giovedì 5 maggio 2016

VMiller

Vado al cinema. Un grande cinema di una catena di cinema. Varco la soglia con l'intento di prendermi le mie meritate due ore d'evasione con la mia dolce metà dopo una settimana di lavoro operaio. Raccolgo con disinvoltura una mini copia omaggio di una popolare rivista di cinema: del “gratis”, in fondo, non si butta via niente. Tra una quindicina di giorni uscirà il secondo tassello della risposta Dc Comics allo strapotere videoludico di casa Marvel, BatmanVSuperman: Dawn of Justice e non a caso in copertina campeggiano i due maggiori eroi americani in un confronto solenne.

                               

Il periodico del caso, Best Movie, come per ogni altro grande evento degno dei Fratelli Lumières, dedica alla pellicola girata dal Zack Snyder di “300” molte pagine, con interviste e approfondimenti , non solo al film, ma anche alle ultime novità Dc in riferimento a questo incontro- scontro di eroi che, per la prima volta, sbarcherà nelle sale.

                                                     

La prima tra le tante è il secondo sequel di quella graphic novel, ormai miliare, che è “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, che riprende la sua creatura coadiuvato dal bravo collega Brian Azzarello (One Hundred Bullets, Batman, Wonder Woman, Hellblazer) dal deciso titolo di The dark knight III- The master race (Il cavaliere oscuro III- La razza suprema). Ed è qui che trovo qualcosa che mette a dura prova la mia logica vulcaniana.

                                                    

Tra battute, rivelazioni e commenti su quest'ultimo lavoro ho trovato affermazioni che mi hanno stranito e confuso, considerando la lunga esperienza che la coppia di autori ha in questo campo.

“Il Batman hollywoodiano è un uomo ricco, per cui ha molti giocattoli con cui si ritrova a combattere il crimine. - critica Miller per sottolineare la grande differenza con la loro interpretazione del personaggio che così descrive: “E’ motivato dal suo desiderio di portare giustizia nel mondo. Così usa le risorse di cui dispone per diventare il perfetto flagello del crimine. Dunque è uno molto motivato a fare la cosa giusta, l'altro è un bambino con una marea di giocattoli luccicanti.”

Eppure da che mondo è mondo Batman è sempre stato un “ bambino con una marea di giocattoli luccicanti”, anche nel suo “Cavaliere Oscuro”, per quanto più scarno, ma questo non ha mai sminuito la sua determinazione , né l’ha cancellata, poiché, ad osservar bene, è propria questa che lo porta a riempirsi di quei gadget che il buon Frank appare tanto disprezzare e che hanno contribuito non poco ad accrescere la sua popolarità e che sono essenziali per la sua “lotta al crimine con ogni mezzo necessario”. Batman non è un alieno, un semidio, non ha un potente artefatto mistico o extraterrestre e non gli sono stati conferiti legami con misteriose forze fisiche del pianeta, è solo un uomo e come potrebbe, diversamente, adempiere alla sua sacra missione nel migliore dei modi? Se si vuol esser obbiettivi la componente alla McGyver ha sempre accompagnato il mito dell'uomo-pipistrello, che questa sia stata rappresentata del suo solo ingegno in situazioni che rasentano la sopravvivenza, o frutto della sinergia tra questo e la fortuna di aver i giusti mezzi economici per portare a termine ogni sua idea. Una strada non è migliore dell'altra perché entrambe sono Batman e Batman è sin dal suo esordio entrambe le strade.

Capite perché, sicuramente sbagliando, non lo escludo, ma mi sia sentito un po' colpito nel vivo, come se questo grande autore dalla sua poltrona dorata di vignette e balloon ci voglia convincere che una storia, come quella raccontata da Nolan, Burton o perfino Schumacker non sia la Verità religiosa dell'uomo pipistrello di cui, al contrario, lui è il portatore esclusivo. Un ossimoro, in primis, poiché il crociato di Gotham è la figura anti-fede e pro-scienza per eccellenza nel panthenon Dc. Questo atteggiamento è, infatti, tutto quello che Batman, grazie anche allo stesso Miller, combatte tra le pagine e dalle pagine delle sue avventure: il fanatismo, l'ignoranza e l'arroganza. Fanatismo perché, come sarà ancor più chiaro nelle frasi che riporterò a breve, il signor Miller sembra porsi come l'unico detentore del significato del pipistrello (quando ce ne sono a migliaia racchiusi in quest' unico ancestrale e semplice concetto); ignoranza perché non sembra (e sottolineo sembra) in grado di giudicare con obbiettività le versioni del personaggio che si allontanino troppo dal suo gusto personale e arroganza nel voler prevaricare su questi stessi lavori ed amori di colleghi e lettori giudicandoli con sufficienza e approssimazione.

Non pago, poi, ha da vomitare rancore, come c'era da aspettarsi, anche per l’Uomo d’Acciaio:

“Voglio vedere il Superman partorito nel corso di notti insonni dalla vivida immaginazione di due ragazzi a Cleveland, Ohio, alla fine degli anni '30. Quando Hitler non aveva ancora invaso la Polonia- e di fatto nessuno lo aveva mai sentito nominare -, il nostro paese attraversava la Depressione che poi ha colpito tutto il mondo e Superman sembrava una risposta a quel momento – e fino a qui sembrerebbe che abbia ben chiaro l'idea di Superman- Non voglio vedere questo tizio con la tuta ricoperta di squame, che balbetta in aria invece di volare ed è invulnerabile a qualsiasi minaccia al mondo”

Ed ecco qui l'ennesima sentenza milleriana: parlando di squame, è facile capire il riferimento alla texture (nonostante di forme squamose non ce ne sia nemmeno l'ombra) del costume del fin troppo criticato Man of Steel con Henry Cavill, e questo non può che farmi aumentare rabbia ed amarezza. Ci ricorda il sogno di un raddrizzatorti sopra ogni parte che porti speranza e salvezza in un mondo pieno di sofferenza di due autentici sognatori, amanti della fantascienza e della fantasia, per poi denigrare con assurde motivazioni quali un costume, ovviamente di una fattura più accettabile per i canoni contemporanei e un ambiguo “stare per aria a balbettare” (ma in quale scena de L'uomo d'acciaio sarebbe successo tutto questo, caro Miller?) invece di volare (ma stare in aria e volare non sono la stessa cosa?), il superuomo che rappresenta esattamente questi elementi nel prequel dell'imminente Dawn of Justice.

La questione si aggrava quando, da quella stessa bocca, escono parole di grande valore come le seguenti :

“Superman è un concetto meraviglioso. E' un'idea unica e perfetta. Può esser lanciato contro soffitti e pareti, giù per le scale, ma non puoi spezzarlo! Lo stesso vale per Batman. Sono aperto. Sono aperto ad ogni tipo d'interpretazione. La versione di Brian (Azzarello) è buona, la mia versione è buona... anche Adam West andava bene! Se vogliamo trovare un elemento di contrasto tra i due. Fondamentalmente Superman è un bambino che è stato adottato. Un bambino che ha acquisito dei genitori. E fondamentalmente Batman è un personaggio che li ha persi.- Quindi se guardi i momenti chiave delle loro vite ti accorgi che uno è caratterizzato da speranza e amore, e l'altro, beh, dall'orrore. -Per questo è ancora in giro. Vogliamo ancora che qualcuno dia una lezione ai bulli. E per questo ameremo sempre Batman. E credo che Batman sia connesso a noi a un livello ancor più primitivo di quanto non lo sia Superman.”

                                     

Quindi, Frank, fammi capire, sei aperto a qualsiasi interpretazione, addirittura puoi accettare Adam West (beh, a chi non piace, d'altronde?), ma L'uomo d'Acciaio non va bene, il Batman cinematografico nemmeno e per quale motivo, di grazia? Solo perché lo hai deciso tu o grande Dio dei comics? No grazie, ma io non ci sto, come non ci sto ogni qual volta che mi trovo davanti a dubbi intellettuali dei fumetti virali, virtuali o reali che criticano senza conoscere, o senza aprire gli occhi, che non accettano di continuare a crescere credendo già di sapere e dimenticando la base eterna della conoscenza, il rispetto e l'umiltà: la differenza che corre tra Clark Kent e Lex Luthor.

In fondo non è una cosa importante, ma come può un uomo che ha così ben tratteggiato in più di un’ occasione questi eroi, che riesce a riassumere così bene la loro essenza in poche frasi, negare l'evidente bellezza di altre opere ? Come può esser così cieco e non riuscire a superare degli evidenti limiti culturali senza rendersi conto che così facendo va contro ogni valore racchiuso sia in Superman che in Batman? L'ennesimo paradosso è che pellicole come Man of Steel e BatmanVSuperman devono molto alla firma che ha lasciato in questi fumetti, ma nonostante tutto, non lo colpiscono, per motivi che non riesco affatto a carpire. Perché non riesco a capire la mente contorta di questo grande autore e non voglio far facili accuse d'invidia e selinità, ma certamente una cosa mi è chiara: chi come lui detiene un potere , per quanto minimo, un’ influenza su un pubblico (per quanto piccolo) e, chiaramente, un certo livello culturale, è doppiamente colpevole nel seminare germi d'ignoranza così acuta, peccando di cotanta superficialità ed egoismo, permettendo che il gusto personale offuschi un parere sicuramente più tecnico ed obbiettivo di cui sarebbe certamente capace, solo per appagare un sentimento infantile, non dissimile, guarda caso, da uno dei tanti che anima Batman, che impedisce a priori di accettare il cambiamento attorno a noi.

Tutta la mia delusione deriva dal continuo errore dell'animo umano nel riporre fiducia in nostri simili che condividono alcune nostre idee, come se questo bastasse a render d'oro ogni cosa che toccano, ad elevarli allo status di quegli idoli da cui la Bibbia ben c'insegnava a guardarci. Un errore mio, che, nonostante l'abbia evidenziato da tempo, non riesco a smettere di ripetere, chissà, forse perché umano è sperare in un salvatore, kryptoniano o meno, che porti in alto, dove noi non possiamo, le nostre idee e valori, o non riuscire ad accettare che l'autore di un prodotto che apprezzi non sia perfetto come l’opera che ha generato. Per questo, preferisco sempre più seguire quei pochi che giudico davvero meritevoli dalla mia attenzione, quegli autori, non eccelsi, forse, ma che sanno aver misura e più onestà di alcune superstar dell'ambiente e seguire il nome di un’icona dal giusto metro morale, come questi talvolta sbeffeggiati supereroi , che correr dietro al nome di sedicenti artisti e divi di un media che, a mio dire, ne ha sempre meno bisogno.











giovedì 29 ottobre 2015

Sergio Bonelli

Lunedì 26 settembre 2011 scompariva Segio Bonelli, una delle più grandi personalità nel mondo del fumetto italiano, se non il più grande. E’ stata una figura tra le maggiori in quel panorama, sia come autore che come editore, avendo coltivato in modo egregio l'eredità di quel Tex paterno che ogni italiano ben conosce e preso le redini di un'impresa che nelle sue mani è divenuta col tempo una fucina instancabile di storie e personaggi a tutto tondo, ben oltre l'iconica stella del ranger. Zagor, lo Spirito con la Scure e Mister No l'avventuriero anti-eroe vagabondo, veri riflessi della sua personalità… E ancora: Martin Mystere il Detective dell'Impossibile, Dylan Dog l'Indagatore dell'incubo, Ken Parker, Nick Raider, l'Agente Alfa Nathan Never, Napoleone, Magico Vento, Gea, Volto Nascosto, Julia l'indagatrice dell'animo e tanti altri, che sulla scia del suo estro hanno potuto riempire l'immaginario di lettori di ogni genere ed età.
I numerosi e sentiti omaggi del cosiddetto “popolo del web” a soli quattro anni dalla sua scomparsa e in particolare il brillante intervento di Davide La Rosa, autore oggi piuttosto popolare grazie a titoli comici come Suore Ninja o Il fagiano crononauta (che mescolano senza ritegno cultura ufficiale con quella laterale dei nerd e fumettofili di ogni grado e sorta) mi hanno ispirato nel fare la mia parte, sebbene in ritardo, sebbene non sia certo il primo.
Non sono solito accodarmi a manifestazioni di massa di questo tipo, perché, anche se non tutti, taluni lo fanno per mera ipocrisia, perché “si deve fare per non sfigurare in un circolo in cui c'importa essere importanti”. A me, invece, non pare rispettoso far diventare moda una giusta e doverosa commemorazione, ma l'evidente segno che ha lasciato Sergio in chiunque abbia mai letto almeno un albo Bonelli è così profondo da indurmi a fare un’eccezione. Io, però, a dispetto di altri appassionati di Tex e soci non ho mai avuto l'opportunità di conoscere Sergio e pensavo di non avere molto da scrivere in merito. Mi sbagliavo. Non ho mai incontrato tale signore in vita, già, ma ogni mese e più quante volte ho potuto ascoltare le sue parole? Quando sagge e piene di esperienza come un amabile nonno, quando sincere e reali come un vivace ragazzino, quando incoraggianti e piene di passione?
Non so chi era il Sergio uomo, ma ricordo molto bene il Sergio editore.
Un vero e proprio signore, raffinato e mai volgare, distante da pedanteria e pretenziosità, elegante ed equilibrato in ogni occasione, ma non per questo lontano dall'animo popolare del pubblico.
Una figura che non si nascondeva dietro troppi giri di parole e preferiva rapportarsi coi propri lettori tramite verità anche amare e, quando necessario, chiedere scusa.
Un vero appassionato di avventura, fumetti e conoscenza: era lui per primo, prima che editore, un genuino e vorace lettore. Un’anima che sapeva interpretare i tempi varando testate man mano sempre più distanti dai suoi gusti più personali, accogliendo nuove ed esterofile ispirazioni senza far mancare il giusto carattere italiano ad ogni nuova serie. Un vero ponte umano tra i vari autori della sua scuderia e la grande massa, tra autoriale e popolare, che promoveva e sottolineava incessantemente l'importanza e la funzionalità del tipico fumetto Bonelli di cui la famosa (e famigerata, per alcuni) “gabbia” è il simbolo più evidente.
Ogni sua introduzione ad inizio albo era un vero e proprio piacere letterale, di forma e contenuto, sempre zeppo di curiosità, storia e cultura, del fumetto e non, che non mancava di riempire con quei privati aneddoti essenziali per l'illusione di un qualcosa di molto intimo e meno freddo.
Un editore da una rigida politica sociale a cui non interessavano affatto i grandi altari delle librerie, alla quali preferiva le piccole e sparse teche delle edicole vicine all'uomo comune e non mero appannaggio di intellettuali e radical chic. Un pensiero, il suo, mai svenduto, che voleva un fumetto chiaro e semplice, per tutti, senza tradursi in niente di superficiale o gretto. Un vero prodotto democratico a cui si poteva avvicinare il grande manager d'azienda come l'operaio appena uscito dalla catena di montaggio, senza alcuna distinzione. Una volontà che ha portato il fumetto alla grande massa e la massa al fumetto, conservando continuamente standard qualitativi tecnici e di contenuto sempre invidiabili. Il fumetto di Sergio non si è mai abbassato ai livelli del popolino se non per una forma comprensibile a chiunque, indipendentemente dalla propria estrazione sociale, rappresentando in alcuni casi un modello di alfabetizzazione considerevole grazie a prodotti che abilmente hanno veicolato vera e propria cultura tramite quell'intrattenimento a basso costo che possiamo ammirare nella gloriosa serie degli Almanacchi (per questo non mi è di facile digestione il superficiale mutamento nei neonati magazine), i vari Texoni o tutte le molteplici iniziative benefiche a cui che la casa editrice ha collaborato nel corso della sua lunga gestione.
Sergio Bonelli era il vero Piero Angelo del fumetto italiano e forse la sua eredità merita di essere compresa e considerata più di quello che si possa pensare. Volente o meno ha indicato a tutti la via del vero fumetto popolare (e forse di quel che anzitutto dovrebbe essere ogni arte in genere), ma soprattutto come dovrebbe essere un signor editore, grazie ad un’umanità mai messa in disparte e sempre in comunione con le obbligate se non sofferte scelte commerciali.
Non ho mai conosciuto Sergio, come ho detto, ma ho conosciuto il suo lavoro e mentirei se non ammettessi l'influenza che ha avuto sul mio sincero amore per il fumetto. Probabilmente, senza il cosiddetto “buonismo Bonelli”, la sua “gabbia”, gli Almanacchi, i Maxi, il nostalgico bianco & nero, le immancabili spalle comiche eredi del buon Cico zagoriano, il lettering manuale ed ogni altra caratteristica tipica della “Fabbrica dei sogni di via Buonarroti, il mondo delle nuvolette parlanti avrebbe un lettore in meno. A costo di diventare smielato e banale non posso far altro che dire grazie a Sergio Bonelli e grazie per il suo lavoro, una, cento, mille e infinite volte.
E mai sarà abbastanza.




giovedì 24 settembre 2015

Fuori porta

Avevo un po' di tempo a mia disposizione, libero dal lavoro e da riunioni famigliari ed ho pensato bene di farmi qualche giratina presso un paio di micro fiere del fumetto qui vicino a me, in terra di Toscana, tanto per distrarmi e scaricare lo stress del solito tran-tran.
Prato Comics + Play e Massa Comics & Games, come si può facilmente intuire, rispettivamente una nel centro di Prato a due passi da Firenze e una nel bel parco della Comasca a Marina di Massa, si presentano per quel che sono: due realtà locali, piccole, ma volenterose di crescere e affiancare dignitosamente le sorelle maggiori sparse in tutto lo stivale. Il saggio, però, ce lo ricorda, tra il dire e il fare c'è di mezzo molto, ma molto mare.



Una volta arrivato alle porte di queste sagre della fantasia, la soddisfazione di aver investito i miei risparmi in un biglietto, per una volta, ad un prezzo veramente misero (cinque euro per prato e soli tre per Massa) è stata letteralmente decapitata dal constatare che oltre i cosplayer, i giochi da tavolo di ruolo e di carte, action figueres, videogiochi, film e anime, statuette e gadget di ogni tipo ciò che più mi premeva era praticamente assente! Il fumetto, che ha aperto la strada a tutto questo mondo di divertentissimi quanto inutili oggetti, fantasticherie per un eterno carnevale, giochi sempre più elaborati e fantasiosi, si è evidentemente perso per strada. Certo , nessuno sano di mente sarebbe andato in pellegrinaggio ad eventi così piccoli sperando di ritrovarsi in un’ altra Lucca Comics solo un po' più economica, ma se sono riusciti a dare uno spazio più che decente ad ogni altra componente di quel che è ormai considerata la comunità nerd (e anche su questa definizione ci sarebbe molto da dire), nasce spontaneo domandarsi come mai in entrambe le occasioni di albi e volumi ne abbia visto a malapena l'ombra. A onor del vero Prato i è dimostrata migliore di Massa, con quasi quattro banchini di fumetti usati o semplicemente vintage e un discreto parco autori che poteva quasi far invidia alle fiere mercato più storiche; ma la sensazione d'insieme che ho avuto non è stata delle migliori. L'appassionato di fumetti medio, sembrerebbe, leggere sempre meno e sempre più concentrarsi nel videoludico e in tutti quei giocattoli e giocattolini che, mi spiace dirlo per i suoi collezionisti, per forza di cose, non potranno mai veicolare la stessa cultura. In più, ho notato che, esistono alcuni individui, piuttosto sconosciuti, che sono così convinti di aver talento da mettersi in bella mostra senza alcuna vergogna, su un banchino definendosi “maestro” e disegnando peggio del sedicente “allievo” al suo fianco; o, in altro caso, vantarsi di “non aver mai studiato in un liceo artistico”. Ora, se nel primo caso, per ovvi motivi logistici, non potete che fidarvi della mia parola (e non fatelo, verificate!) nel secondo vorrei chiedervi quanto secondo voi sia normale ostentare ignoranza, di qualsiasi genere essa sia. La mia educazione non mi permette di considerare il “non aver studiato” come un qualcosa di positivo, nemmeno lontanamente.



Ho cercato di pensare al perché le diete di queste organizzazioni siano così carenti di quel che ho sempre pensato dovesse essere il loro alimento primario e mi son detto che, probabilmente, non è facile trovare “fumettivendoli” disposti a spendere troppo per presenziare in luoghi così minuscoli; o forse che queste piccole realtà non abbiano abbastanza fondi e si devono arrangiare come possono, alla bell'e meglio.
Ma in fondo Prato è riuscita a coordianre tre mostre di alto livello in stile Lucca spalmate in un periodo più esteso rispetto ai suoi due giorni di vita in altrettanti luoghi della città. Invece so per certo che gli organizzatori di Massa, per loro stessa ammissione, hanno selezionato i vari stand (e vi assicuro che erano davvero pochi) per evitare che litigassero fra loro e non scontentare nessuno, trasformando una potenziale fiera in un gruppo sparuto di banchi, sinceramente anche di dubbio gusto.
I veri meriti di questi due eventi sono l'aver chiamato nomi interessanti come i fumettisti Pierz e Marco Santucci (a Prato, per dirne due su tanti) e un grande doppiatore come Andrea Ward (Massa) in una politica generale che punta sempre di più su questi grandi e concentrati momenti rispetto a una sostanza diffusa. Una politica che rispecchia i tempi che corrono in cui la totale contaminazione dei media dell'intrattenimento porta molti benefici economici, ma temo, ben pochi di altro genere. Non sono qui a predicare l'annientamento nazista di tutto quel che non è fumetto, ma certo non mi dispiacerebbe vedere una comunità nerd un po' diversa, che magari insieme a qualche videogioco sfogli anche qualche pagina (di carta, non digitale) in più, perché, sicuramente sbaglierò, ma non vedo molta differenza tra un nugolo sincronizzato di strilloni incollati ad uno schermo d'un videogioco e quattro grezzoni da bar davanti al derby della domenica. D'altra parte il problema ce l'ho io, mica voi: avete ragione, se la maggior parte dei partecipanti a queste fiere ha risposto più che positivamente, allora lasciatemi stare, non voglio appartenere a niente di tutto ciò, non chiamatemi nerd, al massimo fumettaro e continuate pure a divertirvi in questo potpourri denso di mediocrità. Quello che riempie il web di fumettisti che non raccontano nulla se non il loro inconscio e ostentato sessismo; disegnatori dal tratto incerto come quello d'un bambino, ma sicuro nel ritrarre ogni genere di volgarità; illustratori affermati che non trovano nulla di male nel dipingere la donna come una perenne bambola gonfiabile nascondendo (nemmeno troppo bene) i loro desideri da adolescenti repressi dietro la scusa di dover pur campare; di autrice femminili che contribuiscono a perpetrare questa idea di donna pur considerandosi valenti femministe solo perché il guinzaglio è brutto solo se non lo scelgo io; miei e più illustri colleghi senza un minimo accenno di buon senso, per non parlare delle competenze, ma che si fanno forti del loro grande seguito per non mettersi mai in discussione e sostenere tesi palesemente infondate; personaggi che ricercano fama e celebrità tramite video di dubbio contenuto come futuri concorrenti di reality show.

In una frase, come diceva un grande artista del passato, ancora una volta, “il sonno della ragione genera mostri”.


lunedì 24 agosto 2015

Amici d'infanzia

Sin da quando ho memoria sono sempre stato rapidamente catturato dalle storie, le fiabe, i racconti, sotto ogni forma in cui fossero scritti, illustrati o cantati. Le parole mi incantavano e le immagini mi rapivano senza mai smettere di farlo. Prima di esser invaso dalle costruzioni dei rapporti sociali già mi attiravano i frutti della fantasia su due o più dimensioni, i figli del reame fantastico davanti ai quali non potevo rimanere indifferente: lo stupore che mi donavano era immenso e per la mia acerba materia grigia uno stimolo infinito, di cui potevo godere appieno senza le restrizioni di una coscienza dominata da vari preconcetti. I mostri mitologici e gli animali parlanti mi seducevano come poco altro, le riproduzioni della realtà in forme e colori tanto piatte quanto vive mi sorprendevano, i draghi e i mutanti, i robot e i cyborg, i morti che ritornavano e i baccelli dal sesto pianeta erano già entrati a far parte di me in una frenetica ricerca dei sensi verso quel che più era astratto, irreale e diverso. Elementi così estranei al mondo,non certo meno bello o emozionante, che avevo imparato a conoscere mi attraevano a tal punto da non poterne fare a meno. E come avrei potuto resistere? Una palestra intellettuale così efficiente e variegata dove mai avrei potuto ritrovarla? Pensare, assistere, conoscere quegli esseri animati su uno schermo alle quattro del pomeriggio, le peripezie dei tanti personaggi che affollavano riviste e giornali sparsi per casa, o ascoltare le ben più reali e drammatiche avventure dei miei nonni al crepuscolo di una giornata afosa e sopratutto ripensare, sognare e inventare altrettanti mondi e creature dopo ogni esperienza fu una ginnastica unica e irripetibile per ogni mio neurone. Il famigerato sense of wonder (senso di meraviglia/stupore) che gli anglofoni solitamente apostrofano riferendosi alle storie dei loro supereroi, fu l'esca per il mio giovine intelletto, ma fu solo grazie ai contenuti nascosti tra un'esplosione e un raggio laser che non mi stancai facilmente di quel mondo così lontano nelle forme, quanto vicino nelle sue viscere.

Passo dopo passo crescevo circondato da molti libri e tanti Topolino, le parodie Disney alla Domenica (dopo un'abbondante colazione e una doverosa funzione religiosa), i telefilm di Zorro, i giochi di Solletico, i cartoni dopo pranzo e nell'arco di tutta al giornata e molto altro di questo genere che divennero ben presto un'amabile routine.


Quando incontrai Zagor mi conquistò non solo per le esotiche e fantasiose avventure, ma sopratutto per i suoi incrollabili ideali. Ci sono storie che si possono apprezzare per la loro originalità, per la dinamica dello svolgimento o per l'innovazione, se presente, indipendentemente dalle politiche e filosofie espresse dai loro personaggi, ma raramente una vicenda ti si lega al cuore con lacci di sangue e muscoli, filamenti di nervi e pelle, stretta come un' edera rampicante, se non ci s'immedesima almeno un pochino in uno o più dei suoi protagonisti. Uno dei modi più facili ed immediati per farlo è sicuramente ritrovare tra queste pedine una morale o un' etica (o l' assenza di queste ) che ci ricordi la nostra. Non mi stupisco, quindi, che dopo molto tempo, il bonelliano Spirito con la Scure ancora rimanga saldo nel mio personale olimpo degli eroi e so perché, quando mi ci avvicinai, quella mattina di festa, incuriosito da quella copertina in cui era intento ad affrontare un fantasioso uomo uccello pellerossa che gli si scagliava contro in picchiata, come la più feroce delle aquile, ne fui così colpito.
Sapevo poco e nulla di quel guerriero dalla casacca rossa, ma in un riquadro poco più grande di una consueta fotografia di allora si potevano percepire tutte le caratteristiche del suo mito: l'estremo miscelare dei più svariati generi in nome di una passione per la fantasia nel senso più ampio del termine, l'unico ingrediente che rende ogni avventura degna di esser letta, assieme ad un incrollabile spettro di principi che mai si vendono per nessuna ragione. Il coraggio ed un onestà ragionevole ed indubbia al servizio di un sistema solo apparentemente eluso erano lì, sotto gli occhi di tutti, rappresentati da quel simbolo che ricordava le moderne mitologie delle strips americane con i loro Phantom, Tarzan e Batman.
Se ora impazzisco dietro calzamaglie e mantelli è colpa di un grande imprenditore italiano spinto da certe suggestioni d'oltreoceano a creare il nostro “supereroe” più longevo (ma non unico, badate bene!), nel tentativo di regalare ai giovani dei sessanta un amico un po' più fresco del solito Tex.
La scintilla scoccata con la versione edulcorata degli anni ottanta di quattro letali tartarughe antropomorfe maestre nell'arte dei ninja, più originali e stravaganti (ma anche molto meno raffinate, a guardare l'opera originaria) del solito giustiziere, è stata ampiamente ravvivata e mantenuta grazie a letture nostrane, esplodendo in un vero e proprio incendio di sensazioni che mai, per fortuna, ha dato riposo alla mia mente.
Il viaggio, iniziato con buona grazia del caso, non è stato affatto lineare, anzi, è mutato come i venti con cui si scontrano spesso i veri uomini di mare. La bussola è cambiata ad ogni “porto” della mia esistenza e se, al momento di salpare, salutavo dal ponte dei simpatici mostri verdi con un intelletto pari a Leonardo Da Vinci seduti in banchina, ora, nonostante la fine spero sia ancora molto distante, scorgo all'orizzonte un profilo sempre più gustoso di una terra che non conosco ma chiaramente ben diversa dai luoghi fino ad ora visitati.

Ho camminato per le strade di un' oscura città sorvegliata da un altrettanto oscuro cavaliere e nella sua lucente gemella protetta da un benevolo uomo volante.
Ho incontrato un ragazzo ragno appollaiato in un vicolo del Queens e stretto la mano ad una bandiera vivente che si ergeva a difesa di un sogno mai cominciato.
Ho riso di gusto con un azzurro lupo di campagna ed un incompetente pera malandrina di città.
Ho cavalcato per una frontiera americana rude e dura, inasprita dai suoi esoterici segreti e indagato l'incubo con un impossibile detective nei dintorni di un villaggio di pazzi Galli e tanto altro ancora, a dir poco incredibile.
Esperienze tra le più più disparate, le tappe di questa mia traversata, in apparenza immiscibili se non opposte, invero unite dal collante più forte che ci possa essere: quel forte senso di appartenenza che si può provare solo dinanzi a un nostro simile, quella compassione, tipico seme dell'amicizia, che sorge immediata davanti alla rappresentazione di quel che è in sintonia con le nostre sensibilità.
Come avrebbe mai potuto conquistarmi quel vecchio albo di Zagor se non avesse contenuto almeno una parte di quell'educazione con cui ero stato cresciuto? Come, mi chiedo, altri personaggi avrebbero attirato la mia attenzione così tanto se non esprimesservessero espresso, volenti o nolenti, i miei stessi principi? La risposta credo sia elementare. Per questo quando faccio la conoscenza di qualcuno che ammette di preferire un Joker ad un Batman, sebbene non sia certo un reato, mi viene da pormi almeno qualche domanda, nessuna delle quali carina o rassicurante. I cattivi sono belli, si sa, specie alcuni rispetto ad altri e servono, sin dall'alba dei racconti a far risaltare la figura dell'eroe, ma per quanto quanto possano affascinare non ci dovrebbe esser alcuna ragione per stimarli più dei protagonisti.
Invece ci sono sempre più persone, o così pare, che preferiscono personaggi scorretti e violenti, se non totalmente votati al male, anche quando pescano tra le schiere dei cosiddetti eroi.
In adolescenza, non nascondo di aver avuto una grande infatuazione per il Joker, storica nemesi di Batman, ma, maturando, la mia preferenza verso il pipistrello di Gotham si è decisamente consolidata, tanto per fare un esempio.
Non c'è niente di nuovo sotto il sole, probabilmente, se non una storia vecchia come il mondo, ma vi chiederei di fare un gioco, se ne avete voglia : scrivete su un foglietto i vostri personaggi preferiti e di fianco il perché lo sono, poi, nel rigo sotto, il loro modus operandi, chiamiamolo così, e di fianco, nuovamente quel che pensate di queste azioni e confrontatele infine con le motivazioni della vostra preferenza.
Prendetela come una piccola seduta psicanalitica fai da te, semplice, economica e diretta.
Chissà che non abbiate qualche, amara, sorpresa.

mercoledì 24 giugno 2015

La Terra del Domani

Avete trovato un oggetto sconosciuto tra la vostra biancheria? Una specie di bottone di cui non ricordavate l'esistenza è apparso sulla vostra scrivania? Un piccolo pezzo di metallo tra i vostri ultimi spiccioli? Un cerchietto rosso e blu dalla strana apparenza vintage? Vi siete ritrovati senza come né quando a roteare un mistero sottoforma di spilletta come un novello Due Facce?

Se non è successo niente di tutto questo smettete di leggere e catapultatevi subito a rovistare tra i vostri panni sporchi, potreste avere qualche sorpresa e non voglio esser certo io a rovinarvela.

Al contrario, starete già stringendo tra le mani una T bluastra e un po' rovinata e sporca senza esser per forza un aiutante adolescente di vistosi combattenti del crimine e comprenderete facilmente il mio pensiero.

Per anni ho cercato di dare una definizione a quel che pensavo potesse esser l'unica filosofia vincente, l'unica politica, scelta o rivoluzione possibile. Disgustato da molte cose, mi ero illuso di altrettante, non così diverse. Ho sprecato fin troppe energie a servizio di cause ingenuamente sopravvalutate, ma in cambio qualche piccola verità l'ho scovata. La fantasia e il sogno sono veramente qualcosa di speciale. Se credessi in un dio oserei dire che siano il lato divino dell'uomo, la prova che deriviamo da qualcosa di superiore.

Immaginate lo stupore, quindi, nel vedermi sparate in faccia tutte le risposte che abbia mai cercato compresse in una: l'imbarazzo per la mia stupidità fu imminente, mi ero perso in sofisticati labirinti quando era sempre stata là, a portata di mano, semplice e chiara davanti ai miei occhi. Non mi sarei mai aspettato d'incontrarla nel buio di una sala distrattamente sprofondato in una delle tante poltroncine anonime assegnate al mio fondo schiena.

Avrei dovuto saperlo, si trova ciò che si cerca non appena si abbandona ogni speranza.

-"Tutto è possibile. Se camminassi e vedessi un ragazzo con un jetpack volare sopra di me penserei che tutto è possibile, ne sarei ispirato. Questo non renderebbe il mondo migliore?-"

Eccola qui la morale delle morali, l'idea unica dietro ad ogni storia, la lezione definitiva di Disney, ma non solo, di Apuleio, di Dante, di Orwell, di Omero, di Virgilio, di Collodi e chi più ne ha più ne metta. Il messaggio primario di chiunque si sia mai accinto a raccontare o anche solo comunicare azioni, eventi, concetti e sensazioni. L'eredità ultima del padre di Topolino, nonché lo slogan subliminale insito in ogni creazione del suo impero:

“Quel che ispira, meraviglia fa sognare, induce curiosità e voglia di conoscenza migliora noi e tutto quel che abbiamo intorno. Più di un mantra, un comandamento o una fede, un attento dato scientifico.”

Una verità che, nel mondo di oggi, potrebbe apparire alquanto scomoda. In una società ormai disincantata da eroi decostruiti, cinica come i suoi personaggi di successo e fin troppo accomodata da una tecnologia invadente, questo pensiero potrebbe non diventare molto popolare. Eppure le persone dimostrano di voler fantasticare continuamente investendo molti dei loro risparmi in fumetti, film e videogiochi; ma se oggi certe  sfumature, oscure, vendono più di altre è proprio per questa volontà di un pubblico nello sfruttare la fantasia per fuggire dalla propria prigione di problemi quotidiani e non di usarla per affrontarli con risoluzione.
Ecco perché durante la mia visita alla Terra del Domani del sindaco Bird ho sentito questa immensa città come un qualcosa di estremamente coraggioso.

Un’ enorme equazione vivente a cui si arriva mano nella mano con la sua ambasciatrice bambina, Athena, incaricata di scortarci in questo prezioso tour turistico. E non potrebbe essere diversamente. Il nome non è scelto a caso: Athena, come la dea greca delle sapienza e dell'astuzia (tra le altre cose), spesso accorsa in aiuto ai giovani eroi della mitologia ellenica. Il domani è il futuro, il futuro sono le idee di oggi e queste cosa sono se non speranze? Speranze per un domani migliore e il nostro domani non sono, da sempre, i bambini, i giovani? Quelle creature dall'innato portamento a sperare unito ad una spaventosa razionalità, paradossi senzienti, che necessitano imprescindibilmente dell'educazione dell'adulto per far fruttare il loro ottimo fiuto. La prima legge che ho conosciuto in questa società si fonda sul binomio indissolubile tra due delle età dell'uomo : ogni cittadino bambino è tenuto ad esser il simbionte di un cittadino adulto, nutrito ed allevato nei migliore dei modi e l'uno non si può separare mai dall'altro.

Al contrario, non si potrà costruire nessuna Tomorrowland, nessun domani.



Tra i principi costituenti, poi, non si lascia spazio a nessun tipo di fanatismo. Nerd incontrollabili, fan sfegatati, patiti fondamentalisti di ogni fenomeno di costume mai esistito non sono certo ben voluti.
Inaccettabili agenti segreti del cinismo che mascherano con una sedicente competenza di critica, bramando solo il potere dei loro eroi e non il loro esempio. Avidi Paperon de’ Paperoni che accatastano idoli ed amuleti fuori moda nella vana speranza di ottenere ciò che non potranno mai avere, attraverso feticci e logiche primitive. Infanti troppo cresciuti che ostentano in ogni occasione la loro cieca fedeltà alla causa, illusi che questo li identifichi come i soli custodi di una risorsa comune, novelli sacerdoti di una religione da un paradiso mai promesso a cui tentano di avvicinarsi comprandolo, gadget dopo gadget. Sono considerati tra i nemici più pericolosi della città-stato, perché subdoli ed ingannatori, apparentemente innocui nelle loro vesti di entusiasti sostenitori di un sogno o d'un altro, ma sono poi i virus che lo abbattono.

Lupi inconsapevoli travestiti da ottenebrati agnelli, portatori sani di una pandemia per cui non v'è cura, untori incoscienti di una peste culturale.

Quando il giovane e l'infante si perdono nell'uomo e nella donna che saranno lungo la strada verso Tomorrowland, per la crescita verso una vera maturazione non solo fisica, ecco cosa rimane: stalker, padroni e violenti compagni di un amante che rivestono continuamente di lividi e cicatrici in nome di un amore tale solo di nome.

Athena, accompagnandomi per i grandi viali del futuro me lo ha spiegato bene.
Il vero atto di sognare non sta nella sola immaginazione, ma nella volontà perpetua di realizzarla.
La volontà, che piaccia o meno, si può nutrire soltanto con spinte propositive, di speranza, positività e determinazione. Potrà apparire poco realistico o inattuale a degli ordinari terrestri come noi, ma tutto quel che è figlio del pessimismo non porta che a un binario morto. Per i geniali cittadini di questa metropoli non c'è differenza tra uno scienziato o un artista, tra chi ha più o meno melanina, tra cristiani o musulmani, ma esiste un unico comune denominatore: la ricerca.

Non ci si può arrendere, smettere di cercare, nonostante (o soprattutto) si sia gli unici a farlo, o per quanto la situazione appaia irreparabile. L'atto stessa della ricerca ci farà crescere, maturare e trovare un tesoro, forse non il nostro tesoro, ma sicuramente un discreto patrimonio. Abbandonando ogni ottimismo si rischia inevitabilmente di precluderci a nuove e possibili idee, di contribuire al contagio del fanatismo e a condannare all'oblio, senza ombra di dubbio, intere culture.



Per questo arrendersi è severamente punito dalle loro leggi, è forse il crimine più grave.

Alla fondazione di questa Roma del sapere c’è stato un chiaro intento di allontanarsi dalle molte restrizioni, nonché distrazioni che la nostra società, con politiche corrotte e umanamente imperfette, pone al massimo sviluppo delle arti e delle scienze. Oggi, chi migra qua è spinto soprattutto dal volersi lasciare alla spalle l'indifferenza e il vuoto di molti individui dei nostri tempi, che sempre più somigliano agli zombi dei film horror. Lanterne Grigie, più che nere, il cui contributo al futuro del pianeta è prossimo allo zero e la cui sola esistenza può provocare rabbia e disgusto tra i cittadini del domani, riuscendo a distruggere, a distanza di intere dimensioni, anche un’ utopia ben congegnata come questa.

Ora molte cose sono cambiate e tutto non potrebbe andar meglio, ma questa landa porta ancora addosso i segni di ciò che molte storie ci insegnano: le insidie maggiori si annidano proprio nel cuore del paradiso. Ancora una volta Athena mi ha mostrato quanto gli sia costato dare ascolto a chi si affidava fin troppo ciecamente al futuro, o meglio, ad un futuro, senza un minimo accenno di speranza. A chi cioè ascoltava solo la logica ed aveva perso la capacità di sognare. A chi beneficiando dei frutti delle idee altrui aveva abbandonato ogni volontà. A chi, sdegnato dal mondo circostante aveva esaltato il difetto più grande di quest’utopia: l'isolamento dalla società. Probabilmente il loro errore più grave, quello della superbia e dell'arroganza, li ha spinti in un’ autarchia rovinosa salvandoli tanto dai crack finanziari mondiali, quanto dal rinnovamento di quelle risorse fondamentali a qualunque paese per evolvere, prosperare. Lontano dai difetti quanto dai pregi e perdendo di vista l'equilibrio delle cose. Preoccupandosi solo del loro nuovo mondo artificiale senza affrontare la realtà quotidiana dei comuni terrestri fatta di politica, guerre, crisi.

Chiudersi in un élite esclusiva convinta di una propria superiorità sulla base di parametri auto definiti ha trasformato il futuro in un fossile presente. Il domani non è mai arrivato sulla terra perché non è mai stato condiviso, ma nascosto, celato per il solo timore egoistico che fosse rovinato dall'accidia della condizione umana.



Le idee e i sogni devono esser condivisi, mostrati alla società per comporre il futuro pezzo, dopo pezzo come un gigantesco mosaico di cui potremo godere solo una volta completato. Ogni frammento posto sulla calce darà l'ispirazione necessaria per porne un altro e quale saranno le forme e i colori di questo murale sarà solo una nostra decisione. Una nostra volontà. Apritevi e aprirete le porte del domani, schiudetevi e sboccerà il futuro.

Esternare per combattere l'epidemia dell'ignoranza, della pigrizia e dell’ individualismo infettando con il sapere, la conoscenza e l'altruismo.

Certo, per un contagio così capillare ci vuole costanza e non pigrizia, sacrificio e non comodità, fiducia e non vittimismo, ma se, recati in visita in questo piccolo e stupefacente staterello statunitense, resterete di stucco davanti alle sue meraviglie e vi domanderete come possiamo replicare e migliorare tale fantasia, sappiate che la risposta risiede in tutto quel che vi hanno insegnato a tacciare per buonismo facendovi dimenticare le coordinate della reale evoluzione dell'uomo, ormai bloccata al glorioso Impero Romano.

Non abbiate vergogna a sperare, a sognare, a conoscere,a costruire i vostri desideri, nonostante le mode, le sconfitte e le difficoltà e in un batter d'occhio staremo ad ammirare i bastioni di Orione sotto le scintillanti guglie di una torre d'avorio.



sabato 13 giugno 2015

Stanco

Sono stanco.

Stanco di forum, youtubers, web comic e tutte le miriadi fan page che affollano Facebook.

Stanco dei social network, dei siti e dei fotografi improvvisati che improvvisamente si accorgono di tutti gli usi errati di obbiettivi e grandangoli in ogni dove, anche nella pellicola più idiota.

Stanco d'individui che ricercano disperatamente fama e gloria senza il minimo sacrificio, ispirati da sol fatto di possedere una webcam ed un allaccio ad Internet.

Stanco di questi appassionati di ogni cosa, persino dell' "arte di cambiar le ruote in autostrada" (che non va sottovalutata), che si sentono in dovere di farci sapere per forza i loro pensieri, per forza su ogni benedetta notizia del loro piccolo mondo esclusivo finendo tristemente per esser l'uno la fotocopia dell'altro.

Stanco di chi pensa di piazzarsi davanti ad una telecamera per poter far un video dedicato a qualche supereroe in circolazione.

Stanco delle orribili voci cacofoniche che, inevitabilmente, escono da questi video! Voci con una dizione imbarazzante, dagli accenti sballati e dall'esposizione di testi e discorsi pari a quella di un bimbo delle elementari.

Senza offesa per chi frequenta le scuole elementari, eh!

Stanco, stanchissimo di questi canali video che si fagocitano e prosperano vicendevolmente: un cerchio vitale chiuso e continuo dove ci si entusiasma (o ci si scanna) per una scala di valori distorta in cui ciò che sarebbe importante è effimero e l'effimero è l'unico dio che conta.

Stanco di ogni accidente di fan che vuole farci conoscere ogni cavolo di personaggio con maschera e mantello come se fosse l'unico in circolazione a parlarne! Come se nessun altro l'avesse fatto prima! E come se lo facesse con un minimo di personalità!

Stanco di vedere, sentire e leggere recensioni di fumetti dal sedicente Punitore di turno, pronto esecutore d'autori, senza la più piccola briciola d'obbiettività.

Stanco di osservare quanto si pensi che basti aver una testiera per poter scrivere, aprire un blog, esser romanzieri, ma soprattutto giornalisti! Stanco di tutti questi siti che si occupano di fumetti, libri, film e altro, talmente amatoriali da sembrare una barzelletta. Qualcuno non ha ancora capito, ad esempio, che per scrivere articoli di supereroi non basta esser appassionati di supereroi. Qualcuno di voi si farebbe operare di tumore al rene da un meccanico? Non credo. Eppure questi ambiziosi spazi di ritrovo per appassionati in rete continuano semplicemente ad annoverare nelle loro file fanatici che hanno tutto, fuorché il minimo senso della lingua italiana. E questo tanto per elencare la cosa meno grave.

Stanco, stanchissimo, quindi, di tutti quelli che le seguono senza la minima critica e depresso nel constatare quanta ignoranza ci sai dietro di loro.

Stanco degli infinitesimali fumetti gratuiti sul web e stanco di scoprire ogni volta quanto la qualità di questi prodotti sia inversamente proporzionale al prezzo che pago per leggerli.

Stanco, non perché qualche dilettante non possa fare un fumetto e metterlo in piazza con la speranza di poter trovare un editore, ma per la totale assenza di talento che si cela dietro a questo. Il talento, poi, non è affatto l'unico neo, a giudicare dai siti affollati da lavori così mediocri, il cui unico denominatore comune sembra quello di copiare idee già funzionanti e ormai vecchie. C'è da domandarsi perché gli addetti ai lavori non abbiano il coraggio di pronunciarsi incisivamente, anzi quasi incoraggiano questi prodotti piuttosto scadenti.

Nessuno nasce e vola, ma non per questo dobbiamo lasciar a piede libero nuove leve che fan dell'uso improprio di matite e pennelli un vanto generazionale. Possibile che sia l'unico a rendersene conto? Dimenticavo, ahimé, che nessun pescivendolo tirerebbe dietro pesci ai suoi clienti solo perché non hanno idea su come cucinarli. Lo capisco, fin troppo bene, ma non c'è un modo di trovar un compromesso? Dobbiamo sopportare per molto cose come strisce porno maschiliste di frustrati convinti di esser i nuovi Manara? Dimenticavo, sono solo io che sopporto, per gli altri è tutto molto normale. Posso farmene una ragione, ma, effettivamente mi sento stanco.

Stanco dei tanti e bravissimi, invece, illustratori che però non sono diversi da un programma Mediaset di seconda serata. Disegnatori impeccabili che insistono a farsi strada con la comodo scappatoia di un erotico che non sfigurerebbe su Striscia la Notizia, Il grande fratello o nelle pubblicità dei numeri hot per uomini soli. Maestri del segno che sprecano la loro arte per simulacri degni delle peggiori produzioni pornografiche, senza se e senza ma. Stanco e triste, a pensar a questo, pensar che non sempre certe capacità siano sinonimo d'intelligenza e purtroppo, ultimamente, sto verificando, sempre più, il contrario.

Stanco, stanchissimo, praticamente moribondo delle mille sentenze senza alcuna base scientifica e conoscitiva che appestano l'intero globo virtuale. Stanco di chi parla solo per sfogarsi, di chi giudica senza sapere, ma sopra ogni cosa di chi non è capace di argomentare le sue idee, di sostenere una conversazione, finendo squallidamente per offendere nei modi più beceri.

Stanco sì, ma non ancora stanco di dir la mia.

Stanco, ma non abbastanza da non poter criticare. E che importanza ha se qualche nerd sfigato vuole fare un video e rendersi ridicolo in qualche modo? Posso sempre lasciarlo cuocere, a fuoco lento, nel suo insipido brodo.

Stanco, non del tutto però, non per tentar di far capire lo sbaglio di chi sbaglia, l'importanza di una discussione civile esente da ogni forma di violenza verbale.

Stanco forse, ma non di godermi la vita ed, in nome di questo, ancora fermo nell'ammettere la mia superbia, in quanto non mi dispiacerebbe trovarmi davanti a persone preparate nel far lo stesso.


Quel che mi stanca veramente è quel che è inammissibile: la volgarità delle parole, dei termini e la mancanza di maturità, che trovo continuamente sulla mia strada. Per questo, però, so bene che non troverò una cura, ma almeno lasciatemi il diritto di punzecchiare, di deridere se necessario, infastidire, per quanto non sia bello, l'ignoranza e la disonestà che ammorbano ad ogni alba ogni mia speranza.

sabato 25 aprile 2015

L'insospettabile ordinarietà della violenza.

Due cani. Un'auto. Un padrone. Una manovra in retromarcia. Un parcheggio deserto. Guinzagli troppo lunghi. La sensazione improvvisa di avere un bersaglio a quattro zampe nello specchietto retrovisore di quell'arma mobile che ti ritrovi sotto il sedere. L'indifferenza di chi se ne doveva curare. Una frenata per evitare l'irrimediabile. Un' osservazione cauta e legittima figlia dello spavento di "quel che poteva accadere". Uno sguardo storto, colmo d'odio e di arroganza. Una risposta visiva e gestuale, immobile e rigida, quanto dura ed irruenta.
E chi stringe fra le mani un manubrio in simil-pelle non può che sentirsi come se avesse disturbato un Dio, un re intoccabile, risvegliato una crudele ed antica divinità. Il commento verbale dell'adirata entità al seguito dei suoi Cerbero non è da meno. Ed ecco che una gentile osservazione negli interessi di tutta una comunità viene avvertita come un attacco personale ed ingiustificabile, come se si fosse arrecato un oltraggio da lavare con il sangue all'onore stesso della persona; come se le logica legge non esistesse, non valesse più niente, come se il ruolo dei tutori dell'ordine fosse da mettere alla berlina, un superfluo fregio nell'amministrazione della società privo di qualunque valore; come se ognuno fosse padrone incontrastato degli spazi pubblici, muovendosi come nel bagno di casa propria, invece che considerarli di tutti e non solo suoi. Spazi pubblici, appunto, cioè della comunità intera; spazi dove, cioè, è bene tener conto delle esigenze del nostro prossimo prima che delle proprie. E così viene avvertito come violato, con quell'arroganza denunciata nelle modeste parole dell'altro, un bene non proprio, si tenta di spaventare, accompagnando i gesti con vistose urla colme di rabbia, cercando d'instillare paura, sorprendendo chi ha avuto la sola colpa di muovere un'educata osservazione nella tutela, non solo della propria sfera privata, ma anche per l'incolumità di quegli esseri non umani che si è messo, incoscientemente, in una condizione di probabile pericolo. Si agisce offendendo, pesantemente, come se la ragione ce lo permettesse, come se la si avesse questa ragione, minacciando, chiaramente, puntando dita e scoperchiando fauci, ringhiando come forse si sarebbe voluto che facessero quei cani e come, sopra ogni cosa, si fosse gli unici ad agitarci, ad esser mossi dall'odio, dalla vendetta di fronte ad un vero colpo alla nostra dignità, ai nostri diritti personali e non con una banale combinazione di parole più che prevedibile, ma con una furiosa violenza verbale e d'intenti.
E tu, quando il tuo unico peccato è stato di far valere un piccolo diritto in modo sereno e diplomatico nell'orticello di casa tua, non puoi non sentire l'istinto che ti spinge ad assalire, a sferrare, ad uccidere, non puoi ignorare la voglia di prevaricazione che la prepotenza subita ti ha lasciato.
È impossibile far finta di niente, rincasare sereni, se si è umani: non possiamo che sentirci oltraggiati, impotenti e vittime. Siamo terrorizzati, per le minacce nel pensare che un individuo si permetta questo e perché ci siamo resi conto di non aver alcuna tutela dinanzi a persone così. Persone che non rispettano alcuna legge, nessun compromesso di convivenza, prepotenti di quartiere piccoli abbastanza da non coinvolgere i tutori dell'ordine, se non quando è ormai troppo tardi, e grandi abbastanza da rovinarti la vita. Cani sciolti che non puoi controllare, pronti a far qualsiasi e letale pazzia.
Non sono come te, tu che non hai urlato quando potevi perché non è educato, che hai cercato di rimanere calmo quando volevi ucciderlo, perché non è giusto; tu che, infine, hai cercato di spiegarti in modo calmo anche se ti tremava la voce dal nervoso, perché in fondo non conviene andar contro quella che è la legge. La razionalità ti salva, provocare chi non comprende ed è pronto a far quel che non si dovrebbe per proteggere la sua sfera privata. Ti salva, ma non ti aiuta. Non aiuta a stare più calmo, a non sentirsi feriti da un'ingiustizia che mai si risolverà. Per te, per la fiducia nelle tue capacità, per la tua integrità di uomo e per tutto quello in cui credi ed in cui sei cresciuto. Non si può non salire le scale di casa non sognando un salvatore, che con classe, ripaghi con la stessa moneta chi, effettivamente, ti ha fatto violenza senza che tu potessi far molto. Non si può non immaginare la soddisfazione se un messia alieno riparasse alla prepotenza subita con straordinari poteri cosmici. Non si può non sentire il bisogno di un crociato incappucciato che piombi su chi ti ha mancato di rispetto e lo avvolga tra le ombre del suo mantello per fargli assaggiare la sua stessa medicina. O di un angelo custode che in un batter d'occhio avesse posto fine alla diatriba lasciando in mutande quell'avventore così nevrotico. Di un luminoso agente dell'ordine che scenda dal firmamento al momento giusto a risanare una giustizia mancata. Di un prode leader che difenda le giuste regole di un intera comunità tramite il tuo personale caso. Ed ancora, potrei dire, di un nobile capitano che ponga il suo scudo tra te e i pericoli alla tua libertà personale, di un diavolo guardiano che colpisca di notte chi sbaglia di giorno, un amichevole protettore di quartiere, di un verde mostro che faccia per te quel che non puoi fare, di un imprenditore in armatura che vigili su quel rispetto che non dovrebbe mai venir meno.
Questa è la risposta a chi domanda quale sia il gusto nel seguire le avventure di “raddrizza torti” in spandex e calzamaglia. Si può davvero resistere al loro fascino, per quanto sbagliato, di fronte non ai problemi mondiali, ma a queste frustranti reati quotidiani ed impunibili? È veramente più umano far finta di essere superiori e distanti da questo sentimento, od accettare questa debolezza della specie tentando di migliorarci seguendo buoni modelli di cittadinanza, quali i vari Clark Kent, Bruce Wayne, Barry Allen o Arthur Curry, mentre appaghiamo la nostra naturale propensione al far west tramite i loro alter ego mascherati nell'attesa che un Hal Jordan riesca a far il suo lavoro, grazie anche al coraggio di una denuncia?

Ecco perché i fumetti di supereroi sono i miei preferiti: perché, nonostante tutto quel che se ne può dire, sono i più incisivi sulla nostra vita ordinaria, sono quelli che più si occupano di lenire la naturale frustrazione del moderno uomo comune. Fanno divertire, fanno pensare e aiutano come uno psicologo, se usati a dovere. Possono indicare la strada se si sa leggere tra le loro righe in una continua discussione della società occidentale contemporanea. Non tutti si può essere della medesima opinione, ma è in momenti come questi, quando palpo in prima persona quanta miseria vile e cattiva si nasconda negli angoli più reconditi dell'uomo comune, che comprendo quanto umana e logica sia l'esistenza di un tale genere e, perché no, delle infinite religioni di questa terra. E non mi vergogno di confessare quanto bisogno ne abbia, né, sovra ogni cosa, di sperare che un Superman mi venga a salvare.