catena di cinema. Varco la soglia con l'intento di prendermi le mie meritate due ore d'evasione con la mia dolce metà dopo una settimana di lavoro operaio. Raccolgo con disinvoltura una mini copia omaggio di una popolare rivista di cinema: del “gratis”, in fondo, non si butta via niente. Tra una quindicina di giorni uscirà il secondo tassello della risposta Dc Comics allo strapotere videoludico di casa Marvel, BatmanVSuperman: Dawn of Justice e non a caso in copertina campeggiano i due maggiori eroi americani in un confronto solenne.

                               

Il periodico del caso, Best Movie, come per ogni altro grande evento degno dei Fratelli Lumières, dedica alla pellicola girata dal Zack Snyder di “300” molte pagine, con interviste e approfondimenti , non solo al film, ma anche alle ultime novità Dc in riferimento a questo incontro- scontro di eroi che, per la prima volta, sbarcherà nelle sale.

                                                     

La prima tra le tante è il secondo sequel di quella graphic novel, ormai miliare, che è “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, che riprende la sua creatura coadiuvato dal bravo collega Brian Azzarello (One Hundred Bullets, Batman, Wonder Woman, Hellblazer) dal deciso titolo di The dark knight III- The master race (Il cavaliere oscuro III- La razza suprema). Ed è qui che trovo qualcosa che mette a dura prova la mia logica vulcaniana.

                                                    

Tra battute, rivelazioni e commenti su quest'ultimo lavoro ho trovato affermazioni che mi hanno stranito e confuso, considerando la lunga esperienza che la coppia di autori ha in questo campo.

“Il Batman hollywoodiano è un uomo ricco, per cui ha molti giocattoli con cui si ritrova a combattere il crimine. - critica Miller per sottolineare la grande differenza con la loro interpretazione del personaggio che così descrive: “E’ motivato dal suo desiderio di portare giustizia nel mondo. Così usa le risorse di cui dispone per diventare il perfetto flagello del crimine. Dunque è uno molto motivato a fare la cosa giusta, l'altro è un bambino con una marea di giocattoli luccicanti.”

Eppure da che mondo è mondo Batman è sempre stato un “ bambino con una marea di giocattoli luccicanti”, anche nel suo “Cavaliere Oscuro”, per quanto più scarno, ma questo non ha mai sminuito la sua determinazione , né l’ha cancellata, poiché, ad osservar bene, è propria questa che lo porta a riempirsi di quei gadget che il buon Frank appare tanto disprezzare e che hanno contribuito non poco ad accrescere la sua popolarità e che sono essenziali per la sua “lotta al crimine con ogni mezzo necessario”. Batman non è un alieno, un semidio, non ha un potente artefatto mistico o extraterrestre e non gli sono stati conferiti legami con misteriose forze fisiche del pianeta, è solo un uomo e come potrebbe, diversamente, adempiere alla sua sacra missione nel migliore dei modi? Se si vuol esser obbiettivi la componente alla McGyver ha sempre accompagnato il mito dell'uomo-pipistrello, che questa sia stata rappresentata del suo solo ingegno in situazioni che rasentano la sopravvivenza, o frutto della sinergia tra questo e la fortuna di aver i giusti mezzi economici per portare a termine ogni sua idea. Una strada non è migliore dell'altra perché entrambe sono Batman e Batman è sin dal suo esordio entrambe le strade.

Capite perché, sicuramente sbagliando, non lo escludo, ma mi sia sentito un po' colpito nel vivo, come se questo grande autore dalla sua poltrona dorata di vignette e balloon ci voglia convincere che una storia, come quella raccontata da Nolan, Burton o perfino Schumacker non sia la Verità religiosa dell'uomo pipistrello di cui, al contrario, lui è il portatore esclusivo. Un ossimoro, in primis, poiché il crociato di Gotham è la figura anti-fede e pro-scienza per eccellenza nel panthenon Dc. Questo atteggiamento è, infatti, tutto quello che Batman, grazie anche allo stesso Miller, combatte tra le pagine e dalle pagine delle sue avventure: il fanatismo, l'ignoranza e l'arroganza. Fanatismo perché, come sarà ancor più chiaro nelle frasi che riporterò a breve, il signor Miller sembra porsi come l'unico detentore del significato del pipistrello (quando ce ne sono a migliaia racchiusi in quest' unico ancestrale e semplice concetto); ignoranza perché non sembra (e sottolineo sembra) in grado di giudicare con obbiettività le versioni del personaggio che si allontanino troppo dal suo gusto personale e arroganza nel voler prevaricare su questi stessi lavori ed amori di colleghi e lettori giudicandoli con sufficienza e approssimazione.

Non pago, poi, ha da vomitare rancore, come c'era da aspettarsi, anche per l’Uomo d’Acciaio:

“Voglio vedere il Superman partorito nel corso di notti insonni dalla vivida immaginazione di due ragazzi a Cleveland, Ohio, alla fine degli anni '30. Quando Hitler non aveva ancora invaso la Polonia- e di fatto nessuno lo aveva mai sentito nominare -, il nostro paese attraversava la Depressione che poi ha colpito tutto il mondo e Superman sembrava una risposta a quel momento – e fino a qui sembrerebbe che abbia ben chiaro l'idea di Superman- Non voglio vedere questo tizio con la tuta ricoperta di squame, che balbetta in aria invece di volare ed è invulnerabile a qualsiasi minaccia al mondo”

Ed ecco qui l'ennesima sentenza milleriana: parlando di squame, è facile capire il riferimento alla texture (nonostante di forme squamose non ce ne sia nemmeno l'ombra) del costume del fin troppo criticato Man of Steel con Henry Cavill, e questo non può che farmi aumentare rabbia ed amarezza. Ci ricorda il sogno di un raddrizzatorti sopra ogni parte che porti speranza e salvezza in un mondo pieno di sofferenza di due autentici sognatori, amanti della fantascienza e della fantasia, per poi denigrare con assurde motivazioni quali un costume, ovviamente di una fattura più accettabile per i canoni contemporanei e un ambiguo “stare per aria a balbettare” (ma in quale scena de L'uomo d'acciaio sarebbe successo tutto questo, caro Miller?) invece di volare (ma stare in aria e volare non sono la stessa cosa?), il superuomo che rappresenta esattamente questi elementi nel prequel dell'imminente Dawn of Justice.

La questione si aggrava quando, da quella stessa bocca, escono parole di grande valore come le seguenti :

“Superman è un concetto meraviglioso. E' un'idea unica e perfetta. Può esser lanciato contro soffitti e pareti, giù per le scale, ma non puoi spezzarlo! Lo stesso vale per Batman. Sono aperto. Sono aperto ad ogni tipo d'interpretazione. La versione di Brian (Azzarello) è buona, la mia versione è buona... anche Adam West andava bene! Se vogliamo trovare un elemento di contrasto tra i due. Fondamentalmente Superman è un bambino che è stato adottato. Un bambino che ha acquisito dei genitori. E fondamentalmente Batman è un personaggio che li ha persi.- Quindi se guardi i momenti chiave delle loro vite ti accorgi che uno è caratterizzato da speranza e amore, e l'altro, beh, dall'orrore. -Per questo è ancora in giro. Vogliamo ancora che qualcuno dia una lezione ai bulli. E per questo ameremo sempre Batman. E credo che Batman sia connesso a noi a un livello ancor più primitivo di quanto non lo sia Superman.”

                                     

Quindi, Frank, fammi capire, sei aperto a qualsiasi interpretazione, addirittura puoi accettare Adam West (beh, a chi non piace, d'altronde?), ma L'uomo d'Acciaio non va bene, il Batman cinematografico nemmeno e per quale motivo, di grazia? Solo perché lo hai deciso tu o grande Dio dei comics? No grazie, ma io non ci sto, come non ci sto ogni qual volta che mi trovo davanti a dubbi intellettuali dei fumetti virali, virtuali o reali che criticano senza conoscere, o senza aprire gli occhi, che non accettano di continuare a crescere credendo già di sapere e dimenticando la base eterna della conoscenza, il rispetto e l'umiltà: la differenza che corre tra Clark Kent e Lex Luthor.

In fondo non è una cosa importante, ma come può un uomo che ha così ben tratteggiato in più di un’ occasione questi eroi, che riesce a riassumere così bene la loro essenza in poche frasi, negare l'evidente bellezza di altre opere ? Come può esser così cieco e non riuscire a superare degli evidenti limiti culturali senza rendersi conto che così facendo va contro ogni valore racchiuso sia in Superman che in Batman? L'ennesimo paradosso è che pellicole come Man of Steel e BatmanVSuperman devono molto alla firma che ha lasciato in questi fumetti, ma nonostante tutto, non lo colpiscono, per motivi che non riesco affatto a carpire. Perché non riesco a capire la mente contorta di questo grande autore e non voglio far facili accuse d'invidia e selinità, ma certamente una cosa mi è chiara: chi come lui detiene un potere , per quanto minimo, un’ influenza su un pubblico (per quanto piccolo) e, chiaramente, un certo livello culturale, è doppiamente colpevole nel seminare germi d'ignoranza così acuta, peccando di cotanta superficialità ed egoismo, permettendo che il gusto personale offuschi un parere sicuramente più tecnico ed obbiettivo di cui sarebbe certamente capace, solo per appagare un sentimento infantile, non dissimile, guarda caso, da uno dei tanti che anima Batman, che impedisce a priori di accettare il cambiamento attorno a noi.

Tutta la mia delusione deriva dal continuo errore dell'animo umano nel riporre fiducia in nostri simili che condividono alcune nostre idee, come se questo bastasse a render d'oro ogni cosa che toccano, ad elevarli allo status di quegli idoli da cui la Bibbia ben c'insegnava a guardarci. Un errore mio, che, nonostante l'abbia evidenziato da tempo, non riesco a smettere di ripetere, chissà, forse perché umano è sperare in un salvatore, kryptoniano o meno, che porti in alto, dove noi non possiamo, le nostre idee e valori, o non riuscire ad accettare che l'autore di un prodotto che apprezzi non sia perfetto come l’opera che ha generato. Per questo, preferisco sempre più seguire quei pochi che giudico davvero meritevoli dalla mia attenzione, quegli autori, non eccelsi, forse, ma che sanno aver misura e più onestà di alcune superstar dell'ambiente e seguire il nome di un’icona dal giusto metro morale, come questi talvolta sbeffeggiati supereroi , che correr dietro al nome di sedicenti artisti e divi di un media che, a mio dire, ne ha sempre meno bisogno.











giovedì 29 ottobre 2015

Sergio Bonelli

Lunedì 26 settembre 2011 scompariva Segio Bonelli, una delle più grandi personalità nel mondo del fumetto italiano, se non il più grande. E’ stata una figura tra le maggiori in quel panorama, sia come autore che come editore, avendo coltivato in modo egregio l'eredità di quel Tex paterno che ogni italiano ben conosce e preso le redini di un'impresa che nelle sue mani è divenuta col tempo una fucina instancabile di storie e personaggi a tutto tondo, ben oltre l'iconica stella del ranger. Zagor, lo Spirito con la Scure e Mister No l'avventuriero anti-eroe vagabondo, veri riflessi della sua personalità… E ancora: Martin Mystere il Detective dell'Impossibile, Dylan Dog l'Indagatore dell'incubo, Ken Parker, Nick Raider, l'Agente Alfa Nathan Never, Napoleone, Magico Vento, Gea, Volto Nascosto, Julia l'indagatrice dell'animo e tanti altri, che sulla scia del suo estro hanno potuto riempire l'immaginario di lettori di ogni genere ed età.
I numerosi e sentiti omaggi del cosiddetto “popolo del web” a soli quattro anni dalla sua scomparsa e in particolare il brillante intervento di Davide La Rosa, autore oggi piuttosto popolare grazie a titoli comici come Suore Ninja o Il fagiano crononauta (che mescolano senza ritegno cultura ufficiale con quella laterale dei nerd e fumettofili di ogni grado e sorta) mi hanno ispirato nel fare la mia parte, sebbene in ritardo, sebbene non sia certo il primo.
Non sono solito accodarmi a manifestazioni di massa di questo tipo, perché, anche se non tutti, taluni lo fanno per mera ipocrisia, perché “si deve fare per non sfigurare in un circolo in cui c'importa essere importanti”. A me, invece, non pare rispettoso far diventare moda una giusta e doverosa commemorazione, ma l'evidente segno che ha lasciato Sergio in chiunque abbia mai letto almeno un albo Bonelli è così profondo da indurmi a fare un’eccezione. Io, però, a dispetto di altri appassionati di Tex e soci non ho mai avuto l'opportunità di conoscere Sergio e pensavo di non avere molto da scrivere in merito. Mi sbagliavo. Non ho mai incontrato tale signore in vita, già, ma ogni mese e più quante volte ho potuto ascoltare le sue parole? Quando sagge e piene di esperienza come un amabile nonno, quando sincere e reali come un vivace ragazzino, quando incoraggianti e piene di passione?
Non so chi era il Sergio uomo, ma ricordo molto bene il Sergio editore.
Un vero e proprio signore, raffinato e mai volgare, distante da pedanteria e pretenziosità, elegante ed equilibrato in ogni occasione, ma non per questo lontano dall'animo popolare del pubblico.
Una figura che non si nascondeva dietro troppi giri di parole e preferiva rapportarsi coi propri lettori tramite verità anche amare e, quando necessario, chiedere scusa.
Un vero appassionato di avventura, fumetti e conoscenza: era lui per primo, prima che editore, un genuino e vorace lettore. Un’anima che sapeva interpretare i tempi varando testate man mano sempre più distanti dai suoi gusti più personali, accogliendo nuove ed esterofile ispirazioni senza far mancare il giusto carattere italiano ad ogni nuova serie. Un vero ponte umano tra i vari autori della sua scuderia e la grande massa, tra autoriale e popolare, che promoveva e sottolineava incessantemente l'importanza e la funzionalità del tipico fumetto Bonelli di cui la famosa (e famigerata, per alcuni) “gabbia” è il simbolo più evidente.
Ogni sua introduzione ad inizio albo era un vero e proprio piacere letterale, di forma e contenuto, sempre zeppo di curiosità, storia e cultura, del fumetto e non, che non mancava di riempire con quei privati aneddoti essenziali per l'illusione di un qualcosa di molto intimo e meno freddo.
Un editore da una rigida politica sociale a cui non interessavano affatto i grandi altari delle librerie, alla quali preferiva le piccole e sparse teche delle edicole vicine all'uomo comune e non mero appannaggio di intellettuali e radical chic. Un pensiero, il suo, mai svenduto, che voleva un fumetto chiaro e semplice, per tutti, senza tradursi in niente di superficiale o gretto. Un vero prodotto democratico a cui si poteva avvicinare il grande manager d'azienda come l'operaio appena uscito dalla catena di montaggio, senza alcuna distinzione. Una volontà che ha portato il fumetto alla grande massa e la massa al fumetto, conservando continuamente standard qualitativi tecnici e di contenuto sempre invidiabili. Il fumetto di Sergio non si è mai abbassato ai livelli del popolino se non per una forma comprensibile a chiunque, indipendentemente dalla propria estrazione sociale, rappresentando in alcuni casi un modello di alfabetizzazione considerevole grazie a prodotti che abilmente hanno veicolato vera e propria cultura tramite quell'intrattenimento a basso costo che possiamo ammirare nella gloriosa serie degli Almanacchi (per questo non mi è di facile digestione il superficiale mutamento nei neonati magazine), i vari Texoni o tutte le molteplici iniziative benefiche a cui che la casa editrice ha collaborato nel corso della sua lunga gestione.
Sergio Bonelli era il vero Piero Angelo del fumetto italiano e forse la sua eredità merita di essere compresa e considerata più di quello che si possa pensare. Volente o meno ha indicato a tutti la via del vero fumetto popolare (e forse di quel che anzitutto dovrebbe essere ogni arte in genere), ma soprattutto come dovrebbe essere un signor editore, grazie ad un’umanità mai messa in disparte e sempre in comunione con le obbligate se non sofferte scelte commerciali.
Non ho mai conosciuto Sergio, come ho detto, ma ho conosciuto il suo lavoro e mentirei se non ammettessi l'influenza che ha avuto sul mio sincero amore per il fumetto. Probabilmente, senza il cosiddetto “buonismo Bonelli”, la sua “gabbia”, gli Almanacchi, i Maxi, il nostalgico bianco & nero, le immancabili spalle comiche eredi del buon Cico zagoriano, il lettering manuale ed ogni altra caratteristica tipica della “Fabbrica dei sogni di via Buonarroti, il mondo delle nuvolette parlanti avrebbe un lettore in meno. A costo di diventare smielato e banale non posso far altro che dire grazie a Sergio Bonelli e grazie per il suo lavoro, una, cento, mille e infinite volte.
E mai sarà abbastanza.