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venerdì 19 giugno 2020

Che Joker di film!

Curioso come, talvolta, le cose capitino nella vita. Curioso, infatti, che sia riuscito a vedere l'osannato Joker con Joaquin Phoenix solo ora, in questi tempi di proteste targate #blacklivesmatter, di sommosse popolari in nome di George Floyd e tutti i neri e non vittime dell'orrendo abuso di potere delle forze dell'ordine.

Ma soprattutto di polemiche su statue abbattute e disclaimer su vecchi film razzisti. Curioso perché la pellicola DC Comics ne avrebbe dovuto avere almeno venti di disclaimer, se dobbiamo farci trasportare da questa logica. In assenza di essi il risultato è stato un equivoco tragico tra opera e pubblico, in questo, più che mai attuale, in modo terrificante. Joker è una carrellata Marvel di ogni stortura possibile ed immaginabile del sistema statunitense cucite tra loro soltanto da un insieme di performance stellari di un Phoenix all'ennesima potenza, perfino troppo. E ci sono tutte: dal problema risaputo della sanità, mentale e non, agli abusi, appunto, delle forze dell'ordine, alla stronzaggine diffusa dal sistema capitalistico, dal problema delle armi, alla ghettizzazione, dalla povertà, ai sogni di popolarità mediatica, etc... Purtroppo questo apprezzabile indice delle ingiustizie d'America affetto da un insostenibile bradipismo non porta assolutamente a niente, nemmeno sul campo emotivo.

Quando si tratta di film ispirati a fumetti nasce sempre una guerra civile tra chi è esaltato dal lavoro del regista di turno (me ad esempio 😁) e chi non accetta altre versioni che quella cartacea, nonostante l'ultima possa apparire sul grande schermo ormai ridicola e obsoleta. La verità è che ogni interpretazione è valida ed in quanto tale va accettata, indipendentemente dal proprio gusto, ma la migliore rielaborazione obbligata dal 16:9 di un determinato personaggio sarà sempre quella che, aldilà delle novità introdotte, riesca a mantenere il suo spirito originario. E scusate se non riesco a trovare qui il Principe Pagliaccio del Crimine che ho imparato ad amare e temere. Certo, è un' origin story, ma le ottime idee alla base del film, dal mitico Arham Asylum al movimento dei clown e come menzione speciale la rivisitazione della classica scena dove il futuro supereroe salva un passante da alcuni balordi di strada consacrando la sua vocazione, in chiave anti eroica (e riprendendo fiato credo di averle elencate già tutte🤣) viaggiano troppo dirette e sicure sul binario della patologia, rendendo il letale avversario dell'uomo pipistrello non più di un patetico idiota malato.

È vero, questo errore potremmo riscontrarlo anche nella tanto acclamata graphic novel di Alan Moore, The killing joke, primissima ispirazione del regista Todd Phillips, ma non può essere una giustificazione.  Mi piacerebbe dire sinceramente a lui e al suo amico sceneggiatore:ragazzi avevate buone intenzioni, anche alcune brillanti idee ed è evidente una certa passione per il character, ma, come in politica, la buona volontà non basta. Vorrei dirgli col cuore in mano, senza astio, più con affetto, che non è sufficiente riprendere più del necessario un attore da Oscar che si accascia in un vicolo per fare del cinema di alto livello o usare font antiquati, filtri vintage, usare al 90% scene di dialoghi, senza un briciolo di ritmo ed azione o inserire un vero capolavoro come Tempi Moderni di Chaplin per farne un altro. Mi piacerebbe davvero perché la sensazione che ho avuto non è quella di un figlio d' incompetenza tecnica, ma di quella cultura artistico-sociale parziale e viziata proprio da quegli ingraggi che si vuol mettere alla gogna. Quel che di solito è il fascino sinistro, horror, quasi esoterico, della nemesi di Batman, dell'incognita sulla sua integrità mentale è qui spostato scioccamente sulle vicende della storia stessa rendendo completamente futile ogni tenua e superficiale critica al solito sistema cattivo e malvagio. Questo Joker appare quasi un patchwork delle future nemesi del vigilante di Gotham: Il Pinguino, Due-Facce, Bane pure Mr. Feeze (o dovrei scrivere Sig. Frigo?), sono tutti in lui . Un' idea potenzialmente interessante, ma che lascia il sapore di un minestrone senza capo né coda, di una mancanza d'idee veramente pertinenti al buffone assassino, sminuendo non solo la sua figura, ma anche il lavoro dell'amato Joaquin che a tratti muta in una caricatura d'attore che sfiora il ridicolo. Nei panni di Arthur Fleck dice che la sua vita è una commedia, chissà se è anche quel che gli è venuto in mente dopo aver visto il film a montaggio ultimato.

Joker è un infantilismo cinematografico che pecca di superbia scimmiottando malamente Nolan e Snyder, veri maestri nel trasportare personaggi dalla carta alla celluloide, creando (inconsciamente?) così un falso film d'autore per le masse. Un prodotto ad hoc per chi ama uscire dai cinema soddisfatto, dandosi arie da critico, ventilando sedicenti buchi di sceneggiatura, senza sforzarsi minimamente per farsi il bagaglio culturale necessario ad esserlo, per chi crede di aver visto un capolavoro perché sa di aver visto scene come quelle di quei film impegnati di cui sente parlare, senza possedere gli strumenti per capire se il suddetto impegno vi sia realmente ed ama vantarsene nei fast food, felice di far parte di qualcosa di epocale, ma l'unico messaggio che coglie, come al solito, è quello delle apparenze. Apparenze che in questo caso si traducono nell'esaltazione dei Di Maio di tutto il mondo, del populismo e del grillismo odierno, senza se e senza ma. Infatti, se questa visione risulta, infine, inutile, noiosa e tronfia non si può dire lo stesso della sua esistenza, che con un geniale effetto di meta-cinema si rivela, un pó come il Far From Home di Spider-man, una parabola vivente sul qualunquismo odierno che appesta e devasta le culture delle nostre società.
Illustrazione de Il Fumettofago
Chi s'infiamma e si rivede eccitato in questo Joker è chi, come ci ricorda Wayne, non è in grado di costruire niente per sé e per la collettività se non una lamentela sterile e bizzosa contro le "diaboliche caste" dei "poteri forti", il mediocre e il burino, insomma, che prende coraggio solo in un gregge dalla violenza facile nascondendosi vigliaccamente dietro ad una maschera, magari di qualcun altro. Un' auto esaltazione della mediocrità e dell' ignoranza che rischia di essere piuttosto pericolosa data in pasto ad un popolino, come cantava Caparezza, col cervello piccino direttamente proporzionale alla sua arroganza. Una rivincita dei senza talento, delle chiacchiere da bar, fondamenta della cultura dell'odio sdoganata dai media e social dell'epoca dei Salvini e dei Trump in cui anche chi ha ragione, come i manifestanti contro il razzismo in U. S. A e U. K. può diventare facilmente il nemico, un ennesimo avatar della rabbia cieca e incontrollata. In fondo, sono loro il vero villain, altro che Joker, povera, penosa, vittima di un' America orribile, ma questo lo sapevamo già, non ci serviva certo questo semi plagio a Scorsese a ricordarcelo, bastava aspettare il 25 maggio 2020.


domenica 7 aprile 2019

Paura della paura stessa.

Avevo un po’ di paura, effettivamente, ad addentrarmi in un racconto sequenziale su un dominatore di paura e i suoi agenti, che mettono a ferro e fuoco il pianeta in cui i nostri eroi saranno costretti a superare i loro limiti e timori per sconfiggerlo e… Fermi tutti! Cosa?! Cosa dite?! Lanterna Verde?! Geoff Jhons?! 


No, no, non è di questo che sto parlando, ma di una novella Marvel ben più tarda ed in tutti i sensi. Sto ancora cercando di capire da dove venga la fama di Matt Fraction dopo un simpatico Punitore anti-suprematisti, ma imparentato con l’Ispettore Gadget e soprattutto, questo Fear It Self.


Come Stan Lee negli anni ‘60, si contrattacca alla Distinta Concorrenza in ritardo e goffamente, inginocchiandoci agli dèi norreni, pregando la loro mitologia per un miracolo editoriale e si va giù di nazisti, ecatombi e martelli a grandinate. D'altra parte nell’Universo 616 non esistono anelli da conferire a degni portatori, bisogna accontentarci di grandi schiaccianoci. Non ci sono corpi di polizia intergalattica (no, aspettate, esistono, sono i Green Lant… oops Nova Corps), ci rimangono solo gli amici della casa di Thor.


Non male certo, ma un po’ sterile per essere la parte migliore. E sì, perché quest’avventura fiorisce in un Heroic Age del tempo di uno sputo dotata di occhio critico e sociale all’altezza dei migliori autori della famosa British invasion, eclissata ben presto dalla tipica superficialità e Tamarreide del popolare UMC. Peggio che nelle sale cinematografiche le profondità appassiscono in favore di facilonerie, immagini ad effetto usa e getta, battaglie e versioni tronizzate (piuttosto sfiziose e chissà che non abbiano ispirato Scott Snyder per il finale di Metal) o immartellate dei vari protagonisti. Facevo bene ad aver paura, paura della paura stessa, paura che un crossover così possa davvero aver visto la luce.


Il potere del Cincirinella... o una cosa così.

Il grande potere del Chninkel

di Van Hamme e Rosinski 



L'impacciato storytelling di benvenuto non è dei migliori per accoglierci in un fantasy classico, influenzato dal segno di Hyeronimous Bosch, che parla di guerre e profezie, non presentando nulla di nuovo, ora come nell’86 (anno d'esordio).


 A dispetto delle affascinanti parole, narra fluidamente e senza fretta una “compagnia dell’anello low cost”, vertiginosamente stereotipata: il protagonista è un Hobbit ingenuo, assennato, il tipico eroe inconsciamente dal cuore puro; la protagonista femminile forte, sì, ma anche sexy, sexy e ancora sexy e un simpaticissimo scimmione troppo presto epurato dall’economia della storia.
              

Una base gradevole per un racconto di genere, avvelenato dal plagio/citazione di 2001 Odissea nello spazio, inutile al fine di una conclusione triste e ruffiana, corroso da un risvolto populista e sessista di una stagione di bande-dessinée che spero ormai sia sorpassata, sintomo di una repressione culturale seconda solo ai nipponici. O agli irlandesi: anche gli irlandesi non secondi a
nessuno per frustrazione. 

Ma non pensiate sia io il moralista: ho un attività sessuale piuttosto intensa e sana e, se avessi voluto vedere scene d'imbarazzante approccio erotico, avrei comprato qualche porno o aspettato i programmi serali di Cielo. La storia appare bacata dall’assenza di un obiettivo specifico per cui quell’intrigante pizzico di Dune nell’estetica degli antagonisti non è neanche lontanamente sufficiente. In qualche sito che si proclama esperto e di settore sembra apparire tra i cinque miglio i fumetti  … beh: scusate se mi viene da ridere.


sabato 16 marzo 2019

Verbosity

La fama è una brutta bestia. Crea aspettative che deformano inevitabilmente l'esperienza del lettore: il giudizio punta sempre al ribasso, sprofondando il più possibile, se il proprio immaginario non viene appagato a dovere. Sarà per questo che leggendo nomi quale Aaron ed Hickman ci si aspetta qualcosa di più che di un fantasy vetusto e stereotipato. La mano d'autore si nota nel dosaggio di colpi di scena o dialoghi,ma le idee? Avrei preferito qualcosa che non mi procurasse attacchi di sbadiglio inconsulti. Nemmeno l’ interessante evoluzione da epopea starliniana a cronaca di guerra è sufficiente a frenare un mattone verboso e lontano dall'attuale qualità della Distinta Concorrenza. Solo grazie alla forza di volontà incanalata nel mio anello del potere sono riuscito a portare a termine la lettura di questa saga dalla foliazione eccessiva, che, in un goffo tentativo di caratterizzazione realistica ci presenta supereroi sempre meno eroici e fin troppo simili ai guerrafondai odierni, a pulotti ammazza-Cucchi, a celerini percuoti immigrati. Dov'è finito il Capitan America che in sella alla propria moto disquisiva di democrazia e diritti umanitari universali, incarnando un sogno sempre più apolide? Temo che non si sia più rialzato da quello scontro con Iron Man di un decennio fa. Adesso “spara” prima di avvertire e gli Skrull ricevono la "giusta punizione" della potente America solo per essere profughi immigrati minaccia letale per lo stile di vita USA.

Sì, proprio un bell'eroe.

P.S.:

Ho letto la saga nell'edizione dei Grandi Eventi Marvel, una delle peggiori che abbia mai incontrato: una brossura molle, impaginata da carta velina, sui cui i colori si spengono a più non posson e che fa rimpiangere di gran lunga la carta igienica con ci ripuliamo al bagno, oggi morbida, a più strati, vellutata e profumata. Tutto per 18,00 euro. Certo, forse è un volume economico, forse, ma ad oggi, quando un cartonato lo prendi con solo qualche euro più, credo abbia sempre meno senso una pubblicazione simile. Sempre bello è vedere le ideone di certi dirigenti editoriali alle soglie della nostra amata apocalisse ambientale.

lunedì 30 marzo 2015

Collezione primavera-estate 2015

Sentite queste vibrazioni? La terra tremare, scandita da intervalli di fragoroso silenzio, puntuale e preciso come il migliore tra gli orologi? Vedete le pareti, i tavoli ed ogni mobile in sala vibrare ed oscillare?
Udite questo rumore, ad ogni secondo sempre più vicino?
Ma cosa fate? No! Non accalcatevi alla porta! Lasciate andare il buffet! Non è il momento di farsi prendere dal panico! Ecco che l'enorme suono si riesce un poco a distinguere. Osservate bene, è quasi come un gigante dai grandi passi. E finitela! Smettetela di muovervi come tante pecore impazzite. Il salone è già stato sigillato. Ci aspettavamo la vostra sciocca reazione di massa. Ogni sforzo è inutile. Lui è qui e non potrete far niente per fermarlo!
Ammirate invece lo splendido luccichio del mecha nipponico ceruleo della nostra nuova collezione. È il nuovo guardiano della seconda città più corrotta d'America e lo ammettiamo solo per evitare noie dal vecchio signor Miller. Alto "due mele kryptoniane o poco più", questo gigante di ferro non avrà problemi con improvvisati terroristi metropolitani, né con pazzoidi pagliacci assassini distintisi per il loro cattivo gusto. Per entrambi basterà la sua ferrea presa d'acciaio ed ogni problema verrà risolto nel tempo d'uno schiocco di dita, letteralmente. Certo, potrebbe aver un tantinello di difficoltà a saltare da un palazzo all'altro con il batarang, ma comunque vola; non riuscirà a nascondersi debitamente tra le ombre, ha una forma piuttosto ingombrante, è vero; o muoversi tra un vicolo e l'altro senza deflagrare muri e far crollare palazzi. Potrebbe capitare che, mentre cerca di fermare un paio di stupratori seriali butti giù una parete portante o due, rivelando un qualsivoglia cittadino alle prese coi suoi quotidiani atti di purificazione corporale, ma cosa ci possiamo fare? Non si può avere tutto dalla vita,no? Ed ogni cosa ha il suo prezzo e per aver un angelo vendicatore di questa portata, con tanto di pistola fumante. Non siete disposti a pagare questo ed altro? Lo dico proprio per voi, laggiù in fondo, amanti dei vari Stallone, Rambo, Rocky e Transformers quanto i tamarri di periferia che fanno gare col Garelli e dei loro padri che dilapidano puntualmente lo stipendio nei videopoker, solo per poi inveire contro le "cattivissime" tasse dello stato. Benché cercate di nascondervi dietro una patina pseudo culturale grazie a social network e fumetti, non siete affatto diversi. Su, in fondo non siete meno maschilisti di loro, sennò non sareste qui con noi da ben settantacinque anni! E come non amare questo fenomeno di design ed ingegneria che fonde Autobot e Mercenari come nulla fosse? Volete sapere qualcosa su di lui?




Ama definirsi il Batman Tutto Nuovo e come dargli torto! È così nuovo che non scoviamo alcuna traccia neppur vaga d'un pipistrello, a parte il simbolo sul petto, ovvio (quello non potevamo toglierlo, rischiavamo di confondervi troppo, sappiamo quanto le vostre menti siano deboli). Anzi è molto meglio. Una dose omicida di Iron Man, mescolata ad un pasticcio d'annata di sci-fi orientale, il tutto tenuto insieme da un gusto alieno tipicamente insettoide alla Ant Man, che non guasta mai e tiene sempre vicini i nerd più ingrifati (sapete quelli che sognano calde notti su venere con extraterrestri disinibite e multi-tette?). Al suo cospetto Gundam è una barzelletta, War machine un operatore di pace e Terminator una tenera crocerossina. Se qualcuno avesse dei dubbi sul primo pezzo di questa primavere-estate 2015, osservate come la luce ama riflettersi su suoi avambracci cromati, come il vedo non vedo della visiera si sposi perfettamente con la fantasie più acute delle signore in sala su chi comandi realmente questo corpo. E via col nero, che è talmente di moda da esser inflazionato. Basta con atteggiamenti masochisti e vittimisti di auto commiserazione, guardate come scintilla questo azzurro sotto i riflettori, da far invidia ad ogni merluzzo di zona! Dite, maschietti, non vorreste esserci voi alla guida? E voi bambini, non vi sentite più protetti da questa colossale "formica atomica" celeste dalle bianche bande? Non a caso i colori sono studiati per questo! Un facile rimando al corpo di polizia del nostro amato paese, del quale questo mostro tecnologico, vuol essere un valido aiuto, un novello Robocop che agirà indisturbato fra le strade di Gotham! La nuova Gotham, che in men che non si dica sarà mondata da ogni peccato a suon di pallettoni e che importa se con loro verrà lavata anche la sua indubbia ed inimitabile atmosfera! Tutto sommato non siete apparsi mai troppo preoccupati a prendervene cura!



Ora ditemi se non siamo riusciti a centrare i vostri gusti. Non ditemi di no, sono così evidenti. Non siete voi che avete affollato per anni le sale di tutto il mondo per vedere un egocentrico, fazioso miliardario dentro un busto di latta prendere a calci nel deretano terroristi dalla di lui ignoranza stessa finanziati e da vecchie glorie di quel nemico sovietico, così considerato, per una mentalità fin troppo di parte e vetusta? Non siete voi che avete osannato un patchwork di scene borchiate con battute puerili, costumi plasticosi e fumettoidi degni del peggior Batman & Robin ed incollate da una trama da cartone anni '40, che risponde al titolo di Avengers?
E sempre voi non avete condannato a priori pellicole molto più innocue, ma cucite con più classe come Green Lantern o con maggior sforzo di ricerca psicologica dei suoi personaggi come Man Of Steel, a causa degli stessi difetti di montaggio e semplificazione o per meri dettagli quali l'uso errato di un' inutile macchina fotografica? Per non parlare delle continue lamentele sulla mancanza d'azione in un film in cui Superman ripara ad un disastro aereo, per poi lamentarsi del contrario nel film successivo?
Quindi ecco quello che abbiamo pensato per voi. Ecco il nuovo Batman. Il nuovo Cavaliere Oscuro, anche se poi, di scuro, ha ben poco, ma in fondo non è la prima volta e voi lo sapete bene. O almeno dovreste, visto quanto vi piace sfoggiare la vostra sedicente culturale fumettistica.

Oggi, però, alla sfilata della nuovissima DC Comics , non sarà solo l'alias di Bruce Wayne a farla da padrone. Aprite i portoni, deve entrare il nostro primo e più glorioso figlio: Superman.



Come dite? Non vedete dove sia? Siete ciechi o cosa? Ah, ma certo, che sbadato , mi sono dimenticato di farvi presente due o tre dettagli. Inutile che stiate con la testa alzata al cielo come tanti fessi, al massimo scorgerete il dio norreno della concorrenza. Girate le spalle, guardate da dove sta entrando.
L'ultimo Kryptoniano sfila tra di voi, come un uomo qualunque, come l'uomo che è: un uomo del popolo!
Ed ora, attenti , sta salendo sul palco scalandolo come un vero bruto di montagna. Ah, sento mormorare.
C'è chi si sta lamentando che gli abbia sporcato i vestiti di sangue, mentre scorreva tra la folla. Mi dispiace, signori e signori, prometto che questo sconveniente incidente non ricapiterà più, ma dovete capirlo, questo nuovo uomo d'acciaio non perde tempo e non riposa mai. Appena prima di questa manifestazione avrà certamente punito qualche sporco trafficante di droga, che sicuramente, se lo meritava. Come potevano i suoi pugni esser troppo immacolati? Sì, è vero, un essere con i suoi poteri avrebbe potuto trovare una soluzione rapida per presentarsi in un modo più consono alla situazione. Comprendete però, che così, potrà intimidire facilmente chiunque altro abbia in mente di cadere in tentazioni simili, a patto che non vogliano ricoprire le sue nocche con il proprio plasma.
Ogni dettaglio del nuovo look è sinonimo di praticità. Veste con pantaloni e scarponcini da operaio. Ricordate? Lui è alieno. Non sente freddo, o caldo, non come noi. Allora lo abbia liberato da scomode tutine soffocanti e allontanato da mantelle e mantellini, ingombranti in un reali dinamiche di volo.
Con una semplice ed efficace maglietta i suoi muscoli avranno il massimo spazio d'azione, la sua figura si rivelerà ancora imponente, ma ridimensionata nel taglio, apparirà veramente come un uomo, super. Non per superficialità, data da strane e simboliche investiture di attillati costumi al pari delle corone dei re, ma per i soli atti. La nuova non divisa non distrarrà minimante dal suo operato, mettendo in luce al massimo il concetto di uomo, appunto, super e come potrebbe qualcosa che non attira minimamente l'attenzione? Chissà, forse così potrà strisciar meglio nel buio per congegnare meravigliosi agguati ai suoi avversari più letali. Colpire alla spalle mischiandosi tra la folla e rappresentare costantemente la rabbia e la giustizia del popolino. Notate come anche la nuova acconciatura mostri praticità e modernità. E se non se l'è rasata a zero, la testa, è solo per non farsi accumunare troppo con l'odiato nemico Lex. Forse, però ,non gli dispiace ricordare il buon Conner Kent il secondo Superboy a cui ha insegnato tanto e avvicinarsi ai giovani cittadini americani, che spesso escono di casa con una semplice t-shirt e via, per le strade della city con il buon skateboard sotto i piedi e le cuffie nelle orecchie. Un giovane e fisico Superman, con un nuovo vecchio simbolo sul petto, un po' vintage, ma decisamente azzeccato per l'ultimo figlio di Krypton, più letale e pericoloso che ci sia. Tremate criminali, speculatori, potenti che ve la ridete alle spalle della povera gente, ora c'è lui a vendicare i cittadini d'America e non potrete più nascondere i vostri sporchi complotti, che siate il più piccolo rapinatore sulle costa est o il presidente del paese, la esse rosso sangue che nasce dal nero pece del suo petto non vi perdonerà e vi troverà, dovunque vi nascondiate, alla faccia di Liam Neeson! E d'ora in avanti non potrete più dire che il Punitore è più terrificante e figo di questa nuova grande esse, vi vorrei veder di fronte ad un vero super punitore americano!




Cos'è questo grido gente? Fate largo alla nostra principessa guerriera, la prima , l'unica, inimitabile Wonder Woman. Ve lo dico subito, a voi gentlemen in sala, se pensate di lustrarvi un po' gli occhi con le grazie delle prodigiosa amazzone, vi conviene non farci troppo la bocca e prepararvi ad assaggiare la spada di Diana di Themyscira. Direttamente dall'Isola Paradiso, la sempre bellissima Diana, non darà più alcun pretesto a nessun uomo per bizzarre fantasie sessuali, la sua nuovissima armatura, totalmente coprente, impedirà la volgare mostra delle sue forme, nel nome del rispetto e della considerazione della donna non solo per il suo aspetto fisico.



La donna che rappresenta non è un oggetto, non è un sogno erotico e quindi ecco tra noi una guerriera, ben coperta per agevolarsi e proteggersi nell'impeto della battaglia, da una una calzamaglia da far invidia a Diabolik; bracciali anti-proiettili con wolveriniche spade retrattili, l'ennesimo colpo vincente del nostra divisione marketing, assieme alla cromatura rosso-oro, marchio di fabbrica per gli eroi cool e badass.
Finalmente una donna che lotta e sgomita per il suo ruolo nella società, con i denti e con le unghie, con solo il suo intelletto e la sua forza, che ha il coraggio di velare le sue vergognose nudità mentre la spunta contro ogni uomo al loro stesso gioco, non più una sgambettante super velina che approfitta del suo corpo per farsi accettare in una società iper maschilista, ma una fiera rappresentante di tutto lo spirito americano e per cui non può non incarnare il nostro tipico e sano bigottismo. Applaudite alla nuova donna soldato, che, dismessi i panni di una vergognosa super prostituta, per amor di patria, non ha rinunciato, per nostra fortuna all' altrettanto orrenda, ma ahimé, necessaria, via della violenza.




No, non andatevene, non ancora, anche se il buffet è già finito ed è il caso di dirlo, proprio in un lampo!
Vi presento con grande orgoglio il monarca del tempo e non spaventatevi, ha ancora braccia e gambe, sono solo un più dark! Già, un Flash dark è un contro senso ,lo sappiamo, ma noi lavoriamo bene, ormai dovreste saperlo e quindi siamo riusciti nell'impossibile grazie ad un, lasciatemelo dire, geniale compromesso. Come dite? All'ombra e in super velocità sembra che gli manchino gli arti?




Ah, ma siete proprio incontentabili!
Allora vediamo se sapete resistere al re degli hippie iper moderni Oliver Queen, alias Freccia Verde.



Notate i meravigliosi fregi che richiamano la sagoma di una freccia dall'evidente stile pellerossa. I capelli lunghi e fluenti, chiaro esempio di libertà e ribellione da questo sistema così stretto e diabolico, che mira a far l'interesse di pochi a dispetto di molti. Non amate il suo mocassino, degno di quel glorioso popolo che noi statunitensi abbiamo così ignorantemente spazzato via?
Vi vedo un po' titubanti.

Passiamo allora all'ultimo piatto della serata: il rinnegato Hal Jordan.




Questa volta Lanterna verde l'ha fatta grossa, guardate che cattiveria comunica il suo giubbotto smeraldino e la nuova fonte del suo potere! Quel guanto, che calza come una seconda pelle, o come fosse di pelle. E il cappuccio, vero simbolo di un uomo in stato precario, cacciato e privato del suo status quo? Non sono fantasticamente in linea con il prêt-a- porter degli anni '80? Non vi ricorda un motociclista di Harley-Davidson disarcionato? Odiato da tutti, il nuovo eroe maledetto, non porterà molta speranza come farebbe intendere il suo colore, ma a chi importa poi? È più potente che mai, indipendente, solitario e farà mordere la polvere a chiunque si metterà sulla strada, amici o nemici! E non fatelo arrabbiare, ha già perso tutto e non si pentirà di niente! Salutate un vero duro dell'era post "invasione britannica", ora che vi ha girato le spalle lasciando tra di noi le più infernali fiamme verdi di tutto il creato, con la sua felpa , il suo guanto, ecco l'emarginato più famigerato del DC Universe!
Ed ora che la collezione è stata presentata v'invito a non smettere di seguirci, perché il bello deve ancora arrivare. Non siete curiosi di vedere come il nuovo Joker sposi la nuova Lois Lane o come Alfred diventi il nuovo Deathstroke?

venerdì 13 marzo 2015

Alla luce del sole

Uno spicchio di sole inaugura l'ennesimo episodio della serie che è la mia vita. I canti dei volatili mi ricordano quanto il benessere in cui sono immerso mi tenga distante da ogni sorta di disgrazia. Scendendo in cucina i miei occhi scrutano un quotidiano nato già vecchio, imbottito di corrotti e corruttori come un tacchino nel giorno del ringraziamento. Arrovellandomi in un' indecisa e gonfia colazione il televisore mi spara immagini di stupri, decapitazioni ed ogni inimmaginabile tortura. Disinfettando la mia cavità orale la radio sussurra alle mie orecchie di guerre fratricide nel cuore della madre Africa, moltiplicate a vista d'occhio, come un virus patogeno che non si ferma a nessun confine imposto dall'uomo. Ultimamente ho perso una o più persone a me care, mi hanno tolto un arto, mi hanno privato del mio status sociale, la mia vita in qualche modo è cambiata radicalmente od ho avuto l'opportunità di nuovi punti di vista. Le perdite hanno portato nuovi stimoli, le trasformazioni nuove capacità, le rivelazioni bizzarre epifanie, ma il mondo attorno non è cambiato, anzi, sembra sempre più marcio e sbagliato come se sapesse quel che mi è successo, come se quel che mi è accaduto, di natura così singolare, abbia creato una strana legge fisica in cui tutto quel che percepisco di sbagliato nel mondo e tutto quel che mi scatena ira e e sdegno sia direttamente proporzionale alle mie mutazioni, in un'escalation infinita di prevaricazioni infraspecie.
Così, inizio a pensare che potrei strisciare nell'ombra, alla sera, per prendermi le rivincite di cui ogni uomo ha bisogno, punire gli impuniti e proteggere i deboli dai prepotenti. E penso che, coperto dal buio di quei vicoli in cui l'unica luce è un debole bagliore lunare, col volto ben mascherato, il capo avvolto in un cappuccio, le spalle protette dal giusto manto ed un simbolo sul petto, potrei farcela. Inizio a credere che avvolto dell'ombra delle notti, con il giusto abbigliamento, i miei atti potrebbero esser salvati dalle ovvie persecuzioni giudiziarie che solitamente situazioni come queste attirano. Ed incomincio a pensare in modo fermo, convinto che potrei riuscire, che la mia identità civile non venga mai compromessa, ma poi mi guardo allo specchio e penso ben altro: che per arrivare a quel buio salvatore, a quei vicoli tanto necessari, dovrei volteggiare su grandi piazze di luce, sfilare dinanzi a molti dei miei simili ed esser confinato alle sole ore serotine, per evitare che quei pochi dettagli che potrebbero trasparire da un abito così elaborato possano svelare il mio segreto. Perché basterebbe anche un solo conoscente, un po' più sveglio di altri, che passasse a mezzo metro da me e il gioco sarebbe finito. Un naso incautamente scoperto, un' iride stranamente famigliare, una postura ed una corporatura ben conosciuta, un sorriso già visto e non sarei mai abbastanza mascherato. Anche la sola forma di una cappa su misura potrebbe ricondurre ai miei tratti somatici per chi ben mi conosce in vesti borghesi, per non parlare di una più facile voce. Certo, potrei recitare imitando altre tonalità, note, cambiare totalmente atteggiamento, come fossi realmente un' altra persona ma, se bastasse e se ci riuscissi, non sono sicuro che potrei mai avvicinarmi a chi più mi sta a cuore. Ed allora a che servirebbe? E che fatica! E non rischierei qualche genere di psicosi? Il buon Alighiero Noschese era solo un imitatore e non ha fatto una bella fine! A chi sarei d'aiuto in certe condizioni? Ed allora no, la realtà dei fatti prende il sopravvento e mi rendo conto che oltre la china dei sogni in vignette non è così semplice camuffarsi veramente bene, tanto da non essere riconosciuti, non come, appunto, si vede nelle avventure dei giustizieri in calzamaglia e non come si potrebbe pensare.
Se tutti siam d'accordo sulla quasi inutilità di un paio di occhiali per togliere dalla mente di tutti i suoi conoscenti che Clark Kent sia in realtà Superman, nessuno è così sciocco da bollare questo (od altri) stratagemmi narrativi come un qualcosa di puerile e stupido. Difatti, oltre ad essere una grande metafora sull'invisibilità dell'uomo comune all'interno di una grande, multietnica e dispersiva metropoli, racchiude molti altri significati (che oggi potremmo definire quasi filosofici), primo fra tutti che Superman sia la maschera di tutti quei topi da biblioteca, nerd e via dicendo che nel quotidiano poco hanno a che fare con bulli ipertrofici e che sognano un altrettanto muscolare messia che salvi i loro posteriori dai prepotenti, meglio ancora se si nasconde dentro di loro. Insomma, una metafora di tutta l'adolescenza maschile. Un'idea prettamente narrativa che funzionava bene un tempo così come funziona ora, ma ormai, in un'epoca in cui il fantastico è sempre più toccato da una vena di realismo (un po' per cambiare, un po' per adattarsi ad un pubblico sempre meno propenso a credere all'"incantato"), risente di una finzione fin troppo evidente. L'ultimo figlio di Krypton non è l'unico ad avere una maschera così debole, ma certamente è il primo, anche in quanto primo tra gli eroi detti super.



Subito dopo arrivò Batman l'uomo pipistrello e, come un gemello speculare dell'alieno, era tanto determinato alla lotta al crimine quanto diverso, dal suo predecessore.



Completamente coperto da una tuta claustrofobica, con una particolarissima cappa, dotato di "corna" rappresentanti le famose orecchie dei pipistrelli da cui prendeva il nome, un colore scuro (l'opposto degli sgargianti colori di bandiera del campione di Metropolis), agiva quasi esclusivamente di notte (mentre Superman era un re della luce) e non aveva alcun tipo di potere, se non la sua tenacia in una crociata instancabile alla malavita. Inoltre, dopo poco, Superman ancora lavorava da solo (e di fatto non ha mai smesso, pur avendo numerosi alleati); Batman, invece, acquisì il primo di quelli che saranno i suoi numerosi allievi. (Robin, il ragazzo meraviglia, è uno dei primi supereroi adolescenti). Il pipistrelli indossa una calzamaglia perfetta a nascondere un'identità piuttosto famosa nel suo mondo, quella di uno dei più noti ereditieri dell'alta società mondiale, nonché filantropo Bruce Wayne, da cui non si scorge che un solo particolare del suo intero corpo: la bocca, uno spiraglio sempre più spesso coperto dal mantello, esattamente come un altro celebre principe della notte: Dracula. Un costume che ha funzionato dalla sua prima apparizione e che a pensarci rende più credibile quel che è per ogni cittadino di Gotham un mistero: la sua identità. Con un uomo interamente velato di grigio e nero, di cui scorgiamo raramente solo un paio di labbra o un ghigno, che il più delle volte volteggia alle nostre spalle per colpire e fuggire a nascondersi nella notte, siamo molto più propensi a credere che possa esistere. In fondo le sue abilità sono reali, anche se è molto meno reale l'effettiva capacità che un uomo le possa usare in quel modo. E qui entriamo nel lato fantastico, in quella porzione di storia che ci fa sgranare gli occhi e voltare lo sguardo estasiato al cielo, il fantastico che ci fa sognare la notte, che rende più confortanti le nostre giornate e che per questo non dovrebbe mai mancare in un qualsiasi storia. Un altro lato della medaglia di cui fanno parte anche i poteri dell'uomo d'acciaio o dell'uomo Uomo Ragno, la cui figura è forse ancora più pensabile per individuo che vuol celare il proprio aspetto, ma che, esattamente come Batman e nonostante i suo poteri, se ci riflettiamo un secondo non è certo meno incredibile. Tra un'incerta comodità ed una visuale palesemente ridotta, tanto per fare due esempi, non ci parrebbero ovvio come ora nessuna delle sue stupefacenti acrobazie.
Lo stesso pipistrello, se è vero che si presenta con una credibilità più che discreta per il suo genere, non è esente da domande spigolose. Non sarà facile capire chi è dietro la maschera, fisicamente, aldilà dell'identica postura e dimensioni che ha con Bruce Wayne, ma forse più di un dubbio potrebbe venire in mente al commissario di polizia Gordon che ha ben stretto la mano innumerevoli volte sia a Batman che Bruce, per non parlare del fatto che si potrebbe facilmente collegare che un crociato con così tanti gadget potrebbe aver a disposizione liquidi pari, se non maggiori, a quelli del già citato miliardario.



Ma questi, come per tanti altri personaggi, sono quei dettagli che in certe storie non possiamo mettere in dubbio, dobbiamo solo chiudere gli occhi e crederci se vogliamo che essi mantengano la promessa di farci vivere quelle avventure mozzafiato che ci piacciono tanto. Non possiamo quindi indagare troppo su quel che è credibile o meno, non possiamo, se non vogliamo distruggere quel che distingue queste storie da tutte le altre. E se ci sembrano eccessivamente ridicole, possiamo sempre leggere e seguirne ben altre. Dove non è richiesto tutto questo utilizzo massiccio di fantasia da parte del lettore e dove tutto è molto (ma poi, come per ogni storia d'invenzione, non così tanto) meno impossibile. Si etichettino pure con epiteti sciocchi queste novelle contemporanee i cui personaggi non sono mascherati così bene, che usano un paio di occhiali per celare una natura oltremodo singolare ed esuberante, che impersonano vigilanti ipertecnologici senza nascondere le loro immense ricchezze, che si rifugiano dietro a mascherine che coprono ben poco a parte palpebre e zigomi, perché non è necessario che lo facciano veramente, è necessario solo che esistano.
In un mondo come il loro, fatto d'inchiostro e matita, ogni segno è interpretazione, ogni tratto è comunicazione e certe mascherine non sono solo un doveroso omaggio a tempi più ingenui, ma veri e propri simboli e non è necessario che siano bande nere sugli occhi o passamontagna asfissianti: per il lettore, come per gli eroi e i loro amici, saranno ugualmente efficaci. E se possiamo capire facilmente come questa caratteristica distintiva faccia parte della componente fantastica dei loro canoni e quanta "sospensione dell'incredulità" venga richiesta affinché il motore della storia possa avviarsi, forse non dovremmo affrettarci a relegare il tutto come un dettaglio privo di significati più maturi.
Ho sempre pensato diversamente, che fosse il loro antico retaggio ad aver incarnato alcuni personaggi in immagini apparentemente inutili per chi cerca di nascondere il proprio ruolo di uomo qualunque, ma forse, per eroi come Superman, Wonder Woman, Aquaman, Lanterna Verde, Freccia Verde e Martian Manhunter (ma anche in modo più sottile per due meglio celati come Batman e Flash), non è esattamente così. Non ho prove, la mia è solo una tesi, ma i componenti di quella che al secolo è passata come la Lega della Giustizia, nonostante il loro ovvio e fantasioso ruolo di fuorilegge, hanno sempre cercato un posto di fianco alle istituzioni e alle forze dell'ordine, ancor di più di altri loro colleghi.




Si può notare quanto una principessa amazzone come Wonder Woman sia una pubblica rappresentante di un popolo terrestre, ma alieno alla nostra società, ed Aquaman, un re di una nazione altrettanto estranea, abbiano poco da nascondere: sarebbe come se un generale o un capo di stato facessero anche parte di un'alleanza su scala globale di individui dall'identità ignote per la lotta al crimine.



Tutto ciò apparirebbe per lo meno bizzarro. Strana, sì, ma anche profondamente americana, quest'idea, accentua al massimo il concetto di una consapevole ed aperta dichiarazione pubblica a sostegno della legge attraverso romanzate azioni e pittoreschi intrecci, certo, per continuare a divertirci e a farci immancabilmente sognare, ma senza indurci troppo a pensare che esser fuori dal sistema sia meglio e che chi lo amministra sia sempre il corrotto nemico da combattere.



Alla stessa maniera troviamo una Lanterna Verde, che nelle vesti di Alan Scott, esattamente come il primo Freccia Verde e Flash, cela i suoi lineamenti dietro striminzite mascherine carnevalesche o, addirittura, un mero cappello metallico, e nelle più recenti di Hal Jordan, accoppia ad una modernissima tuta aderente lo stesso feticcio da martedì grasso.

 

La Lanterna verde ed il Flash originali. Un palese contrasto tra i loro volti malcelati e le sgargianti tute che indossano.

Appare quindi, per l'ennesima volta un mascheramento più simbolico che altro, un gioco, che però, nella finzione delle avventure di Hal viene leggermente recuperato, grazie all'idea che la stessa fonte dei suoi poteri aiuti a confondere il suo volto sotto un velo di misteriosa energia cosmica verde. Un passo avanti per giustificare la "cecità" dei concittadini di Jordan, ma noi lettori ben vediamo come affronti a testa alta entrambi i ruoli della sua vita, senza mai celarsi veramente. Hal non è eroe per scelta, ma per quel senso del dovere che una sorta di chiamata alle armi spaziale fa nascere in lui, di fronte alla quale non si tira indietro, accettandone l'onere e l'onore. Non a caso appartiene ad un intero Corpo di forze dell'ordine, formato da individui scelti per le loro grandi virtù, guidato da un ristretto ed antico gruppo di alieni,che tentano di scardinare il crimine nell'universo, in tutto e per tutto simili ad un dipartimento di polizia e al governo dalla portata cosmica a cui essa deve rispondere .



Hal, nonostante le vesti di Lanterna Verde, ammettendo che realmente non si intuisca chi ci sia dietro la smeraldina figura, è come se agisse senza alcun tipo di camuffamento: la sua vera identità non risiede in Hal Jordan o nella Lanterna del circolo dei supereroi terrestri, ma nel corpo in quale milita e, come per qualsiasi militare o poliziotto, il suo vero volto è la divisa che indossa, una divisa mai messa in ombra.


 
L'esordio di Hal Jordan come Lanterna Verde e di Barry Allen come Flash su Showcase n° 22 e 4.

Una divisa come quella che indossa ogni giorno il Flash degli anni '60 e ancora in voga Barry Allen nella sue occupazione alla scientifica nella polizia di Central City e che, se nelle vesti del Velocista Scarlatto si fa beffe di certe regole, ha fatto di tutto affinché questa figura venga accettata, non solo come un angelo custode da ogni cittadino della città, ma sopratutto come un prezioso aiuto nella cattura di criminali sovrumani da parte dei distintivi della città.

Barry Allen, il secondo e più popolare Flash in due tipici momenti della sua vita da poliziotto.

Benché il costume di questo Flash sia secondo solo a quello di Batman nella protezione dei connotati dell'eroe, ancor di più rispetto al miglior detective del mondo, il velocista si è occupato di aver un comportamento irreprensibile dinanzi ai tutori della legge, dell'opinione pubblica e adottando metodi il più possibile vicini alla legalità, a dispetto dell'assurdo paradosso.



Ed allora perché non pensare che il volto così scoperto di Kal, Diana od Arthur non stia ad indicare qualcos'altro? Che non stia lì alla luce del sole, senza troppi paraventi, ad indicarci che nelle battaglie per una società migliore, mondata da tutti quei crimini che tal figure combattono con tanta determinazione nelle pagine dei loro albetti da oltre settant'anni, dobbiamo metterci la faccia?  Non sarà stato che un mero riflesso inconscio dell'educazione dei loro autori o puro e semplice caso, ma forse quei visi così riconoscibili, sopratutto dinanzi a guardie armate e rappresentanti di governi e polizie, come se non avessero paura della nota pena che dovrebbero giustamente subire per aver infranto codici penali e civili, come se non avessero mai agito veramente al di fuori di essi, siano un esempio in metafora di quel ognuno di noi dovrebbe fare: combattere per quel che è giusto nel rispetto della legge senza mai nascondere chi siamo, dietro a maschere o un monitor di un computer.

La versione originale dell'ormai più incappucciato e barbuto Freccia Verde.

Un dettaglio che ci ricorda, più di mille azioni, che se in cuor nostro abbiam desiderio di cambiare le cose, leggi ingiuste o antiquati valori morali, solo uscendo allo scoperto, con l'orgoglio per le idee in cui crediamo, possiamo riuscire nell'intento. Essere un esempio quotidiano di quel che è giusto o meno è l'unica speranza che ci è concessa. Come un virus al contrario, solo con il nostro esempio si può contagiare altri a far lo stesso, dimostrando che tutto sommato il crimine, piccolo o grande, non paga, e così dar forza anche a manifestazioni di più alto livello.
A guardar bene il superuomo più famoso del mondo e i suoi super amici agiscono proprio così.
Lo stesso crociato incappucciato in più d'un periodo della sua carriera entrava e usciva dalle centrali polizia come nulla fosse, "alla luce del sole" anche se era notte, non necessariamente di soppiatto da lucernari e finestre, intrattenendo più d'un rapporto con  agenti, giudici o semplici onesti cittadini. Tutto questo come se quel suo travestimento ben congegnato, potesse comunque salvarlo da incontri tanto ravvicinati. Realmente non sarebbe affatto possibile. E se ci sono alcuni personaggi, DC o Marvel o quant'altro, che semplicemente non hanno bisogno di costumi, come il Segugio di Marte (in quanto un alieno mutaforma può assumere ogni aspetto e quando ha bisogno di un identità può facilmente assumere forma umana, animale o vegetale!), alcuni figuri magici (Dottor Strange), vari anti eroi (Il Punitore) ed altri i cui creatori sono stati più attenti alle mode che alle funzionalità dei loro indumenti, la narrativa moderna ha imposto a molti altri l'abbandono totale dell'identità segreta, accentuando ancor di più il realismo (come nelle ultime avventure di Iron Man o Daredevil) con esiti più o meno funesti, ma non sempre allontanandoli dall'illegalità. All'interno della lega, invece, il lato sognante è sempre stato molto forte, ancor'oggi, richiamando al fantasy ed a tanta fantascienza. Raramente, infatti, si sono viste aperture sui loro alias come in altre case editrici. Nonostante questo, la maggior parte dei loro componenti è rimasta  palesemente a volto ignudo, in un' icona ben definita, che non è quasi mai cambiata. La classe e la tradizione, in loro, è forte ed è difficile pensare ad una divisa troppo diversa per quanto questa possa non piacerci; ma ancor di più, allora, capirete questa piccola pulce che mi è entrata in testa. Quindi, la prossima volta, quando vi capiterà di soffermarvi sulla reale efficacia del costume di un Superman,  non siate troppo frettolosi nel giudicarla, perché forse impedirci di riconoscere l'uomo che vi si nasconde sotto non è esattamente il suo obbiettivo.  Forse, e dico forse, il fine è quello di spronarci a non provare vergogna quando siamo nel giusto, a non nasconderci quando combattiamo per i nostri diritti, a non aver timore di rivelare le nostre opinioni, per quanto tutto il mondo attorno sembri fare il contrario e ci remi contro.










martedì 30 dicembre 2014

Agonia

Agonia, una lunga agonia di tre mesi, si è finalmente conclusa tra le mie mani.
Tre mesi in cui la mia mente è stata stravolta da domande e interrogativi tra i più strazianti e contorti.
Mesi in cui la mia fede di lettore zagoriano ha vacillato.
L' implacabile vendetta orchestrata da un acerrimo nemico de Lo Spirito con la Scure, quale Mortimer, negli ultimi episodi della serie (per la precisione i numeri 591, 592 e 593), non ha solo eretto l'ennesimo sfida impossibile innanzi al nostro eroe, ma ha sopratutto messo alla prova la sua tempra morale in un modo che non avevo mai visto!

L'iraconda promessa - minaccia rivolta al nemico fatta davanti ai suoi numerosi e sempre più turpi crimini, per quanto comprensibile, poneva, infatti, un forte possibile stravolgimento nell'indole stessa dell'eroe Zagor.


Non voglio rivelare troppo per quei pochi che ancora volessero avvicinarsi a questa entusiasmante avventura, ma certamente il protagonista fa ben intendere di voler eccezionalmente superare quel tipico confine che esiste solitamente per gli eroi del suo calibro, quella linea di demarcazione che divide nettamente il giustiziere dal criminale. Tutto ben più che giustificato, certo, ma che non poteva che far temere una svolta "dark" di un personaggio storicamente ben più illuminato.
Vero è, che la storia di Zagor è costellata di drammatici eventi e la sua stessa origine come giustiziere è ben poco limpida e più contemporanea di quanto non ci si aspetti, ma tradizionalmente sempre legata a un ferreo istinto di giustizia a cui mai il protagonista è venuto meno.
Non potete immaginare, quindi, il mio conforto nel constatare che, alla fine dei salmi, per quanto l'avventura abbia lasciato ben più d'un segno, Zagor rimane Zagor e anche qualcosa di più.
Il finale ideato da Burattini (curatore della testata), insieme a tutta la vicenda, esalta e rafforza i principi di fratellanza universale insiti in Zagor e taluni potrebbero considerarlo addirittura commovente.
E qui mi alzo in applausi poiché, se una storia per essere buona deve saper osare, non si può osare al prezzo del protagonista stesso, stravolgendolo solo per creare una grande storia. Quando si lavora ad una serie si ha , innanzitutto, il dovere di mettersi al servizio della serie e non di sfruttarla per mettere in scena le proprie storie, per quanto meravigliose esse siano. Cosa non facile, certo, ma è questo il banco di prova di un buono scrittore. Prova ormai da tempo ampiamente superata da Burattini, che qui lo conferma lasciando trapelare i possibili sintomi di quel che amo definire "la sindrome del creatore".


Talvolta, invece, mi pare che autori arrivati all'apice o quasi del loro talento, pur continuando ad imbastire trame grandiose non vedano i loro limiti e, trasportati da una spasmodica voglia di dar ancor più prestigio ai personaggi che così tanto amano, perdano di vista il sentiero: si avventurano così pericolosamente nei viottoli intricati di una foresta in cui vengono incantati dalle acque del dramma, punti dal veleno del cinismo e graffiati dalle spine dell'iper realismo, vagando febbricitanti di sensazionalismo per un territorio sempre più incerto. Ecco, forse mi sbaglierò, ma ho riscontrato in parte questo fenomeno in questa saga in tre parti dove, a mio avviso, di certi dettagli non si sentiva il bisogno, non almeno in un periodo come questo, sopratutto di quel particolare destino poi riservato a Mortimer (che se venisse smentito, dovrebbe essere fatto con un abilità tale da evitare incongruenze difficili da passare inosservate, cosa quasi impossibile a mio parere). La catena di sfortunati eventi che perseguitano questo Zagor ricorda anche metodologie più anglosassoni di far fumetto, ma che a differenza delle avventure dell'eroe nostrano, hanno solitamente un raggio d'azione molto più incline a riparare l'irreparabile senza apparire troppo sciocche.
Credo che certe tensioni drammatiche si potessero evitare senza troppi stravolgimenti sul senso , bellissimo, di un tutto comunque riuscito all'interno di quei parametri sopracitati che un autore deve considerare prima di ogni altra cosa quando lavora per qualcuno. Ecco: questo qualcuno, in questo caso, è Zagor, lo Spirito con la Scure.




mercoledì 15 ottobre 2014

Libero e selvaggio


Voltando l'ultima pagina della mia lettura mattutina sento crescermi l'amaro in bocca sempre più. Un amaro forte come un pugno allo stomaco, un senso di colpa indelebile sulla coscienza, la luce d'una disarmante verità. Un sapore raro per le mie qualità di lettore, che non hanno mai distinto libri, fumetti, riviste e quant'altro se non per la loro qualità. Un amore per la lettura ed il bel disegno che mi ha fatto navigare anche in acque piuttosto torbide dove ho assistito comodamente alloggiato nella mia cabina a mercenari truculenti, cannibali di neonati e molto altro molto peggio. Eppure la nuova creatura di Gianfranco Manfredi per la Sergio Bonelli Editore, Adam Wild, mi ha smosso un qualcosa di indefinibile e terribilmente indigesto. Sarà che ho consumato la sua prima avventura dopo una sbornia culinaria e l'amaro era più figlio di un cinghiale indomito che d'altro, ma "Gli schiavi di Zanzibar" (questo il titolo dell'esordio) è riuscito dove altri hanno fallito.



La serie, presentata come un' ennesima collana avventurosa del rinomato editore, è stata accolta alla stregua di uno Zagor o Tex dalle grafiche più contemporanee. Mai giudizio è stato più lontano dalla realtà. E' vero, Adam Wild è un fumetto di pura avventura ed anche un po' retrò, ma solo nel ricercato gusto della sua forma. Adam è sì uno spericolato studioso amante dell'azione (dalle idee chiare e con pochi dubbi), combattente determinato delle varie ingiustizie che incontra sul proprio cammino, ma non ha nulla a che spartire con modelli ideali come Lo spirito con la scure o il ranger del Texas. Scordatevi le fumose sparatorie alla Tex, o i lanci alla scure arrotondata di Zagor, qui siamo su tutt'altra pista. Stiamo percorrendo un sentiero pericoloso in cui potremmo perdere ogni certezza, dove non c'è bianco e nero, ma solo una serie di grigi imperscrutabili. In Wild si combatte quel che non va senza mezzi termini, non vi sono remore a sporcarsi le mani, anche con gesti poco nobili se necessario, specie se il nemico è crudele ed efferato e se questi servono cause più grandi e concrete di quelle terribili azioni.


Non c'è nessun eroe puro ed immacolato, ma solo uno spiazzante e realistico uomo di fine '800. Un individuo da priorità inamovibili che persegue con calcolo ed insolenza verso tutto e tutti quel che ritiene giusto. Non ama compromessi e non sembra solo spinto da un classico desiderio di giustizia, ma da sentimenti molto più umani e terreni, come la rabbia, l'odio, il rancore e il disprezzo. Non sembra conoscere il perdono.

Ecco la differenza con altri suoi più vecchi colleghi.
Adam è un difensore dei deboli e degli oppressi, ma non si fascia la testa con i principi, non ha problemi ad utilizzare anche metodi piuttosto simili a quelli dei suoi nemici, non teme di rischiare di diventare come loro, non ha interesse a rappresentare un modello di alcun genere o di dare il buon esempio, ma guarda solo ai risultati delle proprie azioni. Non pare solo giustificare i mezzi dei suoi fini, ma ci dice chiaramente che sono più che giusti quando ci si confronta con uomini così crudeli (come sono i suoi avversari); anzi, sono gli unici possibili nel mondo profondamente realistico in cui si muove. 
Una caratteristica che rende pregevole la forma del fumetto, dai disegni alla trama (sarebbe il caso di seguire la collana solo per questo; come è già successo con altre opere di Manfredi sembra d'aver sottomano un piccolo libro di storia) dove tutto è plausibile, anche le invenzioni più audaci e coinvolgenti, ma che non lascia alternative ad un diverso protagonista, ad un modello di qualità inossidabili, o ad un eroe da un obbiettivo e fermo senso di giustizia. Non c'è spazio per un Adam diverso, anche perché questa è la realtà, ottocentesca, ma pur sempre la realtà. A Wild, nonostante tutto, non si spegne mai il sorriso. Gode dei frutti della vita come pochi, assaporando ogni esperienza che la vita gli mette a disposizione nel modo più profondo e completo. Lo chiamano pazzo e non a torto. Tra curiosità ed impulsività è del tutto imprevedibile sia ad amici, che a nemici, con risultati inaspettati. Questo lato goliardico ed istrionico, però, in fin dei conti, aiuta poco a spazzare via quei demoni che paiono aleggiare sulla sua testa. Anzi, questa sua volontà di cogliere strenuamente ogni attimo fuggente, di viver la vita perché "del domani non v'è certezza", appare più come un modo per allontanare, infantilmente, le cose brutte delle vita, una droga per dimenticare i propri incubi o un placebo per calmare i propri fantasmi. Il positivismo con cui affronta ogni sfida ci ricorda, così, più una maschera che una reale indole genuina, anche se in realtà potrebbe essere un po' di entrambe. Si scolpisce quindi, una figura molto più complessa ed oscura di quel che potevamo prevedere. 
Questa è una serie che porta la fiaccola dell'avventura bonelliana nell'era contemporanea,esattamente come l'era contemporanea richiede: con luci meno limpide e rassicuranti, agli antipodi dell'eroe senza macchia e senza paura di alcune favole, molto più vicino al tanto apprezzato anti-eroismo di cui ormai trabocca ogni media. 



Adam Wild è un fumetto per chi ama l'avventura, ma non è un fumetto per chi ama gli eroi.
È un fumetto per chi non conosce l'avventura, ma ama più moderni e discutibili personaggi.
Un'avventura vera e propria per il lettore, che viene sorpreso di vignetta in vignetta dall'inaspettato uso di canoni fortemente attuali in un contesto solo apparentemente demode.
È chiaro che, oltre le intenzioni, gli eroi un po' più sbrigativi, dall'adolescenziale intolleranza civile, sono nel DNA dell'autore. Niente di male, per carità, ma questo Adam Wild, dopo Magico Vento e la saga di Ugo Pastore, è forse il personaggio più oscuro e problematico che poteva uscire dalla sua penna.
Sensazioni, più che certezze, ma queste ombre tra le closure dell'albo, permeano il tutto di un' atmosfera occulta, acre e pungente. Una sottile nebbia in pieno contrasto con la soleggiata speranza, ad esempio, di uno Zagor. 

Ormai è chiaro, osservando le figure più popolari tra fumetti, libri e film, e l'idea che sembra essere confermata, seppur in modo involontario, da Gianfranco Manfredi e da tutta la Bonell, che gli eroi di oggi non devono più essere modelli a cui aspirare, ma uomini con (tanti) difetti come noi. E se sono anti- eroi è pure meglio. 
In fondo ce lo hanno insegnato i nostri avi molto tempo fa: col "sangue" si fanno gli affari migliori e forse non c'è più davvero spazio per nuovi "buoni".

domenica 12 ottobre 2014

Di variant in variant




In una radiosa mattina di sole come tante, la mia quotidiana visita ad Internetland viene allietata dalla magnificenza espressiva del talento puro incarnato (o incar-tato?) in una nuova copertina targata Sergio Bonelli Editore.
Non una copertina come le altre, ma la copertina di una nuovissima serie che guarda, per l'appunto, sia al futuro che al passato, una copertina però di un numero già uscito in precedenza, uscito per forza di logica con un' altra copertina, sennò sarebbe uscito scoperto e avrebbe preso freddo o lo avrebbero denunciato alla buoncostume; insomma una copertina di un albo alternativa a quella ufficiale, una variant, quindi, come le chiamano in America.
E come variant è disponibile solo alla fiera di Lucca Comics & Games & Movies (& Altro & Bla, bla.. ) in tiratura limitata, accompagnata, tanto per intrattenersi durante il viaggio, dalla variant di Dylan Dog, per la precisione del primo numero ufficiale della Rivoluzione di Dylan by Recchioni (ma questa è un' altra storia).


Ed ora io dovrei urlare di gioia, ringraziando gli astri, come fa mezzo popolo di nerd (che sì, ormai sei un nerd anche se non sai programmare un gameboy, ma semplicemente non ti dispiace rilassarti leggendo le avventure di Super Pippo), per quest'occasione unica di impreziosire la mia collezione con queste due varianti obbiettivamente eccezionali di due albi presumibilmente straordinari. Dovrei, appunto, al condizionale.

Non so se chi leggerà queste righe ha idea di cosa sia una variant, o, se volete, come preferirei venissero chiamate, copertine alternative. Evito di raccontare le origini più o meno comprovate dela prima variant e vado subito al sodo: invenzione tutta statunitense pensata per un mercato capitalista che basa ogni sua produzione innanzi tutto sul profitto, su come vendere più albi, prima che di venderne di qualità, è l'idea principe per il mercato della commercializzazione dei propri personaggi più multimediale di tutti che seduce il lato più collezionistico ed effimero di ogni lettore di fumetti, al fine unico di sottrargli più liquidi possibili con la medesima ed invariata sostanza di un prodotto che si è solo rifatto il trucco. Per sua natura, quindi, le variant tendono ad affascinare, inducono necessità inesistenti per qualsiasi tipo di lettore di fumetti, tutto al fine di capitalizzare il più possibile da un unico piccolo sforzo economico. Una naturale rappresentazione della filosofia statunitense che ben si sposa coi loro eroi e sogni di carta vari. Ciò nonostante una variant non è un sempre un brutto oggetto, anzi tutto si basa sulla particolarità e la qualità dei vari e talentuosi disegnatori chiamati per la loro creazione. Col tempo sono diventate anche un ottimo mezzo pubblicitario per nuove serie o nuove saghe di collane già conosciute, catturando così l'attenzione dell'opinione pubblica. Nessuno toglie, ahimè, che acquistare due fumetti con due copertine diverse, ma identici per contenuto sia sostanzialmente inutile. In fondo quel che a un lettore interessa è la storia e non credo sia conveniente spendere il doppio per poter avere in mano una copia di un numero che già possiedo con la sola differenza della sua pelle. In più dobbiamo tener conto che, solitamente, una variant fa lievitare i prezzi dei suoi albi e si può solo immaginare che valore spropositato possano raggiungere nel mercato dei collezionisti. Si può essere tenuti a credere che sia giusto, ma oltre alla diversa copertina rimangono pur sempre oggetti dalla medesima foliazione e qualità dei cosiddetti regolari ( a parte rari casi) e non ho mai visto motivo per cui qualcuno debba spendere più di quel che un editore chiederebbe per quel formato in condizioni più comuni. Se acquisto un volumetto
di 100 pagine a 3,20 €, chi me lo fa fare di acquistarne anche un altro con la stessa storia ad un prezzo maggiorato? Solo per poter possedere una copertina più bella? Sinceramente non credo che questo sia conveniente ai consumatori di fumetti. Certo, se c'è chi se lo può permettere faccia pure, ma si dovrebbe sempre pensare anche alle conseguenze delle proprie azioni e se si ncentiva un' idea le si dà forza ed in questo caso si alimenta una tipologia di mercato che punta sull'esclusività più che sulla popolarità del fumetto. Quello delle variant è tutto un gioco alla speculazione la cui vittima è il lettore e mi fa riflettere non poco quest'ultima novità della Bonelli delle due variant per Lucca. Non è nelle mie intenzioni puntare il dito, cosa piuttosto antipatica, su chi ha sostituito Sergio Bonelli alla guida di quel grande carrozzone che è la casa di via Buonarroti, ma non posso esimermi dall'evidenziare una scelta piuttosto anomala per quel che è sempre stata la politica bonelliana. Forse sono in errore, magari non ho abbastanza conoscenze per poter giudicare, ma non mi è mai parso che nelle intenzioni della Sergio Bonelli ci fossero idee così tanto americane e così poco idonee all'idea di fumetto popolar-avventuroso che ha sempre contraddistinto la casa editrice. Non trovo che delle variant per pochi, per quei pochi non solo che andranno a Lucca, ma che saranno disposti a sborsare per albi, magari che già hanno, com'è il caso del primo numero di Adam Wild (visto che alla sua uscita nessuno sapeva che avrebbe avuto una variant, a differenza di Dylan Dog), sia un'idea utile ad un editore resosi famoso proprio per l'accessibilità dei suoi albi, sotto ogni punto di vista, alla grande massa.

Un' operazione del genere, sicuramente porterà nuovi lettori, ma ha senso portare nuovi lettori se se ne perdono di vecchi demolendo caratteristiche tipiche ed uniche del proprio lavoro? Trovo anche poco adatto il formato Bonelli alle variant. Negli Stati Uniti i fumetti vengono spesso pubblicati in esili spillatini, numerati solo in fronte e diversi di numero in numero, per poi essere solo dopo rilegati in volumi più o meno eleganti. Le loro variant non sempre sono così esclusive, sono ormai entrate di prepotenza nella loro logica di far fumetti e spesso chi si reca in fumetteria od edicola può scegliere quale albo del numero della sua serie preferita acquistare, quale copertina preferisce avere già all'uscita del numero regolare. Così arricchirà con l'illustrazione che più stimola il suo immaginario una collezione già in partenza molto più dinamica come stile grafico delle nostre. Questo non per una nostrana arretratezza, ma semmai per una concezione diversa e non inferiore di collezione personale. In america, i singoli albi, seppur impreziositi da mirabolanti copertine ed altro, sono originariamente considerati come prodotti usa e getta, per esser di facile diffusione e trasporto, per esser letti in pausa pranzo, a ricreazione o in metro senza troppi problemi. Anche se il tempo ha cambiato molte cose e i collezionisti impazziscono dietro ai singoli albi è sempre più frequente che questi spillatini siano poi rivenduti dai lettori per acquistare i volumi in cui sono ristampate le storie migliori di una collana. I volumetti Bonelli, invece, nascono già come eleganti volumi da libreria in miniatura, la cui veste è pensata per ottenere continuità formale e sostanziale dentro e fuori le sue pagine. Una volta riposti su uno scaffale non vi è discontinuità visiva e ogni serie ha un suo stile preciso e ragionato sia per grafiche che, appunto, per copertine. Tutto questo senza perdere le caratteristiche popolari dei formati d'oltreoceano. Quindi se qualcuno volesse fare il pignolo, dovrebbe per forza acquistare entrambi gli albi , quello regolare per avere una continuità completa nella collezione di una seria e la famigerata variant per avere la variant.

Non ho mai apprezzato troppo, come si sarà ben capito fin'ora, il concetto stesso delle variant, quindi non vedo di buon'occhio delle variant pensate per pochi eletti. Anche se non si volesse concepire
produzioni di matrice popolari e cosiddette "per tutti", sarebbero più rivoluzionari ed efficaci nel raccogliere del nuovo pubblico prodotti che vadano a premiare chi davvero segue con "fedeltà" una casa editrice e non semplicemente chi può permetterselo. Immaginiamo magari illustrazioni collezionabili al posto delle variant (simili a quelle allegate al Tex Nuova Ristampa, perché no?) o variant disponibili per tutti, albi concepiti per chi fa ordinare una determinata quantità in edicola, fumetteria o dal sito di una casa editrice ed altro ancora. Sono solo esempi, alcuni forse impossibili, di quel che potrebbe essere una alternativa possibile alle attuali soluzioni che le varie case editrici trovano per far fronte alle loro necessità commerciali. È vero anche che è più facile percorrere strade già battute, ma la Sergio Bonelli non ha certo costruito il suo prestigio accodandosi al gregge degli editori, bensì rimanendo fortemente fedele ai propri principi,anche in quei momenti in cui questi apparivano più come una palla al piede che come un caratteristico vantaggio.

Semplicemente queste variant mi fanno scattare un campanello in testa, istintivamente mi appaiono come elementi insoliti per un dire che negli anni ha sempre girato al largo da certe manovre commerciali e credo che chiunque dovrebbe, almeno, convenire su questo punto,:sul fatto che, per come la si voglia pensare, è sicuramente una stranezza un po' fuori dal carattere Bonelli. Non saranno queste copertine né la rovina del fumetto italiano, né della Bonelli, anzi, solitamente aperture verso nuove forme dovrebbe essere considerate piuttosto positive, ma dalle mie parti si ama dire che è "meglio aver paura che buscarne" e non potevo evitare di esprimere la mia preoccupazione per una probabile nuova politica Bonelli, inquanto, come detto sopra, molto distante dall'idea popolare della casa editrice. Probabilmente, anzi sicuramente, non sarà così, non ci sarà nessuna nuova via e il mio sarà stato un timore inutile, ma ciò che questi albi speciali per Lucca mi comunicano è questo: una strada molto diversa da quella che ha reso così importante, prima che grande, la Sergio Bonelli Editore per il nostro fumetto.

Ci saranno eserciti d'invasati conservatori che saranno d'accordo con le mie parole, come plotoni di detrattori eccitati dalle novità, che già da tempo, stanno caratterizzando la casa editrice milanese in modo leggermente diverso e ci saranno tanti addetti ai lavori che mi assicureranno che era lo stesso Sergio (Bonelli, ovviamente) ad aver messo la sua firma su quelle scelte, ma in parte nessuno mi toglie dalla testa che la sua morte abbia come liberato dei cani in gabbia fin troppo repressi da un padrone amorevole, ma severo, editorialmente parlando. Spero solo di sbagliarmi, anche perché so bene che Sergio Bonelli non aveva mai avuto idee pedagogiche da affidare ai suoi fumetti, ma so anche quanto avesse bene in testa che tipo di fumetti dovessero essere, per motivi ben precisi e non per soli capricci di gusto, ma lo spero vivamente perché diversamente l'esistenza di questo editore nel nostro panorama non avrebbe più alcun senso e noi avremmo perso lo spirito del fumetto italiano, oltre che per una buona fetta di storia nazionale.